Il mondo balla la rumba col prezzo del petrolio

Senza tregua. Il prezzo del petrolio resta stabilmente vicino ai 70 dollari al barile. Ieri sera, New York, i contratti con scadenza a giugno hanno per qualche minuto superato i 71 dollari. Sarebbe stato nuovo record, se quel prezzo fosse stato pattuito su un contratto a scadenza più breve. Ma è evidente che i mercati si muovono su aspettative di prezzi in rialzo. I futures su settembre, per esempio, viaggiano già sopra i 72 dollari. Inutile dar retta a chi cerca di spiegare questa tendenza con cause rigorosamente «di giornata». La scusa di ieri, per esempio, era che i dati settimanali sulle scorte Usa di prodotti petroliferi erano peggiori del previsto (in aumento quelle di greggio, ma in calo quelle di benzina, e proprio alla vigilia della driving season). Più seriamente, bisogna ascoltare quel che diceva – sempre ieri – Claude Mandil, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea): «le forniture di petrolio dalla Russia potrebbero essere inferiori alle aspettative nei prossimi quattro anni e l’Opec sarà chiamata a colmare il gap». Non che dipenda dalla volontà di Putin e soci. E’ che «non sono affatto convinto che le riserve non-Opec saranno tanto alte e penso soprattutto alla Russia, ma anche ad altri fornitori non- Opec». Parole che suonano come una conferma delle previsioni avanzate già da diversi anni dal gruppo di geofisici e scienziati che ritengono ci si trovi ormai in presenza del temuto «picco del petrolio»: i paesi non-Opec stanno «spremendo» le loro riserve, ma così facendo le stanno esaurendo molto velocemente. E l’Opec non appare in grado, neppure ora, di immettere sul mercato la differenza. La stessa Iea, ieri, ha lievemente ridotto le previsioni sulla crescita della domanda di greggio per il 2006, ma solo perché i prezzo così alti fanno calare i consumi. Mentre «le temperature invernali fredde e i problemi nei rifornimenti, nel primo trimestre, hanno spinto in su la domanda di 700mila barili al giorno, più della capacità della stessa Opec di rifornire i mercati». Se già ora i paesi del cartello trovano difficoltà nel rispondere con aumenti di produzione alla domanda, non si vede come possano farlo se – a breve o medio termine – a questi aumenti di domanda si sommeranno riduzioni nell’offerta proveniente dai paesi non-Opec. In questa situazione le borse soffrono, perché l’aumento dei costi dell’energia traina anche gli altri prezzi, vivacizzando l’inflazione; la quale viene affrontata in genere con l’aumento dei tassi di interesse. Una vera e propria tenaglia si va perciò stringendo intorno alla «ripresa » economica. Non è quindi un caso che i grandi investitori istituzionali (fondi pensione e fondi comuni) abbiano riscoperto i più classici «beni rifugio ». Da giorni il prezzo dell’oro oscilla intorno ai 600 dollari l’oncia, mentre alcuni analisti interpellati dal Financial Times ritengono possibile che arrivi a 850. Salgono i valori anche del rame e del franco svizzero. Un classico, «come ai tempi della guerra». Ma non eravamo nel terzo millennio?