Il mercante alla fiera delle armi

Il bilancio federale Usa destina altri 75 miliardi di dollari alla guerra (e alle imprese del clan Bush). Con la recessione in agguato e la fiducia dei consumatori che cala ancora. Manovre su borse e petrolio per guadagnare consenso.

La fiducia dei consumatori Usa è scesa sotto i tacchi, al livello più basso degli ultimi 10 anni: è quanto comunicato ieri dal Conference board: il Consumer confidence index di marzo ha toccato quota 62,5. Per alcuni il sentiment delle famiglie non riveste grande importanza, visto che la fiducia può risultare eccessivamente influenzata da elementi esterni all’economia. Ma la maggioranza degli analisti lo considera l’indicatore macroeconomico per eccellenza vista la strettissima correlazione con l’andamento generale dell’economia. Non a caso, quando l’economia alla fine degli anni `90 andava a gonfie vele, la fiducia delle famiglie era ai massimi a quota 140, più del doppio del livello di marzo. Ma perché è nuovamente crollata la fiducia? Secondo la più banale vulgata è tutta colpa della guerra che si annuncia più lunga del previsto. In realtà quello che preoccupa le famiglie Usa non è la guerra, ma – ci spiega il Conference board – il timori di perdere il lavoro e di non trovarne di nuovo; di veder ridotti i propri redditi, di vedere crescere l’inflazione sotto la spinta di una risalita del prezzo del petrolio. Inoltre molti sono convinti che la guerra sottrarrà risorse di bilancio che avrebbero potuto essere meglio utilizzate per rilanciare l’economia, magari che una ulteriore diminuzione della pressione fiscale che non risolve, ma può aiutare. Però larga parte della stampa Usa seguita a battere su un solo tasto: è l’incertezza della guerra che blocca la ripresa. Come dire, eliminato Saddam sarà tutto più facile.

In realtà le cose sono molto complicate. L’economia mondiale va male di suo e tutti i grandi organismi internazionali hanno rivisto nelle ultime settimane le previsioni di crescita per il 2003. Prima ancora dell’annuncio dell’invasione dell’Iraq era evidente che la ripresa sarebbe slittata al 2004. Forse sarà vero, ma sono tre anni che gli analisti fanno slittare all’anno seguente la recovery. A fine febbraio era già evidente il rischio che la stagnazione avrebbe potuto cedere il passo a una double dip, a una nuova recessione. Non a caso in quei giorni le borse mondiali segnavano i minimi dell’anno, anzi degli ultimi tre anni. Anche in quel caso la giustificazione era a senso unico: timori di guerra. La prova? La crescita abnorme delle quotazioni del petrolio che per il future consegna aprile toccò anche i 40 dollari il barile, mentre si intensificavano le voci che in caso di guerra le quotazioni avrebbero potuto toccare i 50 dollari. Anzi gli 80 dollari il barile se la guerra non si fosse conclusa in pochi giorni. Poi, a cominciare dai primi giorni di marzo, quando la guerra all’Iraq appare inevitabile, il prezzo del petrolio si sgonfia. O meglio si sgonfiano i future, perché il prezzi del petrolio spot (quello che viene scaricato per finire nelle raffinerie) è sempre rimasto al massimo attorno ai 28 dollari.

Ovvio il sospetto di un fortissima speculazione per spingere al rialzo i future, ma solo quelli con scadenza aprile, visto che i future per i mesi successivi hanno sempre registrato quotazioni molto più basse. Ma chi ha speculato? E soprattutto: non è possibile che la speculazione sia stata realizzata «conto terzi» per modificare il sentimento dei cittadini rispetto alle prospettive di una guerra necessaria per la difesa del potere d’acquisto dei consumatori occidentali? Fantaeconomia? Forse. Però basata su elementi certi. Il primo riguarda il mercato stesso dei future. Un mercato di specialisti (pochi) e non aperto (se non teoricamente) ai comuni mortali vista la necessità di ingenti risorse per poter influenzare l’andamento dei prezzi. Ma allora chi aveva l’interesse a gonfiare i prezzi per dimostrare la necessità di una guerra di liberazione in primo luogo dei pozzi dell’Iraq? Prove certe non ce ne sono, però insospettisce che negli Usa il Pentagono abbia deciso di affidare il recupero dei pozzi eventualmente incendiati da Saddam alla Halliburton. Società del Texas probabilmente sconosciuta ai più, ma non certo a Richard Cheney, vice presidente di Bus che ne è stato presidente dal 1995 al 2000, quando ne è uscito con una liquidazione di 20 milioni di dollari e un vitalizio annuo di un milione. E alla Halliburton verrebbe affidato in esclusiva anche il rilancio dell’industria petrolifera irachena. Si parla di un affare da almeno un miliardo e mezzo di dollari.

