Il modello tedesco è una trappola

La lunga transizione da Berlusconi a Prodi, rischia di incentivare al massimo tutte le pressioni affinché il centrosinistra si insedi al governo con programma e scelte ridimensionate.
Non è solo la proposta, sfacciatamente strumentale, di Berlusconi per un governo di grande coalizione, che dovrà essere sconfitta. Ma va battuta anche la ben più insidiosa campagna per una politica di unità nazionale, di concertazione e patto sociale, che, senza passare attraverso la forma politica della grande coalizione, nella sostanza realizzi gli obiettivi del neocentrismo.

Questa seconda proposta, quella di una politica di grande coalizione di fatto, gestita dalla maggioranza di centrosinistra, è l’avversario oggi più insidioso. A favore di essa, sta sicuramente il risultato elettorale: il centrosinistra ha una maggioranza parlamentare più vasta di quella che ha nel paese e questo pesa. La prima obiezione è però che quella metà più uno che ha votato Prodi, lo ha fatto in nome di un cambiamento radicale e profondo della società italiana e sarebbe un disastro per la democrazia se essa venisse delusa.

Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. A sostegno del centrosinistra si sono schierati tutti quelli che vengono chiamati tradizionalmente i poteri forti. La grande stampa, la Confindustria, le grandi banche, gli esponenti delle istituzioni e quella che una volta era la grande opinione pubblica borghese, si sono tutti schierati contro Berlusconi. Assieme ad essi i grandi sindacati, la sinistra, forze importanti del mondo cattolico e delle associazioni. Tutto questo insieme di forze ha raggiunto elettoralmente la metà del paese. E’ evidente che siamo di fronte a una caduta di rappresentatività che tocca prima di tutto le forze e le istituzioni delle classi medie e borghesi. Una politica di unità nazionale, quale proposta dal Corriere della Sera e dalla Confindustria, sarebbe dunque una politica di grande coalizione applicata all’interno del 50% del paese.

In Germania l’accordo tra socialdemocratici e democristiani, tra sindacato e grande industria, accordo che comunque non condividiamo, rappresenta in ogni caso l’80% del paese. In Italia la riproduzione della stessa politica lascerebbe metà del paese aperto alle scorrerie del populismo.

Per questo Prodi non dovrebbe dare ascolto a quelle sirene che già hanno rischiato di fargli perdere le elezioni. Se il centrosinistra non vuole finire in un angolo, deve darsi l’obiettivo di realizzare davvero il suo programma e di rompere per quella via il blocco sociale che ha sostenuto Berlusconi. Occorre una politica economica e sociale che sappia parlare di più alle piccole imprese, agli imprenditori e ai lavoratori in nero, ai disoccupati del Mezzogiorno e alle popolazioni del profondo Nord, piuttosto che ai grandi gruppi della Confindustria, sempre meno rappresentativi degli umori e della realtà produttiva del paese.

Lo stesso ragionamento vale per il sindacato. La Cisl ha subito proclamato l’intenzione di rilanciare in grande la concertazione sindacale. Con chi, su che cosa? Anche qui vale l’esempio tedesco. Con una Confindustria che rivendica brutalmente il mantenimento della legge 30, e che pensa di riconquistare coloro che hanno applaudito Berlusconi a Vicenza attraverso un nuovi attacchi al salario e ai diritti, è impossibile concertare. A sua volta la Cgil non può certo diventare il continente di riserva, dopo quelli che hanno fatto vincere il centrosinistra al Senato, a sostegno del governo Prodi.
La politica di concertazione sindacale in Italia è sempre stata una sorta di sostituto o di sostegno rispetto a politiche di unità nazionale che coinvolgevano la grande maggioranza del paese. E’ stato così all’epoca del compromesso storico negli anni Settanta, come con il governo Ciampi negli anni Novanta. Ebbene quella concertazione così rappresentativa ha danneggiato i lavoratori e non ha comunque risolto i problemi di fondo del paese. Figuriamoci cosa accadrebbe oggi, con metà dell’Itaia socialmente e politicamente all’opposizione.

C’è bisogno quindi di praticare altre strade rispetto al passato, anche sul terreno dell’iniziativa sindacale. C’è bisogno di considerare il passaggio elettorale come un momento dal quale parta una nuova offensiva per cambiare le cose. Se il sindacato sarà tentato di sfruttare la ridotta maggioranza di governo per ripristinare la politica degli anni Novanta, danneggerà la propria rappresentatività e indebolirà lo schieramento di centrosinistra. C’è bisogno invece di un movimento, che, come è avvenuto in Francia, si ponga l’obiettivo di riconquistare diritti, potere, salario per il mondo del lavoro, partendo proprio dalla cancellazione della legge 30.

Il consolidamento nel paese della maggioranza di centrosinistra può avvenire più facilmente se ci saranno conflitti sociali e lotte democratiche diffuse. Al contrario una defatigante iniziativa tesa a ripristinare una concertazione e una politica di unità nazionale oramai impraticabili, rischia di scontentare chi ha votato Prodi, senza conquistare un solo consenso tra chi ha scelto Berlusconi.