Il movimento? E’ New Global

Quando sul lago Lemano è una bella giornata. splende il sole anche sui banchi dei 146 Paesi che formano l’assise del commercio mondiale: il soffitto della grande sala del Consiglio generale del Wto e trasparente. A Ginevra, molti attivisti che combattono questa organizzazione considerata simbolo delle nefandezze dell’economia neoliberale,ironizzano: “Il tetto è di vetro, ma la trasparenza non è di casa”.
I ragazzi di Seattle sono cresciuti. E diventando grandi hanno imparato a raffinare la loro strategia. Nel dicembre ’99 la loro lotta era chiara: l’Organizzazione mondiale del commercio andava abolita. Gli scontri di piazza, gli slogan mostravano un intransigenza assoluta. Oggi, in vista del vertice di Cancun (10-14 settembre), in Messico, annunciato come la battaglia finale tra Wto e no global, le cose sono cambiate. Strada facendo. molti contestatori hanno studiato e si sono convinti che il Wto (che regola e governa il 90% degli scambi internazionali) debba continuare a esistere ma riformato. II primo a riconoscere questa svolta è stato George Monbiot, giornalista britannico autore di vari saggi sullo strapotere delle multinazionali: «II governo degli Stati Uniti». ha scritto sul Guardian. “sembra deciso a demolire uno dei peggiori strumenti del governo globale,l ‘Organizzazione mondiale del commercio. Qualche anno fa avrei lanciato due “Urra”. Ma avrei avuto torto”. L’amministrazione Bush vuole infatti abbandonare il sistema multilaterale a favore di accordi bilaterali, che permettono maggiore pressione sui Paesi poveri. “L’unica cosa peggiore di un mondo con regole commerciali internazionali sbagliate», insiste Monbiot. «e un mondo senza regole”. Cosi, a sorpresa. le maggiori organizzazioni non governative che si occupano di economia e sviluppo sociale. hanno presentato un memorandum non per chiedere la morte del Wto, ma per migliorarne le regole interne.
Formalmente l’assemblea presieduta dall’economista thailandese Panchuhpakdi Supacha, rappresenta 146 Paesi, dall’Albania allo Zimbabwe. «Nei fatti però», spiega Antonio Tricarico. della Campagna per la riforma della Banca Mondiale e firmatario del memorandum. «e una “quadruplice alleanza a prendere le decisioni: Stati Uniti, Unione, Canadae Giappone». Eppure il Wto dovrebbe essere la più democratica tra le organizzazioni internazionali: vale il principio un Paese – un voto e nessuno ha diritto dì veto. «La realtà è diversa», commenta ClaudioRigacci, autore del libro Prima e dopo Seattle (Franco Angeli). «C’è un forte deficit democratico che riguarda il processo di formazione delle decisioni, la trasparenza dell’operato e la subordinazione delle leggi nazionali e locali ai trattati». Le Ong puntano il dito contro la regola “single-undertaking” (“prendi tutto o resti fuori”) in base alla quale i nuovi membri del Wto sono costretti a siglare tutti gli accordi. 0 contro il sistema delle “green rooms”, riunioni dove la “quadruplice alleanza” elabora i documenti da sottoporre poi all’assemblea generale. «Se i Paesi più poveri non accettano l’agenda imposta dai ricchi», ribadisce Marco De Ponte di Azione Aiuto, «rischiano di vedere cancellati aiuti allo sviluppo, facilitazioni commerciali e remissioni del debito estero».
Le regole del Wto, nato nel 1995. sono contenute in un tomo di oltre 1000 pagine che sfidano la comprensione dei migliori giuristi. Essere membro del Wto comporta spese e conoscenze che molti Paesi poveri non possono permettersi;. «Per studiare il diritto commerciale e affrontare cause al tribunale del Wto servono avvocati con parcelle giornaliere fino a 1000 euro al mese». ci ha spiegato in passato l’ambasciatore di Haiti. Molti governi africani (come Tanzania o Sierra Leone) hanno rinunciato ad avere un diplomatico a Ginevra. Risultato: esistono una trentina di membri “fantasma”, Paesi che non partecipano mai al voto ma che sono contati come consenzienti.
Lori Wallach, avvocato e fondatrice insieme a Ralph Nader dell’associazione Public Citizen, autrice del saggio “Wto. Tutto quello che non vi hanno mai detto” (Feltrinelli) è comunque ottimista: «I Paesi in via di sviluppo non vogliono più fare la parte delle marionette. L’India. il Brasile si sono ribellati, altri stanno aprendo gli occhi». dice. E sì augura: «A Seattle siamo riusciti a bloccare i negoziati, a Cancun dovremo indirizzarli verso quello che ci interessa».