Sospetti non minori circolano sull’andamento delle borse. Nei giorni precedenti il 19 marzo abbiamo assistito a una improvvisa inversione di tendenza con recuperi degli indici che hanno sfiorato in alcuni casi il 20%. Perché? Non certo per i conti trimestrali che esibivano le imprese quotate o per le prospettive di crescita. Certo, i tagli dei costi e gli incrementi di produttività piacciono ai mercati, ma gli utili non giustifcano per gran parte del listino i prezzi delle azioni. Colpa delle incertezze della guerra, fu il commento che abbiamo sentito ripetere per settimane a giustificazione dei crolli a catena. I mercati non amano l’incertezza, veniva ripetuto da tutti. Non molti i coraggiosi che osavano affermare che «le borse non amano la guerra». Sottolineando come solo nel 1954 il Dow Jones riprese le quotazioni raggiunte prima del crollo del 1929.

Poi cambia la parola d’ordine: la guerra va bene se sarà breve, perché dopo si stabilizzeranno i prezzi del petrolio, si apriranno prospettive di investimento e la ripresa sarà più spedita. Da un punto di vista empirico non c’è nulla che suffraghi questa impostazione. Ma tant’è: alla vigilia del conflitto le borse prendono il volo, ma dopo il 19 marzo cominciano a ripiegare quando emerge con evidenza che la guerra forse non sarà né breve, né indolore. Il risultato è che ieri gli indici si collocavano all’incirca sugli stessi livelli del 19 marzo, quando ci avevano convinto che la via per Baghdad sarebbe stata poco più di una passeggiata, considerando, oltretutto, che Saddam, forse, era già morto sotto le prime bombe intelligenti.

Come per il petrolio ci si può porre la stessa domanda: c’è chi ha speculato sulle borse per spingerle al rialzo con le voci di guerra breve e prospettive radiose? Non si tratta naturalmente di capire se c’è stato chi abbia fatto insider trading, ma capire se qualcuno (non gli investitori istituzionali che tutta la stampa statunitense dicono essere stati alla finestra) abbia alimentato nei primi giorni l’irrazionalità che ha fatto scommettere sull’inizio di un rialzo duraturo. Di sicuro la Sec (presieduta da un uomo di Bush) non aprirà inchieste. Di sicura nei prossimi giorni qualcuno maledirà la guerra impantanata che frena l’economia e i mercati avallando e schierandosi con Bush nell’intensificazione dell’aggressione.

In molti hanno tentato di fare i conti dei costi diretti e indiretti della guerra. Le cifre sono «ballerine»: da poco meno di 100 miliardi di dollari per un conflitto breve a oltre 1400 miliardi per uno che si protraesse nel tempo. Diciamo oltre i sei mesi. E nei costi vengono conteggiati (con molta approssimazione) anche quelli per «peace keeping» e per la ricostruzione che per gli Usa potrebbero passare dai 10 miliardi di dollari spesi nel `91 a quasi 100 (se l’occupazione sarà breve) o addirittura 600 miliardi di dollari se l’occupazione sarà prolungata per più anni.

L’unica cifra certa è quanto Bush ha chiesto al Congresso di stanziare per la guerra con un emendamento al bilancio, peraltro molto sofferente anche per l’abolizione nel settembre 2002 del Budget enforcement act introdotto nel 1990 che stabiliva un insieme di norma che tendevano a mantenere sotto controllo l’evoluzione dei conti pubblici. Come evidenziato dalla tabella per ora Bush vuole 75 miliardi di dollari. Ma questa somma si agginge ai quasi 600 miliardi (un quarto del totale della spesa) stanziati dal bilancio federale (+25%) per sostenere la difesa e la sicurezza.

La spesa bellica sta aggravando, tra l’altro il deficit di bilancio: 158 miliardi nel 2002 (dopo che Clinton aveva riportato i conti in attivo); almeno 300 miliardi nel 2003 e nel 2004, attorno ai 200 miliardi annui tra il 2005 e il 2008. Conti non dell’opposizione democratica o dell’indipendente Congressional budget office, ma dell’Office of management and budget, il gruppo degli esperti che affianca Bush nella eleborazione della politica di bilancio.

Conti ufficiali a parte, quello che emerge in prima battuta è che i primi effetti negativi della guerra arrivano per tante vie: dal comportamento dei consumatori che, afferma la stampa Usa, distratti dalla guerra televisiva, hanno ridotto del 10% gli acquisti. Ma non tutti sono penalizzati allo stesso modo: i grandi magazzini Wall-Mart (oltre un milione di dipendenti) sembra che nello stesso periodo abbiano aumentato le vendite del 2%. Ma si tratta di una catena a basso costo, ipernazionalista e dell’America più bacchettona e moralista nei quali, tanto per dirne una, non si vendono Cd di musica punk. Altre brutte notizie arrivano dal settore turistico: le compagnie aeree Usa battono cassa (per loro sarebbero pronti contributi per 10 miliardi) e i tour operator di tutto il mondo lamentano cadute del 20% delle prenotazioni e annullamenti dei viaggi. Ma se la guerra sarà breve tutto si risolverà rapidamente, seguitano a ripeterci. Forse, ma i problemi economici veri, ante guerra, non saranno risolti dalla fine delle ostilità. Salvo per le imprese statunitense che beneficeranno delle commesse per la ricostruzione o che sfruttrano in esclusiva i nuovi investimenti in Iraq.