IL MONDO DELLA CONOSCENZA E DEI SAPERI PER CAMBIARE L’ITALIA, PER CAMBIARLA DA OGGI

*portavoce dell’Unione degli Studenti Irpini

Siamo studenti medi, universitari, dottorandi, accademici. Siamo quelli che tutti i giorni vivono le scuole, le università, le accademie, i conservatori, i centri di ricerca, gli istituti della formazione professionale. Per la burocrazia statale siamo i cittadini-utenti del servizio formazione, per l’aziendalismo privato i consumatori-clienti del prodotto conoscenza: per quanto ci riguarda, rivendichiamo il ruolo di protagonisti della produzione di sapere e di saper fare nella nostra società.

Nel corso degli ultimi due decenni, il nostro mondo è radicalmente cambiato: l’integrazione della conoscenza nei processi produttivi ha raggiunto un grado inedito, e i luoghi della formazione sono stati pienamente coinvolti dall’ondata di privatizzazioni, di esternalizzazioni e di precarizzazione che ha caratterizzato la ristrutturazione del capitalismo globale.

Oggi le disuguaglianze nell’accesso ai saperi e agli strumenti della formazione non coinvolgono una piccola minoranza in difficoltà, ma rappresentano la condizione generale di buona parte della nostra generazione, spinta dall’avanzare della precarietà verso un generale livellamento verso il basso della proprie esperienze di vita quotidiana e dell’orizzonte di aspettative per il futuro. Allo stesso modo, il processo di mercificazione del sapere e di parcellizzazione della sua produzione si estende a tutti gli ambiti della conoscenza, dalle scuole alle università, dai centri di ricerca alle accademie, puntando a fare del sapere socialmente prodotto una risorsa scarsa, da contendere e commerciare.

Sogniamo ancora di poter fare ricerca, senza doverci per forza posare nei palmi delle grandi aziende, sogniamo, paradossalmente, di poter lavorare grazie a ciò che abbiamo imparato, a ciò che conosciamo, non grazie alle “conoscenze”, grazie ad amici o ad un bel viso.

Ci definiamo soggetti in formazione e riteniamo tale soggettività il prodotto di questi processi. Siamo un nuovo soggetto sociale, non una classe né una generazione, ma un insieme di identità, un soggetto complesso con forti connotazioni sia di classe sia generazionali. I luoghi della formazione e le città che li ospitano sono lo spazio in cui questo soggetto vive, in cui le differenze sociali sono amplificate dalle barriere materiali all’accesso al sapere e allo stesso tempo attraversate da un’esperienza collettiva comune su base generazionale.

Viviamo in una società bloccata, schiava del conformismo e del clientelismo, in cui al miglioramento collettivo delle proprie condizioni di vita si contrappongono con violenza efferata la rassegnazione o l’emigrazione. Il nostro futuro sarà sicuramente peggiore di quello dei nostri padri, se nessuno ci ascolterà, se il disegno di legge Gelmini verrà approvato e se le cose continueranno ad andare avanti così. Il nostro, si sa, non è un paese per giovani. Ogni anno sono decine di migliaia le donne e gli uomini che decidono di emigrare all’estero, una scelta dovuta alla gerontocrazia di un paese, il nostro, ove la precarietà è diventata tara delle intere relazioni sociali. La valigia di cartone, figura che per anni ha rappresentato la migrazione di massa di migliaia di proletari, accompagna oggi anche chi riesce a raggiungere i livelli più alti della formazione. Nella maggior parte dei casi sono le stesse “eccellenze” che preferiscono trovare realizzazione altrove, è la cosiddetta “fuga dei cervelli”, il fenomeno che sta sottraendo al nostro paese le migliori risorse intellettuali. Chi sceglie di restare è consapevole che, in tempi di crisi, la condanna alla precarietà non solo un vincolo contrattuale ma sempre più un dato esistenziale, un cancro sociale, un’intollerabile fonte di ingiustizie. In Italia conseguire una laurea non ti permette di spendere le tue competenze nel “mercato del lavoro”, la precarietà diventa perciò elemento regolatore dei tempi e degli spazi delle nostre vite.

