Il Medioriente nella strategia imperiale americana

Dopo la severa censura dell’Alta Corte americana contro il governo Bush per le gravi violazioni della legalità e dei diritti perpetrate a Guantanamo e altrove, il Presidente ha rivolto al Congresso una sorta di appello fiduciario. Il Congresso americano ha avallato ufficialmente l’operato dell’amministrazione Bush in merito alla sospensione delle libertà costituzionali, delle garanzie giuridiche e dei trattati internazionali in nome delle esigenze dello Stato di eccezione e dei suoi obiettivi politici dichiarati. L’annientamento del nemico, nella figura del terrorismo islamista, esige per il Congresso un esercizio di potere in ultima istanza discrezionale da parte dell’Esecutivo e, dunque, illimitato, assoluto. Altro che giunta dei petrolieri! Altro che colpo di Stato dei “neo-cons”! La logica di movimento della “guerra preventiva e infinita” si rivela essere in ogni decisivo frangente la logica politica fondamentale dello Stato: l’esercizio effettuale della sovranità come sospensione ricorrente e multiforme dell’ordinamento giuridico per venire a capo delle contraddizioni che esso nasconde e formalizza ma che non potrebbe regolare senza sottoporre ad eccezione se stesso. Di questa dimensione costante e pervasiva della statualità moderno-capitalistica la guerra è il paradigma più tragico e illuminante. In questo perdurante orizzonte moderno del potere, ma arcaico nella sua pretesa di governare la vita e la prassi, si inscrive il rinnovato protagonismo degli Stati nella definizione degli assetti geo-politici dell’economia capitalistica globalizzata. La deliberazione del Congresso americano a sostegno di Bush, pertanto, si proietta sinistramente sugli attuali scenari di guerra, collegandosi alla minacciosa pressione degli USA sull’Iran e ai piani bellici israeliani contro il Libano e la Siria. In questo contesto il destino della missione ONU Unifil II e gli svolgimenti della situazione afgana possono risultare determinanti in direzioni opposte.
E’ chiaro, infatti, che il fallimento di quella missione e l’aggravarsi dell’occupazione dell’Afghanistan sprofonderebbe ulteriormente l’Iraq nella sua tragedia ed oscurerebbero le già fragili speranze di una soluzione politica della causa palestinese. Tutto ciò, inoltre, potrebbe innescare nuove e catastrofiche conflagrazioni nel Medio Oriente, nell’Asia centrale ed in quella orientale. Viceversa un esito positivo di Unifil II e significative dissociazioni (a cominciare dall’Italia) dall’avventura bushista in Afghanistan potrebbero dare nuovo vigore unitario ai movimenti contro la guerra ed aprire varchi all’iniziativa dei governi non proni alla strategia del dominio unipolare USA.
Non è una grande scoperta capire che per questa via la risultante sarebbero equilibri politico-territoriali improntati ad un diverso bilanciamento degli interessi delle grandi potenze capitalistiche e non è una grande scoperta capire che l’approccio multilateralistico non può non rispecchiare gli interessi e i disegni in parte convergenti, in parte configgenti di quelle grandi potenze.
Sarebbe, però, una madornale sciocchezza ritenere che, per questo, la differenza tra l’unilateralismo statunitense e il multilateralismo dell’Unione Europea, della Russia e della Cina sia sempre e comunque irrilevante per la causa delle classi e delle nazioni oppresse dall’intero sistema capitalistico-imperialistico. Sarebbe come dire, per esempio, che il “cessate il fuoco” e la risoluzione 1701, essendo, come indubbiamente sono, innanzitutto il frutto ambiguo di un compromesso fra le maggiori potenze non corrispondono agli interessi del popolo libanese massacrato dai bombardamenti israeliani. Una posizione, come si vede, viziata da una astrattezza ideologica che trasforma quanto in essa c’è di vero in falso ed irresponsabile. Né valgono a sanare tale immorale assurdità i tentativi maldestri di opporre polemicamente il “cessate il fuoco” alla risoluzione 1701, contro l’evidenza politica dei fatti che li rende inseparabili.
Opportunismo è anche rifugiarsi nel similoro della propria coerenza ideologica e rinunciare nella situazione data a rafforzare ogni latenza positiva, ogni spazio percorribile nella battaglia contro la guerra, lo sfruttamento e l’oppressione nazionale.
Un maggior peso degli Stati capitalistici europei, per esempio, può favorire oggi i processi di emancipazione politica delle masse mediorientali, se ciò nasce dalla sconfitta della “guerra permanente” e se la convergenza diplomatica a ciò necessaria riflette in misura significativa il protagonismo politico delle masse mediorientali in lotta e l’attiva solidarietà di quelle europee.
Anche nel nostro Paese, allora, una sinistra che si rispetti deve lavorare sulle contraddizioni che attraversano la missione Unifil II, senza nascondersi insidie e pericoli, senza rinunciare alla propria vocazione internazionalistica, ma senza abdicare al proprio dovere politico, qui ed ora.
Credo che l’insieme delle forze che si oppongono alla “guerra infinita” possa convergere, in misura assai ampia, su alcune posizioni che hanno un valore politico generale e, nello stesso tempo, una loro immediata efficacia.
