Il margine per una forte politica economica: il debito pubblico

Quali sono le basi concettuali delle diverse posizioni politiche che vanno costituendosi attorno al problema del debito pubblico? Dopo anni di silenzio, il convegno Rive Gauche ha finalmente offerto agli economisti e ai politici di sinistra un’occasione per confrontarsi anche su questo delicato interrogativo. Si tratta come è noto di un tema cruciale per i destini del nostro paese, e forse dell’intera Europa. Nei prossimi anni, infatti, le risorse da destinare alla programmazione industriale, allo stato sociale, al territorio e all’ambiente saranno esigue oppure consistenti soprattutto a seconda delle scelte sulle modalità di gestione del debito pubblico nazionale. Inoltre, non è un mistero che queste scelte potrebbero influenzare anche la discussione sui futuri assetti macroeconomici dell’Unione monetaria europea, una discussione che si è improvvisamente rianimata a seguito delle sempre più frequenti violazioni dei parametri di Maastricht e dei No francese e olandese al Trattato costituzionale. La linea attualmente dominante, sia in ambito accademico che politico, è quella che sollecita un rapido abbattimento del debito pubblico. Essa costituisce una implicita legittimazione per il «piano Ciampi» di riduzione del debito al 60% del Pil in appena un decennio, che fu al centro del dibattito di politica economica nei primi anni di governo dell’Ulivo e che molti all’interno dell’attuale centrosinistra vorrebbero rilanciare.

Dalla Rive Gauche è tuttavia emersa una seconda posizione, la quale sostiene l’opportunità di lasciare il debito pubblico in un intorno dei livelli correnti misurato ad esempio nell’arco di una legislatura, e comunque lungo un intervallo di tempo pluriennale. Numerosi esponenti della sinistra e del sindacato hanno mostrato crescente interesse nei confronti di questa opzione. Infatti, per quanto attualmente minoritaria, si ritiene che possa rappresentare uno sbocco politico concreto – e non autolesionistico, per un eventuale governo di centrosinistra – soprattutto nel caso in cui si aprisse una nuova stagione di lotte sociali.

Siamo insomma di fronte a quello che in futuro potrebbe rivelarsi un bivio politico di assoluta rilevanza. Si rende pertanto necessario un approfondimento delle due posizioni in campo per saggiarne la robustezza, sia teorica che politica. Essendoci già stati vari interventi in difesa degli attuali livelli del debito (si vedano ad esempio Realfonzo sul manifesto del 24 settembre, nonché gli istruttivi resoconti del convegno), esamineremo in questa sede la posizione «ortodossa», tesa al suo abbattimento. Questa posizione risulta efficacemente rappresentata dalle interpretazioni di Luigi Spaventa dell’ambiguo appello degli economisti apparso questa estate sul Sole 24 ore, così come dalle analisi del vicedirettore della Banca d’Italia Pierluigi Ciocca. In un intervento di qualche tempo fa al quale il manifesto diede ampio risalto, quest’ultimo in particolare denunciò «il gravosissimo lascito di una lunga stagione di irresponsabilità politica e finanziaria», causa a suo avviso del raddoppio del debito rispetto al Pil tra il 1981 e il 1995. Secondo Ciocca, dall’elevato debito sarebbe inoltre derivato e deriverebbe un impedimento all’accumulazione di capitale, sia perché l’alto prezzo del denaro penalizza gli investimenti, sia perché genera aspettative che deprimono la propensione a investire.

Questo tipo di posizioni, come è noto, viene solitamente giustificato sul piano teorico rinviando ai cosiddetti fondamentali» della teoria neoclassica. Tuttavia non dovrebbe esser questo il caso di Spaventa e di Ciocca, che mi risulta siano stati profondi conoscitori e critici della ortodossia dominante. Il grande problema è che in assenza di quel supporto teorico diventa ben difficile discutere di un rapporto stringente tra interessi e investimenti, del cosiddetto «spiazzamento», di relazioni causali rigide tra andamento del debito pubblico e struttura per scadenza dei tassi d’interesse, per non parlare della necessità di far seguire avanzi a disavanzi in modo da rispettare una condizione di pareggio di bilancio intertemporale tanto improbabile quanto abusata (sia in accademia che nei documenti della Commissione europea!). E soprattutto, risulta molto più insidiosa la discussione sulle famigerate irresponsabilità politiche e finanziarie. Ad esempio, riguardo all’impennata del debito pubblico italiano, in assenza dei consueti sostegni neoclassici diventa pressoché inevitabile concentrare l’attenzione sulle cause del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, prima ancora che sulle cause della incapacità della classe politica dell’epoca di adeguare il disavanzo di bilancio agli esiti di quel divorzio.

Insomma, tra gli economisti cosiddetti «critici» nessuna di queste relazioni può considerarsi scontata. Le loro strutture teoriche infatti non poggiano sulle comode basi di una espressione in valore del «capitale», né sulle strutture di preferenza di un agente rappresentativo immortale, né tanto meno sull’ipotesi di mercati futuri completi o di un equilibrio continuo abbinato ad aspettative «razionali». Ed è proprio guarda caso questo ripudio dei «fondamentali neoclassici» a far sì che l’economia «critica» pervenga ad un risultato di assoluta preminenza politica: la moneta non è neutrale. Essa cioè agisce nel profondo del livello, della composizione, della distribuzione e delle modalità di realizzazione del prodotto sociale, vale a dire delle modalità di organizzazione e sfruttamento del lavoro. Si tratta di un risultato che confligge drammaticamente con le proposte di abbattimento del debito pubblico. Tali proposte appaiono infatti del tutto conformi all’architettura macroeconomica dominante, che nella contesa politica sul controllo dei mezzi monetari e finanziari vede le istituzioni rappresentative – e più in profondità le classi subalterne – sottoposte a regole ferree, mentre le aristocrazie finanziarie godono di sempre maggiore discrezionalità, al punto che la banca centrale più potente del mondo si pone sistematicamente al servizio delle loro posizioni ultraspeculative. Potremmo dire insomma che i cosiddetti «Ponzi games» oggi più che mai dominano la moneta, plasmano il prodotto sociale, governano lo sfruttamento del lavoro e in definitiva limitano l’esercizio stesso della democrazia. Il fatto che questi siano tempi difficili non può non avere a che fare con il consolidamento di simili sequenze.

La grande partita sulla moneta rappresenta la premessa logica per individuare le risorse necessarie ad intervenire collettivamente sul sistema, e quindi per rendere credibile la riapertura del dibattito sulla programmazione, nonché sul piano. Questa partita – che vide un tempo fronteggiarsi i giganti, da Keynes a Von Hayek – sembra a prima vista così distante dai modesti destini del nostro periferico paese che discuterne qui potrebbe forse apparire fuorviante. Tuttavia, mi pare di ricordare che la Storia talvolta scorre proprio attraverso i suoi «anelli deboli». Anche per questo sarebbe utile che gli economisti «critici» proseguissero la discussione avviata dal convegno del 30 settembre, approfondendo proprio i nodi politici emersi nel corso dei lavori. E sarebbe opportuno che gli esponenti della sinistra partecipassero più attivamente a queste iniziative. Se non altro, si tratterebbe di un efficace rimedio per l’avvilente conformismo che sempre più caratterizza gli interventi di molti di essi.