Ci troviamo di fronte ad un vuoto drammatico della politica. La rappresentanza politica tradizionale, infossandosi , sembra aver lasciato noi giovani senza un canovaccio, un’indicazione, uno spunto di riflessione da cui partire per la nostra avventura che non sia, paradossalmente, la sua stessa sconfitta. Eppure il fardello della difesa dei diritti, del raggiungimento dell’uguaglianza e della necessaria trasformazione della società pesa lo stesso sulle nostre spalle. È un’eredità senza testamento.La nostra scommessa nasce da qui: il mondo studentesco italiano, proprio perché lontano e quindi non sporco della malapolitica italiana, fa una proposta politica radicale e di massa, che sappia superare le tendenze all’autoreferenzialità, al compromesso, all’oligarchia e al settarismo che hanno finora caratterizzato le sue componenti organizzate. Se finora Le contraddizioni di un’intera epoca ci sono state scaricate addosso, in maniera irresponsabile, se finora , nonostante tutti gli sforzi, ci siamo fatti schiacciare, ora è però il momento di reagire, di fare uno scatto di maturità, di prendere in mano con decisione il nostro presente e mettere in campo la proposta concreta di un futuro diverso.

Il potere,anche quello politico, per noi è un verbo, e non un sostantivo. Non reclamiamo poltrone né ci prestiamo a una ridicola guerra tra poveri con i nostri genitori. Ciò che vogliamo è poter alzare la testa, giocare un ruolo finalmente attivo nella nostra società, avere gli strumenti necessari a costruire un mondo all’altezza dei nostri sogni. Crediamo che contro la precarietà, che intersecando questione sociale e questione generazionale ci impedisce di programmare un orizzonte di miglioramento collettivo, sia necessario mettere in campo il ruolo della cultura, della conoscenza, del ruolo dei saperi.

Continueremo a stare nelle piazze , sui tetti dei luoghi simbolo della cultura, nelle scuole e negli atenei occupati per difendere l’importanza dell’istruzione pubblica, non ci stancheremo perché vogliamo che le nostre proposte per salvarla da chi l’accoltella, vengano ascoltate e prese sul serio. E’ con le nostre idee, con l’analisi e le proposte che continueremo a combattere il DDL Gelmini e la logica che la sostiene, e con idee, analisi e proposte che sfiduceremo il governo il 14 Dicembre, da tutte le città, lo faremo perché non vogliamo che l’ennesima decisione di palazzo ci sfiduci, ci faccia perdere le speranze. Dalle scuole, dalle università, dalle accademie, dai centri di ricerca, lanciamo 10 idee, 10 proposte dai saperi contro la crisi, 10 strumenti con cui i soggetti in formazione possono prendere in mano il proprio presente e costruire un futuro diverso per tutti e per tutte

1. VOGLIAMO POTERE sapere, vogliamo poter coltivare le nostre capacità, crescere in un sistema di educazione che venga considerato un investimento sul futuro e non un ramo secco da tagliare. La grande opera che chiediamo è un massiccio piano di finanziamenti su scuola, università e ricerca, che porti l’Italia al livello di investimenti degli altri paesi europei, all’interno di un generale processo di ripubblicizzazione dei saperi.

2. VOGLIAMO POTERE compiere le nostre scelte di vita in maniera autonoma, liberi dai condizionamenti della famiglia e delle discriminazioni sociali. Serve un nuovo modello di welfare, e in particolare una legge quadro nazionale sul reddito di formazione, strumento di liberazione e autonomia ormai presente nella quasi totalità dei paesi europei.

3. VOGLIAMO POTERE mettere le nostre competenze al servizio del futuro, immaginando e costruendo ogni giorno nuovi mondi grazie al nostro studio e alla nostra capacità creativa. Chiediamo un piano per l’innovazione scientifica e tecnologica. Vogliamo essere liberi di condividere competenze e conoscenze, e vogliamo poterne fruire altrettanto liberamente. Chiediamo che il mondo della formazione pubblica assuma politiche di adozione delle licenze Creative Commons, o di altre forme che esulino dal diritto d’autore.

