Il movimento riparte dall’Africa

Una specie di «ricostituente»: l’appuntamento di Nairobi dovrebbe rappresentare questo per il futuro dei movimenti altermondialisti nella testa di chi ha creduto e scommesso sul primo forum sociale mondiale in Africa. Per Tauwfik ben Abdallah, coordinatore del forum africano, non ci sono dubbi: «Il meccanismo dei forum esce arricchito da Nairobi, riparte rassicurato e incoraggiato dalla prospettiva di poter costruire delle vere campagne globali, che impegnino i movimenti nei prossimi due anni, prima dell’ottavo forum sociale mondiale che si terrà nel 2009». Nessuna sconfitta, dunque. Anzi, un successo.
Ora che le circa settantamila persone che hanno partecipato al foro stanno per tornare a casa – 55 mila le registrazioni ufficiali, ma viste le difficoltà organizzative alla fine qualcuno è riuscito ad entrare gratis, senza considerare l’«esproprio proletario» dei badge operato dai comboniani e dagli abitanti delle baraccopoli – probabilmente racconteranno della «confusione» che ha segnato le iniziative allo stadio Kazarani: un programma poco articolato, 1.200 seminari in cui si è parlato di tutto (anche del movimento hip hop), uno scarso coordinamento intercontinentale e tra le diverse organizzazioni impegnate sulle stesse tematiche. In effetti, in una stessa mattinata, potevano incrociarsi due o tre seminari sugli accordi di partenariato economico, sui diritti delle donne, sulla povertà. Ma il cancro della frammentazione è un ostacolo di cui il consiglio internazionale (che si riunisce oggi e domani per discutere del futuro del forum) ha presente da tempo. Il logoramento della formula dell’evento una volta all’anno si era già palesato nell’ultimo social forum di Porto Alegre. La decisione di lanciare prima i fori policentrici, poi la «sfida» di un forum nel cuore dell’Africa, sono figli di quell’intuizione. «Il rischio è che questi forum diventino mega eventi calati dall’alto cioè dal consiglio internazionale, di cui faccio parte anch’io ma che alla fine è un gruppetto di persone – osserva ad esempio il presidente internazionale di Terres des Hommes, Raffaele Salinari – occorre invece ripartire da campagne nazionali, radicate, forti e di base». Insomma, il forum deve ritornare nelle mani delle persone, anzi di più: uscire dalla fase infantile dell’incontro per conoscersi, e entrare nella fase adulta, quella della capacità organizzativa e di stimolo alla mobilitazione. Quest’anno, per la prima volta, un’intera giornata (la quarta) è stata dedicata al tentativo di mettere a punto quelle campagne.
Teoricamente i vari «gruppi tematici» dovevano riunirsi in assemblea e stilare delle proposte di mobilitazione per il prossimo anno. Come sia andata a finire è ancora un mistero: non esistono rendiconti complessivi. Ma non è un caso che su un paio di argomenti, invece, siano stati fatti concreti passi avanti. Il primo, è quello dell’acqua pubblica: a Nairobi si è costituita la prima «rete di movimenti africani contro la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua», che ha già stilato un vero e proprio piano di azione (www.contrattoacqua.it) oltre a proporre di fare dell’acqua il centro della mobilitazione mondiale che sarà realizzata nel gennaio 2008 al posto del forum. L’altro argomento è la questione del debito: è stato un altro dei punti focali del forum, dove è stato ribadito con forza che il debito è da considerarsi illegittimo, e che esso va cancellato e non «riconvertito» in progetti di cooperazione di alcun genere, pur ritenendo utili accordi intergovernativi che prevedano questa clausola. Il terzo argomento è quello degli accordi di partenariato economico che l’Europa sta per stringere con l’Africa: i contadini africani hanno organizzato un corteo – non previsto nel programma – che è stato molto partecipato, per non parlare della dichiarazione congiunta dei parlamentari europei contro quegli accordi (nonostante il mal di pancia dei socialisti).
Sono temi (tranne, forse l’acqua) che difficilmente avrebbero trovato tanto spazio in qualche altra parte del mondo. Soprattutto al nord – ma anche in Sudamerica – dove da qualche tempo in qua la questione della guerra globale, del terrorismo e dell’imperialismo americano ha monopolizzato l’iniziativa dei movimenti. Non a caso a Nairobi di Iraq e Afghanistan si è parlato molto poco, la potenza di Bush e degli Stati uniti è stata collegata all’espansionismo della politica estera europea e al neocolonialismo. Andare in Africa ha significato riprendere coscienza dei guasti della politica economica globalizzata. Si è tornato a parlare con forza di neoliberismo e di capitalismo: in qualche modo, si è tornati alla radice del problema. Per questo, se lo slittamento al 2009 del forum mondiale è cosa certa, lo è nei fatti anche la sede: di nuovo al sud, di nuovo nell’epicentro del terremoto neoliberista. Dove le reti di base lavorano da tempo e sono strutturate, come hanno dimostrato a Nairobi, e soprattutto non hanno neanche il tempo di dirsi stanche.