Il mandato del nuovo ambasciatore americano Spogli e l’uomo di Condy tesse la tela con l’Ulivo

L’invito a pranzo arrivò gradito e per la verità anche un po’ inaspettato. Il neoambasciatore americano Ronald Spogli si era insediato solo poche settimane prima e stava, per così dire, ancora disfacendo le valigie. Ma evidentemente aveva una certa fretta di incontrare i principali leader dell’Ulivo.
Così il 20 settembre scorso Romano prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli ed Enrico Boselli si presentarono a: Villa Taverna. E lasciandosi alle spalle per un paio d’ore le polemiche sui pacs che in quei giorni erano al centro dei loro pensieri, ebbero un primo incontro informale con l’ambasciatore Spogli (Prodi arrivò mezz’ora prima degli altri per un colloquio a quattr’ occhi).
A prima vista, nulla di nuovo. Un buon ambasciatore cerca di stabilire rapporti cordiali sia con il governo che con l’opposizione. Ma a ben vedere, quell’incontro fu il primo segno tangibile di una svolta nella politica dell’amministrazione Bush, da una generale diffidenza verso il centrosinistra, che si era opposto alla guerra in Iraq, a un atteggiamento di grande attenzione alla vigilia di un anno elettorale importante.
Si dice che quel primo incontro a Villa Taverna non sarebbe potuto andare meglio. «Facemmo un giro d’orizzonte della situazione politica, senza approfondimenti particolari ma in maniera molto cordiale», racconta uno degli ospiti italiani. «Ma eravamo tutti consapevoli che il gesto dell’ambasciatore era importante in sé».
Gli italiani rimasero colpiti dalla preparazione di Spogli, dalla sua conoscenza precisa delle vicende di casa nostra e dal suo buon italiano, (l’ambasciatore, che fu compagno di corso di George Bush alla Harvard Business School, studiò a lungo in Italia da giovane). Insomma, un uomo di grande «raffinatezza e intelligenza», commentò Massimo D’Alema, mai molto prodigo di elogi.
Da allora, gli incontri di Spogli con i leader dell’Ulivo si sono moltiplicati: presentazioni di libri, convegni, colazioni di lavoro, visite nelle principali città italiane. Pur mantenendo ottimi rapporti istituzionali con il governo, negli ultimi due mesi il nuovo ambasciatore ha lavorato sodo per avviare un dialogo con l’opposizione.
«Del resto il nuovo ambasciatore non poteva non porsi da subito il problema dei rapporti con il centrosinistra», spiega il diessino Umberto Ranieri, vicepresidente della commissione Esteri. «Il suo predecessore è stato ambasciatore a Roma in anni in cui sembrava che la Casa delle Libertà avesse avviato un ciclo lungo al potere. Oggi le prospettive sono diverse. E mi sembra che nell’amministrazione Usa si stia facendo strada già da almeno un anno l’idea che a guidare il Paese potrebbe essere il centrosinistra e che dunque convenga disporsi a imbastire un dialogo costruttivo».
Gli osservatori più attenti hanno colto anche un cambiamento nel linguaggio della diplomazia Usa – ad esempio il nuovo ambasciatore preferisce, quando è possibile, riferirsi al popolo italiano anziché al governo italiano. C’è un’attenzione maggiore alle questioni economiche e ai problemi della modernizzazione del sistema Italia, e un’enfasi molto meno marcata sulla guerra in Iraq, che fino a poco fa sembrava l’unico tema sul tappeto nei rapporti con Washington.
In questo senso, la missione in Italia di Spogli rientra in quella svolta pragmatica impressa da Condoleezza Rice (l’ambasciatore è stato fortemente voluto dalla Rice, mentre il suo predecessore Sembler era soprattutto legato a Bush senior), tesa a recuperare il dialogo con la sinistra europea che si era praticamente interrotto con la guerra in Iraq.
Ma naturalmente un dialogo pieno dell’amministrazione Bush con il centrosinistra non potrà prescindere dal conflitto iracheno. In una recente intervista a «La Stampa», Spogli ha dichiarato di aver avuto «varie conversazioni con i leader dell’opposizione» e di averli trovati «molto prudenti» sul tema della guerra e del disimpegno.
Evidentemente, a quelle conversazioni, non hanno partecipato tutti gli esponenti del centrosinistra. Difficile immaginare Oliviero Diliberto, Pecoraro Scanio o Fausto Bertinotti esprimersi in modo «molto prudente» con l’ambasciatore sul tema dell’Iraq.