4. VOGLIAMO POTERE respirare. La crisi ambientale pone un ultimatum all’umanità, e l’ostaggio siamo noi. È ormai urgente ripensare un modello di sviluppo costruito sull’ossessione della crescita e sull’angoscia della competizione. Il primo passo nella transizione verso un’economia a misura d’uomo e di ambiente è l’assunzione di indici alternativi al PIL. Vogliamo processi partecipativi tramite cui i territori, le singole comunità e i soggetti sociali possano avere voce in capitolo su cosa produrre e come.

5. VOGLIAMO POTERE scegliere di avere un lavoro dignitoso, liberi dalla schiavitù della precarietà, mezzo di subordinazione delle nostre vite alle logiche del profitto, di divisione tra i lavoratori italiani e stranieri, di frammentazione esistenzale. Rifiutiamo la logica razzista della guerra tra poveri e chiediamo che venga restituita al lavoro la sua funzione di emancipazione sociale, inserendo la battaglia contro tutte le forme di precarietà in un ambito ampio di politiche sociali e di promozione dell’integrazione.

6. VOGLIAMO POTERE considerare i nostri coetanei europei fratelli e non concorrenti. L’Europa deve diventare uno spazio politico, capace di costruire nuovi diritti sociali e di cittadinanza. La piaga della delocalizzazione e del dumping sociale tra i popoli del continente può essere sconfitta solo dall’unificazione progressiva dei sistemi di protezione. Chiediamo un sistema europeo di tutele sociali e del lavoro, un sistema di servizi, partendo dalla mobilità e dalla distribuzione delle ricchezze e dei redditi, finanziato da una politica fiscale europea.

7. VOGLIAMO POTERE vivere la nostra identità liberamente. Chiediamo che i luoghi della formazione e del lavoro possano essere laboratori di un modello diverso di vivere la socialità . La crisi culturale che stiamo attraversando è portatrice di sottoculture omofobe, razziste, violente, autoritarie e machiste. Riteniamo necessario costruire un piano di diritti e di tutele in grado di rispettare e valorizzare le differenze identitarie. Vogliamo creare una cultura, a partire dalle scuole e dalle università, che trasformi l’attuale società in un luogo collettivo fatto di inclusione sociale e rispetto dei diritti.

8. VOGLIIAMO POTERE partecipare alle scelte sul nostro futuro. Rifiutiamo un modello di politica basato sulle gerarchie feudali, sulla fedeltà ai leader e sull’impermeabilità ai movimenti della società. Chiediamo una nuova politica, con l’introduzione di strumenti di democrazia partecipata a tutti i livelli, dai luoghi della formazione a quelli di lavoro, fino alle istituzioni pubbliche.

9. VOGLIAMO POTERE vivere le nostre città in maniera libera e attiva, liberi dai modelli securitari e repressivi ormai egemoni, attivi nella costruzione di relazioni sociali e culturali autonome rispetto ai circuiti commerciali. Reclamiamo città aperte alle libertà personali nel senso più ampio, contro ogni discriminazione. Promuoviamo la restituzione al pubblico di spazi sociali aperti alle realtà attive della cittadinanza, come laboratori per la produzione culturale e artistica innovativa e per la costruzione di un’alternativa di società solidale e partecipata.

10. VOGLIAMO POTERE disporre delle risorse e degli investimenti necessari per la realizzazione di queste proposte, passi necessari per la costruzione di un futuro diverso per tutti e per tutte. Chiediamo la costituzione di un fondo per il futuro, finanziabile tramite il taglio delle spese militari, la tassazione delle rendite finanziarie e delle transazioni internazionali, la lotta all’evasione fiscale, l’emersione del vasto campo dell’economia sommersa e una nuova imposta di scopo, fortemente progressiva, la «tassa per il futuro».

