Il Medio Oriente nella politica estera statunitense

Non sono pochi, gli osservatori arabi, che seguono con attenzione il nuovo corso della politica estera americana, ed in particolare verso il Medio Oriente. Sopratutto, per quanto riguarda la questione del conflitto palestinese israeliano, la questione dei partiti islamici (Hezbollah, Libano, Hamas Palestina) e in fine il piano nucleare iraniano.

Gli osservatori, notano, un cambiamento nel linguaggio usato della nuova diplomazia statunitense, che rappresenta il pensiero ufficiale dell’amministrazione Obama. Sono spariti termine come “l’asse del male” o “trasportare la democrazia” o “paesi canaglia”, e avanzano altri termini, lontani dal linguaggio trionfalistico, spesso usato dai conservatori di Bush, quando parlava della guerra in Iraq o in Afghanistan.

Ora il nuovo presidente non esita a dire che in Afghanistan le cose non vanno tanto bene, e se in Iraq le cose vanno meglio, è perché abbiamo esteso la mano, anche, a persone da noi considerati islamici fondamentalisti, disponibile a collaborare con noi, e che fino a ieri sono stati esclusi.
Questi non sono legati ad Al Qaeda, come conferma il Comandante della zona centrale generale David Petreius. Anche questo modo di fare testimoniare i militare è diverso dai metodi utilizzati da Bush, che parlava in nome della divinità. Ma anche l’utilizzo di parole come “vanno meglio” e non dire il nostro successo o la nostra vittoria, o considerali islamici e non terroristi, viene considerato dagli osservatori un significativo cambiamento.

E’ un ritirata linguistica e di concetto, che accompagna la ritirata militare dall’Iraq, in parallelo l’insinuazione al possibile dialogo con “i Taliban moderati”, e l’annuncio dalla Gran Bretagna, e forse anche le Usa, di un dialogo con “l’ala politica di Hezbollah” e in mezzo la possibilità di aprire un dialogo richiesta da Hamas, in una lettera portata da John Kerry, malgrado la smentita di Hamas.

Sembra che l’orientamento della nuova amministrazione si basi sulla discriminazione fra Taliban moderati e non moderati e tra questi e Al Qaeda, e nel tentativo di applicare l’esperienza dell’esercito irlandese e la sua ala politica al caso di Hezbollah. Il preciso utilizzo delle parole, non significa che l’applicazione sia immune di errori o di analisi, ma è un fatto ben preciso: gli Usa di Obama si sono dimissionati dalla missione di cambiare il mondo. E si è adottata una nuova politica di collaborazione con “L’altro” anche se questo “altro” può essere il movimento Taliban, o i suoi moderati.

E quello che gli osservatori arabi chiamano, con tanta generosità, la democrazia dei fatti, se l’altro gode di popolarità fra le masse e questi si sentono rappresentati. Allora gli Usa non hanno il compito di cambiare le cose, contrariamente alle idee di Bush; anzi sarebbe democratico, nel vero senso populista del termine, far partecipe l’altro e contenerlo. I nuovi ponti americani si estendono anche alla Siria, e prima delle elezioni legislativi libanesi, con due emissari del Segretario di Stato, a Damasco, per tastare la vera posizione di Assad sulla pace in medio oriente; e le trattative con Israele e i rapporti con Hezbollah e Hamas e il ruolo della Siria nel dialogo interpalestinesi, in fine i rapporti tra Siria e Iran.

La Turchia assume un ruolo di rilievo, nella politica statunitense per il M.O.. In accordo tra Tel Aviv e Washington quest’ultima fa da mediatore per riprendere i rapporti, deteriorati al vertice di Davos, tra Israele e Turchia, in funzione che Ankara, in caso di un certo fallimento di dialogo tra Iran e Usa sul programma nucleare iraniano, prendesse una posizione chiara sul programma iraniano.

Sono cambiamenti, di facciata, causati da una crisi politica e economica dell’unica potenza mondiale, che non cambia i suoi obbiettivi di egemonia e sfruttamento delle risorse naturali di questa regione del mondo, non cambia l’alleanza strategica militare con Israele e con i paesi più arretrati e reazionari nel mondo arabo.