In primo luogo c’è la questione afgana. Certo sarebbe stato schematico e tendenzioso subordinare temporalmente l’assenso alla missione Unifil II alla decisione di ritirare le truppe italiane dall’Afghanistan. Tuttavia, il problema rimane interamente e la sua soluzione non può essere differita ancora a lungo. C’è infatti una contraddizione clamorosa tra le motivazioni del sì ad Unifil II, in quanto incrinatura dell’unilateralismo, e la presenza di truppe italiane in Afghanistan invaso in nome della dottrina della “guerra preventiva e permanente” che dell’unilateralismo americano è il fondamento strategico. Dunque la prima parola d’ordine unitaria del movimento contro la guerra può e deve essere il ritiro delle nostre truppe da quel teatro di guerra, come è avvenuto per l’Iraq. Ciò renderebbe non solo più credibili le scelte della sinistra nel governo ma anche più largamente unitario l’impegno del movimento a sostegno della missione ONU in Libano e delle sue potenzialità politiche. Al varo imminente della Sinistra Europea in Italia, il PRC dovrebbe fare della lotta per il ritiro italiano dall’Afghanistan una delle più forti credenziali strategiche della nuova formazione politica della quale è e vuole restare componente autonoma e propulsiva.
Il secondo nodo da sciogliere è costituito dal problema del disarmo di Hezbollah, il più controverso aspetto della risoluzione 1701. Penso che l’unità del movimento su questo punto cruciale possa determinarsi a partire da una constatazione capace di orientare l’intera discussione. Il Libano è stato un Paese presidiato militarmente da Israele per molto tempo. Lo Stato di Israele, del resto, ha sempre con ogni mezzo ostacolato l’unità e l’indipendenza del Libano. Per la sua ideologia fondativa, infatti, l’esistenza alle sue porte di una compagine statale laica capace di far convivere cristiani e musulmani sarebbe stata la più potente obiezione contro la pretesa di impiantare uno Stato di Ebrei su una terra da secoli araba e musulmana, con l’alibi della indisponibilità dei Palestinesi alla convivenza, indisponibilità determinata in realtà innanzitutto da quella pretesa fondativa. Il protettorato siriano sul Libano e successivamente la tutela iraniana sugli sciiti libanesi sono stati anche la conseguenza di questa politica israeliana verso il Libano, mai contrastata efficacemente dall’Europa. La guerra di aggressione di questa estate è solo l’ultima pagina di una sequenza di interventi ed occupazioni. Ci possono essere diverse valutazioni e ricostruzioni di questa vicenda, qui solo accennata, ma non è lecito negare che il Libano sia stato un Paese invaso e parzialmente occupato da Israele ben prima del recente conflitto e del provvisorio ritiro di Tsahal.
Le formazioni militari di Hezbollah sono dunque milizie partigiane che conducono una guerra di resistenza e soprattutto a questo titolo Hezbollah ha raccolto un ampio consenso elettorale e siede nel governo libanese che riconosce la legittimità della sua azione politica e militare.
Naturalmente, nell’attuale situazione si potrebbero determinare le condizioni che rendono utile e positiva la smilitarizzazione di Hezbollah a favore dell’esercito libanese. Sull’esistenza o meno di tali condizioni, però, dovranno pronunciarsi esclusivamente le forze politiche e le istituzioni libanesi di cui Hezbollah è parte importante e autorevole. Da questo punto di vista il destino del Libano appare in ogni caso legato alla tenuta dell’attuale governo di unità nazionale ed al suo allargamento al forte Partito Comunista Libanese, oggi escluso dalla rappresentanza parlamentare a causa di una torsione confessionalistica delle istituzioni che è necessario rimuovere. Infatti solo l’intesa duratura delle forze popolari può scongiurare una nuova guerra civile, mentre la divisione dei partiti libanesi offrirebbe ad Israele il destro per tentare di imporre insieme al disarmo di Hezbollah il suo controllo sull’intero Libano. Il pieno riconoscimento costituzionale del PCL è dunque il passaggio obbligato per la laicizzazione dello Stato libanese, che è a sua volta condizione istituzionale dell’unità politica e militare del popolo libanese in lotta contro l’aggressore.
All’interno di una simile prospettiva l’eventuale smilitarizzazione di Hezbollah, infatti, produrrebbe sia una stabilizzazione politica non effimera sia l’apertura di un processo di ri-nazionalizzazione della rappresentanza politica, nel senso di un più autonomo rapporto con gli interessi e le strategie di potenze regionali come la Siria e l’Iran. Un tale processo avrebbe una straordinaria importanza non solo per il Libano ma anche per la lotta di liberazione della Palestina e dell’Iraq. Anche in questi Paesi, infatti, il peso degli interessi statuali di altri Paesi musulmani, peso ancora più grande e differenziato, grava negativamente sull’unità della resistenza e sui suoi sbocchi politici ed istituzionali. Senza considerare, naturalmente, le cause interne delle divisioni e delle contraddizioni in seno a queste masse arabe. Insomma questo problema, che il fondamentalismo jihadista coglie e pone in termini ideologici, dovrebbe essere interpretato positivamente dall’Europa democratica. Se, infatti, la ri-nazionalizzazione nel senso anzidetto delle lotte di liberazione in Medioriente è diventata la condizione politica della sua pacificazione, è inimmaginabile che un simile asperrimo percorso possa affermarsi senza l’aiuto diplomatico, politico ed economico dell’Europa ai popoli arabi che soffrono con tanta dignità e coraggio. Una tale scelta sarebbe per l’Europa una svolta storica e sarebbe suo merito ed interesse compierla. Al centro di un tale impegno europeo non può che stare un massiccio aiuto materiale alla popolazione palestinese da parte dell’Unione Europea e un suo forte sostegno alla creazione di un governo di unità nazionale in grado di trattare, sulla base del riconoscimento esplicito di Israele, il ritiro di quest’ultimo entro i confini del 1967 e di edificare lo Stato di tutti i Palestinesi. L’Italia ed il nuovo governo di centro-sinistra possono e devono svolgere in tal senso un ruolo importante. Ciò non è affatto scontato e sicuro, è solo una delle possibilità presenti. La sinistra, in ogni sua espressione, deve unirsi e battersi perché essa prevalga.