IL MONDO DELLA CONOSCENZA E DEI SAPERI PER CAMBIARE L’ITALIA, PER CAMBIARLA DA OGGI

Siamo studenti medi, universitari, dottorandi, accademici. Siamo quelli che tutti i giorni vivono le scuole, le università, le accademie, i conservatori, i centri di ricerca, gli istituti della formazione professionale. Per la burocrazia statale siamo i cittadini-utenti del servizio formazione, per l’aziendalismo privato i consumatori-clienti del prodotto conoscenza: per quanto ci riguarda, rivendichiamo il ruolo di protagonisti della produzione di sapere e di saper fare nella nostra società.

Nel corso degli ultimi due decenni, il nostro mondo è radicalmente cambiato: l’integrazione della conoscenza nei processi produttivi ha raggiunto un grado inedito, e i luoghi della formazione sono stati pienamente coinvolti dall’ondata di privatizzazioni, di esternalizzazioni e di precarizzazione che ha caratterizzato la ristrutturazione del capitalismo globale.

Oggi le disuguaglianze nell’accesso ai saperi e agli strumenti della formazione non coinvolgono una piccola minoranza in difficoltà, ma rappresentano la condizione generale di buona parte della nostra generazione, spinta dall’avanzare della precarietà verso un generale livellamento verso il basso della proprie esperienze di vita quotidiana e dell’orizzonte di aspettative per il futuro. Allo stesso modo, il processo di mercificazione del sapere e di parcellizzazione della sua produzione si estende a tutti gli ambiti della conoscenza, dalle scuole alle università, dai centri di ricerca alle accademie, puntando a fare del sapere socialmente prodotto una risorsa scarsa, da contendere e commerciare.

Sogniamo ancora di poter fare ricerca, senza doverci per forza posare nei palmi delle grandi aziende, sogniamo, paradossalmente, di poter lavorare grazie a ciò che abbiamo imparato, a ciò che conosciamo, non grazie alle “conoscenze”, grazie ad amici o ad un bel viso.

Ci definiamo soggetti in formazione e riteniamo tale soggettività il prodotto di questi processi. Siamo un nuovo soggetto sociale, non una classe né una generazione, ma un insieme di identità, un soggetto complesso con forti connotazioni sia di classe sia generazionali. I luoghi della formazione e le città che li ospitano sono lo spazio in cui questo soggetto vive, in cui le differenze sociali sono amplificate dalle barriere materiali all’accesso al sapere e allo stesso tempo attraversate da un’esperienza collettiva comune su base generazionale.

Viviamo in una società bloccata, schiava del conformismo e del clientelismo, in cui al miglioramento collettivo delle proprie condizioni di vita si contrappongono con violenza efferata la rassegnazione o l’emigrazione. Il nostro futuro sarà sicuramente peggiore di quello dei nostri padri, se nessuno ci ascolterà, se il disegno di legge Gelmini verrà approvato e se le cose continueranno ad andare avanti così. Il nostro, si sa, non è un paese per giovani. Ogni anno sono decine di migliaia le donne e gli uomini che decidono di emigrare all’estero, una scelta dovuta alla gerontocrazia di un paese, il nostro, ove la precarietà è diventata tara delle intere relazioni sociali. La valigia di cartone, figura che per anni ha rappresentato la migrazione di massa di migliaia di proletari, accompagna oggi anche chi riesce a raggiungere i livelli più alti della formazione. Nella maggior parte dei casi sono le stesse “eccellenze” che preferiscono trovare realizzazione altrove, è la cosiddetta “fuga dei cervelli”, il fenomeno che sta sottraendo al nostro paese le migliori risorse intellettuali. Chi sceglie di restare è consapevole che, in tempi di crisi, la condanna alla precarietà non solo un vincolo contrattuale ma sempre più un dato esistenziale, un cancro sociale, un’intollerabile fonte di ingiustizie. In Italia conseguire una laurea non ti permette di spendere le tue competenze nel “mercato del lavoro”, la precarietà diventa perciò elemento regolatore dei tempi e degli spazi delle nostre vite.

