Il muro del sogno di Tijuana

A prima vista (ma solo a prima vista) ti delude. Te lo aspettavi più imponente, più terrificante, il muro che qui, appena a sud di San Diego, separa gli Stati uniti dal Messico, prototipo della muraglia di milleduecento chilometri (sui 3.500 km di confine tra i due paesi) che la Camera dei rappresentanti statunitense ha approvato (ma che il Senato deve ancora ratificare). Alto tra i due e i quattro metri, è fatto di lamiera metallica sagomata, ricoperta di uno strato antiruggine; quella lamiera che nella seconda guerra mondiale veniva stesa su terreni paludosi o di terra molle per permettere agli aerei di decollare e atterrare.
La città di Tijuana, circa un milione e mezzo di abitanti, ci si appoggia contro, su per le colline, giù nei cañon, con le baracche, le catapecchie, le case dai muri maestri fatti di pneumatici impilati, ma anche le palazzine di uffici e studi dentistici. Qualche locanda ci prospera accanto, anche con nomi spiritosi, come La Pasadita (con riferimento al passaggio della frontiera). Era questo il muro che i coyotes (cioè i polleros, i passatori), facevano superare in tunnel sotterranei. Era questo metallo trasandato che, secondo i politici americani, doveva rendere impermeabile questo punto di contatto immediato tra Primo e Terzo mondo.
Uno degli artisti più famosi di Tijuana, Marco Ramirez «Erre» (ha costruito un cavallo di Troia ligneo da mettere a cavallo del muro per far infiltrare nella cittadella Usa gli «invasori» chicanos), mi porta su e giù lungo questo muro, fino all’Oceano Pacifico, dove la barriera di metallo (che qui diventa una palizzata di acciaio) s’inoltra a dividere le acque: «Separare l’acqua sembra più innaturale, più perverso che separare la terra», mi fa notare.
Ma dietro il muro trasandato, ecco il bastione tecnologico, separato da una terra di nessuno di cinquanta metri, pattugliata dai fuoristrada della polizia di frontiera, la Border Patrol. Questa seconda barriera non è un muro in senso proprio, ma una serie di piloni di cemento grigio chiaro, ben più alti (6-7 metri), posti a una distanza di pochi centimetri l’uno dall’altro, che permette di passare a gatti, topi e cani, ma non agli umani. La barriera è sormontata da un’elettrificata rete inclinata larga un metro. I piloni sono infissi in profondità sotto terra per impedire i tunnel. Ma quel che più conta sono le torri di vedetta, sottili guglie di acciaio alte una ventina di metri, dotate di potenti lampade che illuminano a giorno la notte, telecamere mobili e un terrazzino circolare ringhierato per la manutenzione o la ronda. E una terza barriera è in costruzione.
Ho conosciuto Marcos Ramirez a San Diego, a casa di Mike Davis, autore del fondamentale libro su Los Angeles Città di quarzo (ed. manifestolibri), che ha scritto un interessante saggio su «La Grande Muraglia del Capitale» in cui descrive bene il dispendiosissimo e in gran parte vano tentativo americano di chiudere la porta della frontiera sud. La militarizzazione de la linea (così la chiamano i messicani) divenne visibile a tutti nel 1992 con l’Operation Hold the Line nel settore di El Paso (Texas), e soprattutto, nel 1994, con l’Operation Gatekeeper («Operazione guardiano») con cui – dopo la «guerra alla droga», e prima della «guerra al terrorismo» – fu dichiarata «guerra ai clandestini».
Con l’appoggio del Pentagono, la guerra ai clandestini è sempre più tecnologica e massiccia. I posti di controllo sono ormai dotati di radar e telecamere ai raggi infrarossi. La regione di San Diego-Tijuana è un laboratorio per il ministero di Giustizia che qui ha il suo Border Research and Tehnology Center, un laboratorio di ricerca che studia e sperimenta incessantemente per migliorare i rivelatori di clandestini, reti di sensori sismici, magnetici, tutti collegati via satellite ai centri di controllo. Il Pentagono fornisce alla Border Patrol elicotteri d’attacco Super Cobra e Black Hawk, aerei Awacs di sorveglianza radar, persino droni (aerei a guida automatica di sorveglianza) e, quando necessario, reparti d’élite, i Rangers dell’esercito e i Seals dell marina. In fondo, come dicono i generali, «non c’è terreno migliore di questo per preparare un’unità alla guerra in Afghanistan». Dal 1997, sono stati spesi in tecnologia 430 milioni di dollari per sorvegliare questo lato della frontiera.
