Il neo-colonialismo dei rifiuti tecnologici

Dai porti di San Francisco, Melbourne, Rotterdam salpano in continuazione vecchie navi cariche di cellulari, computer, e altri prodotti elettronici obsoleti o non funzionanti.
Le destinazioni più gettonate sono Nigeria, India, Cina, Thailandia. Paesi che stanno lentamente diventando i cimiteri di tutti i nostri desideri tecnologici. Certo, niente di nuovo sotto al sole: i paesi in via di sviluppo restano gli armadi in cui rinchiudere gli scheletri delle nostre «progressive e magnifiche sorti». E’ stato (ed è ancora così) per molti rifiuti dell’industria chimica e nucleare. La storia si ripete ora con le montagne di gadget e dispositivi di cui infarciamo le nostre esistenze.
Prodotti che al loro interno nascondono un cuore di piombo, rame, mercurio e altre sostanze che, se non smaltite adeguatamente, possono trasformarsi in una pericolosa bomba ecologica e sanitaria.
Pensavamo di entrare in un mondo di bit, terre virtuali ed economie immateriali; invece ci tocca fare i conti con una rivoluzione tecnologica fin troppo materiale e potenzialmente devastante per l’ambiente, le cui conseguenze, per ora, riusciamo solo a spingere il più lontano possibile dai nostri ricchi e bene ordinati cortili.
Beneficenza? No, ecomafia
Lagos è la capitale commerciale della Nigeria: ogni mese nel suo porto sbarcano oltre 500 container carichi di prodotti hi-tech provenienti da Europa e America del Nord. Spesso si tratta di beneficenza a scopo di “trashware”, ovvero il recupero di vecchie componenti hardware che, opportunamente riassemblate, possono essere rese funzionanti a costi irrisori rispetto a quelli di mercato. A Lagos si è sviluppato un fiorente commercio del riuso: il Computer Market cittadino si estende su sei mila ettari ed è specializzato nella vendita di elettronica di seconda mano.
Eppure, secondo uno studio dell’organizzazione Basel Action Network, il 75% della merce spedita in Nigeria è rottame già all’origine, impossibile da recuperare e riutilizzare. La beneficenza è solo una foglia di fico per aggirare le convenzioni internazionali e permettere alle ecomafie di alimentare i propri traffici, con la complicità tacita delle istituzioni locali. E così, montagne di computer e telefonini sventrati si affastellano lungo le strade e a ridosso delle baraccopoli, dove spesso vengono dati alle fiamme.
Più che di recupero di materiali si tratta di spazzatura smaltita nel peggior modo possibile e nel luogo più sbagliato: in Nigeria, come pure in Kenya e in Tanzania, altre due mete preferite delle nostre carcasse benefiche, non esiste alcun sistema per la gestione dei rifiuti elettronici.
Cicli e ricicli globali
Ma la nuova frontiera del cosiddetto e-waste non è tanto la finta beneficenza, quanto il business del riciclaggio. La compagnia belga Umicore, attiva già alla fine del 1800 nelle miniere di rame in Congo, di recente si è convertita all’estrazione di metalli dai prodotti elettronici usati: i materiali ottenuti vengono poi rivenduti alle fabbriche cinesi per la produzione di nuovi dispositivi. «E’ un rimescolamento dei vecchi assetti coloniali – ha scritto il New York Times – Una risorsa abbondante viene inviata dai paesi più ricchi verso quelli più poveri, trasformata in un bene e poi rispedita indietro. Quella risorsa è la nostra spazzatura».
Ma la Umicore ora deve fare i conti anche con la concorrenza low-cost dalle economie emergenti. In Cina un Pc viene “riciclato” (le virgolette sono d’obbligo) per soli 2 dollari, quando in Europa ne servono almeno 20. A Guiyu, città della provincia di Guangdong, è sorto un mega-distretto specializzato in questa attività: 150 mila le persone impiegate. «In piccole officine a cielo aperto gli operai lavorano senza occhiali, maschere, guanti o altre protezioni – racconta l’agenzia AsiaNews – Fumi, ceneri e sostanze sono lasciati liberi nell’aria e sul suolo. I corsi d’acqua sono di colore scuro, l’aria è tossica e vi è un’altissima percentuale di malattie alle ossa e piombo nel sangue». Ma tutto ciò non basta a fermare il business selvaggio: i metalli estratti servono ad alimentare l’industria locale per l’assemblaggio di nuovi apparecchi made in China ma, ovviamente, con logo occidentale. Così i container ripartono verso ovest con gli ultimi gadget destinati alle nostre vetrine, pronti a tornare indietro con altrettanti carichi di prodotti obsoleti. Un ciclo perfetto, se non fosse per il pesante costo ambientale che si lascia alle spalle.
Non nel mio cortile
«La situazione attuale è del tutto fuori controllo. E’ tempo di affrontare sul serio l’entità di questo tsunami di tecno-spazzatura che si muove dai paesi ricchi verso quelli poveri», ammonisce Jim Puckett, tra i fondatori di Basel Action Network. I primi a essere chiamati in causa sono proprio le aziende produttrici, che dovrebbero iniziare a progettare in maniera più eco-compatibile e a chiudere il ciclo dei prodotti occupandosi anche del loro recupero.
Un ruolo altrettanto cruciale spetta alle istituzioni governative per la definizione di politiche più coordinate ed efficaci. La Convenzione di Basilea, trattato internazionale che proibisce l’esportazione di rifiuti pericolosi dalle nazioni più ricche verso quelle in via di sviluppo, non si sta rivelando del tutto incisiva. Soprattutto fino a quando non sarà ratificata anche dagli Stati Uniti, paese da cui, in tutta legalità, continuano a partire carichi di e-waste destinati ai quattro angoli del mondo. Con la direttiva RAEE, l’Unione Europea si è dotata di uno strumento normativo che la posiziona tra le istituzioni più all’avanguardia sul fronte della raccolta e del riciclo. Ma l’adozione nei diversi paesi membri non è ancora del tutto completata (vedi articolo in basso). E così – sottolinea il rapporto Toxic Tech- Non Nel nostro cortile di Greenpeace – anche in Europa permane un «flusso nascosto»: 3 apparecchi su 4 che non vengono in alcun modo intercettati dai sistemi di recupero legali: «Se una parte di questi rifiuti è ancora nelle case, nelle cantine o nei garage, o viene smaltito in casa o incenerito, una buona parte continua ad essere esportata illegalmente». Quando ci sono di mezzo i rifiuti pericolosi, l’adagio è sempre lo stesso: non nel mio cortile.