Ci troviamo di fronte ad un vuoto drammatico della politica. La rappresentanza politica tradizionale, infossandosi , sembra aver lasciato noi giovani senza un canovaccio, un’indicazione, uno spunto di riflessione da cui partire per la nostra avventura che non sia, paradossalmente, la sua stessa sconfitta. Eppure il fardello della difesa dei diritti, del raggiungimento dell’uguaglianza e della necessaria trasformazione della società pesa lo stesso sulle nostre spalle. È un’eredità senza testamento.La nostra scommessa nasce da qui: il mondo studentesco italiano, proprio perché lontano e quindi non sporco della malapolitica italiana, fa una proposta politica radicale e di massa, che sappia superare le tendenze all’autoreferenzialità, al compromesso, all’oligarchia e al settarismo che hanno finora caratterizzato le sue componenti organizzate. Se finora Le contraddizioni di un’intera epoca ci sono state scaricate addosso, in maniera irresponsabile, se finora , nonostante tutti gli sforzi, ci siamo fatti schiacciare, ora è però il momento di reagire, di fare uno scatto di maturità, di prendere in mano con decisione il nostro presente e mettere in campo la proposta concreta di un futuro diverso.

Il potere,anche quello politico, per noi è un verbo, e non un sostantivo. Non reclamiamo poltrone né ci prestiamo a una ridicola guerra tra poveri con i nostri genitori. Ciò che vogliamo è poter alzare la testa, giocare un ruolo finalmente attivo nella nostra società, avere gli strumenti necessari a costruire un mondo all’altezza dei nostri sogni. Crediamo che contro la precarietà, che intersecando questione sociale e questione generazionale ci impedisce di programmare un orizzonte di miglioramento collettivo, sia necessario mettere in campo il ruolo della cultura, della conoscenza, del ruolo dei saperi.

Continueremo a stare nelle piazze , sui tetti dei luoghi simbolo della cultura, nelle scuole e negli atenei occupati per difendere l’importanza dell’istruzione pubblica, non ci stancheremo perché vogliamo che le nostre proposte per salvarla da chi l’accoltella, vengano ascoltate e prese sul serio. E’ con le nostre idee, con l’analisi e le proposte che continueremo a combattere il DDL Gelmini e la logica che la sostiene, e con idee, analisi e proposte che sfiduceremo il governo il 14 Dicembre, da tutte le città, lo faremo perché non vogliamo che l’ennesima decisione di palazzo ci sfiduci, ci faccia perdere le speranze. Dalle scuole, dalle università, dalle accademie, dai centri di ricerca, lanciamo 10 idee, 10 proposte dai saperi contro la crisi, 10 strumenti con cui i soggetti in formazione possono prendere in mano il proprio presente e costruire un futuro diverso per tutti e per tutte

1. VOGLIAMO POTERE sapere, vogliamo poter coltivare le nostre capacità, crescere in un sistema di educazione che venga considerato un investimento sul futuro e non un ramo secco da tagliare. La grande opera che chiediamo è un massiccio piano di finanziamenti su scuola, università e ricerca, che porti l’Italia al livello di investimenti degli altri paesi europei, all’interno di un generale processo di ripubblicizzazione dei saperi.

2. VOGLIAMO POTERE compiere le nostre scelte di vita in maniera autonoma, liberi dai condizionamenti della famiglia e delle discriminazioni sociali. Serve un nuovo modello di welfare, e in particolare una legge quadro nazionale sul reddito di formazione, strumento di liberazione e autonomia ormai presente nella quasi totalità dei paesi europei.

3. VOGLIAMO POTERE mettere le nostre competenze al servizio del futuro, immaginando e costruendo ogni giorno nuovi mondi grazie al nostro studio e alla nostra capacità creativa. Chiediamo un piano per l’innovazione scientifica e tecnologica. Vogliamo essere liberi di condividere competenze e conoscenze, e vogliamo poterne fruire altrettanto liberamente. Chiediamo che il mondo della formazione pubblica assuma politiche di adozione delle licenze Creative Commons, o di altre forme che esulino dal diritto d’autore.