Dal lato americano quindi non è solo un muro, ma un motore economico; crea occupazione sicura a salari alti, quando in America i nuovi posti di lavoro sono quasi tutti precari e mal pagati: un ragazzo che si arruola nella Border Patron prende 60.000 dollari lordi l’anno (48.000 euro) con gli straordinari. Con dieci anni di anzianità si possono fare 100.000 dollari. C’è una lunga fila di aspiranti doganieri tra gli smobilitati dall’Iraq. E ci sono non solo gli agenti, ma gli addetti alle apparecchiature, i controllori, i produttori di nuovi software, i meccanici, i piloti.
Dal lato messicano la «guerra ai clandestini» ha fatto strage. Nella sezione che corre lungo l’autostrada che porta all’aeroporto internazionale di Tijuana, il muro metallico è adornato da una serie infinita di croci che portano i nomi dei messicani periti nel tentativo di oltrepassare il muro o attraversare il deserto. Così i morti lungo la frontiera sono passati da 61 nel 1995 a 261 nel 1998, a 373 nel 2004, a oltre 500 nel 2005. Nel frattempo i manager delle maquilladoras e i professionisti transfrontalieri, grazie a documenti elettronici, attraversano il confine in corsie preferenziali «Sentri» – Secure Electronic Network for Travelers Rapid Inspeciton.
Ma quanto è efficace questo muro, e quanto lo sarà se (ma è improbabile) il Senato approverà l’estensione di 1.200 km? Secondo dati del ministero della Sicurezza, meno dell’1% degli allarmi provocati dai sensori ha portato ad arresti. I sensori sono attivati per lo più da vacche o da treni, creando una gigantesca perdita di tempo. Altrettanto inefficaci si sono dimostrati i sistemi radar usati per individuare i tunnel sotto il muro. Il più lungo tunnel conosciuto, 720 metri, è stato scoperto a Tijuana alla fine di gennaio: per una soffiata, non dalla tecnologia.
Ma la migliore prova dell’inefficacia dei muri, delle cacce all’uomo nel deserto dell’Arizona, delle ronde volontarie di americani xenofobi, sta nelle nude cifre dell’immigrazione clandestina: secondo le stime più accurate il numero di clandestini negli Usa è più che triplicato, dai 3,5 milioni prima dell’Operation Gatekeeper agli 11,5 milioni di oggi.
Ma allora perché? Secondo Mike Davis, il muro non è altro che uno scenario teatrale della politica. L’economia americana non può vivere senza immigrati – e lo sanno tutti, legislatori compresi – ma la demagogia richiede «fermezza e decisione nell’impedire che i clandestini vengano a deturpare le nostre città». Sarà un fondale teatrale, ma produce devastazioni non solo per le vite umane che cancella, ma anche per le cicatrici che lascia nelle menti. Perché, muro o non muro, il nord del Messico e la California meridionale costituiscono un’unità. Marcos Ramirez vive a Tijuana, ma ogni mattina porta i figli al liceo a San Diego e due volte la settimana va a Los Angeles a insegnare nel dipartimento d’arte dell’Università di California. Molti studenti americani che frequentano l’università a San Diego prendono casa a Tijuana perché gli affitti sono molto più bassi. Cinquantamila messicani traversano la frontiera ogni mattina. La battuta è che per gli americani il Messico è come sposarsi, è facile entrarvi (si passa senza passaporto), ma è difficile uscirne (file anche di due ore e controlli accurati).
Ma forse il dettaglio più disperante – a ricordare che essere vittima non vuol sempre dire essere innocente – me lo fornisce Marco Ramirez quando mi parla del razzismo del messicani («non è perché gli americani sono razzisti verso di noi che noi ne siamo vaccinati») e mi racconta quel che devono sopportare i clandestini dei paesi centroamericani, Nicaragua, Salvador, Guatemala, che prima di arrivare al muro di San Diego o al deserto dell’Arizona devono riuscire a superare il confine sud del Messico: «E lì ci sono i campi minati, altro che muri. Per loro quella è la vera frontiera pericolosa, questa è una passeggiata all’acqua di rose».