4. VOGLIAMO POTERE respirare. La crisi ambientale pone un ultimatum all’umanità, e l’ostaggio siamo noi. È ormai urgente ripensare un modello di sviluppo costruito sull’ossessione della crescita e sull’angoscia della competizione. Il primo passo nella transizione verso un’economia a misura d’uomo e di ambiente è l’assunzione di indici alternativi al PIL. Vogliamo processi partecipativi tramite cui i territori, le singole comunità e i soggetti sociali possano avere voce in capitolo su cosa produrre e come.

5. VOGLIAMO POTERE scegliere di avere un lavoro dignitoso, liberi dalla schiavitù della precarietà, mezzo di subordinazione delle nostre vite alle logiche del profitto, di divisione tra i lavoratori italiani e stranieri, di frammentazione esistenzale. Rifiutiamo la logica razzista della guerra tra poveri e chiediamo che venga restituita al lavoro la sua funzione di emancipazione sociale, inserendo la battaglia contro tutte le forme di precarietà in un ambito ampio di politiche sociali e di promozione dell’integrazione.

6. VOGLIAMO POTERE considerare i nostri coetanei europei fratelli e non concorrenti. L’Europa deve diventare uno spazio politico, capace di costruire nuovi diritti sociali e di cittadinanza. La piaga della delocalizzazione e del dumping sociale tra i popoli del continente può essere sconfitta solo dall’unificazione progressiva dei sistemi di protezione. Chiediamo un sistema europeo di tutele sociali e del lavoro, un sistema di servizi, partendo dalla mobilità e dalla distribuzione delle ricchezze e dei redditi, finanziato da una politica fiscale europea.

7. VOGLIAMO POTERE vivere la nostra identità liberamente. Chiediamo che i luoghi della formazione e del lavoro possano essere laboratori di un modello diverso di vivere la socialità . La crisi culturale che stiamo attraversando è portatrice di sottoculture omofobe, razziste, violente, autoritarie e machiste. Riteniamo necessario costruire un piano di diritti e di tutele in grado di rispettare e valorizzare le differenze identitarie. Vogliamo creare una cultura, a partire dalle scuole e dalle università, che trasformi l’attuale società in un luogo collettivo fatto di inclusione sociale e rispetto dei diritti.

8. VOGLIIAMO POTERE partecipare alle scelte sul nostro futuro. Rifiutiamo un modello di politica basato sulle gerarchie feudali, sulla fedeltà ai leader e sull’impermeabilità ai movimenti della società. Chiediamo una nuova politica, con l’introduzione di strumenti di democrazia partecipata a tutti i livelli, dai luoghi della formazione a quelli di lavoro, fino alle istituzioni pubbliche.

9. VOGLIAMO POTERE vivere le nostre città in maniera libera e attiva, liberi dai modelli securitari e repressivi ormai egemoni, attivi nella costruzione di relazioni sociali e culturali autonome rispetto ai circuiti commerciali. Reclamiamo città aperte alle libertà personali nel senso più ampio, contro ogni discriminazione. Promuoviamo la restituzione al pubblico di spazi sociali aperti alle realtà attive della cittadinanza, come laboratori per la produzione culturale e artistica innovativa e per la costruzione di un’alternativa di società solidale e partecipata.

10. VOGLIAMO POTERE disporre delle risorse e degli investimenti necessari per la realizzazione di queste proposte, passi necessari per la costruzione di un futuro diverso per tutti e per tutte. Chiediamo la costituzione di un fondo per il futuro, finanziabile tramite il taglio delle spese militari, la tassazione delle rendite finanziarie e delle transazioni internazionali, la lotta all’evasione fiscale, l’emersione del vasto campo dell’economia sommersa e una nuova imposta di scopo, fortemente progressiva, la «tassa per il futuro».