Il lungo cammino dall’Italia a Beirut

L’assemblea e la marcia di Assisi di oggi rappresentano un utile segnale della ripresa della mobilitazione pacifista, che nel mese di agosto – durante la guerra e l’invasione d’Israele del territorio libanese – è stata debole e tardiva. Giova ricordare che tale appuntamento è stato indetto ben prima della risoluzione 1701 e della cessazione della guerra (e quindi della proposta di invio di un più nutrito contingente di caschi blu), con l’obiettivo di fermare il massacro dei civili e richiamare la comunità internazionale alle proprie responsabilità. Più in generale, merito della marcia di Assisi di oggi sta nella proposta di rilanciare un movimento e l’iniziativa per la pace in Medio Oriente fondata sul tradizionale principio di «due popoli, due stati», sul rispetto dei diritti umani e sull’applicazione di tutte le risoluzioni delle Nazioni unite, nessuna esclusa. Con la temporanea cessazione della guerra, l’approvazione della risoluzione 1701 e la decisione di inviare – rafforzando la precedente missione Unifil – un più numero numeroso contingente di caschi blu, la manifestazione di Assisi si arricchisce di elementi nuovi utili ad aprire una riflessione e a promuovere l’iniziativa del movimento pacifista ancora più puntuale.
Una considerazione da fare è che la guerra d’Israele è stata un (criminale) fallimento che oltre a mietere vittime innocenti e a violare il diritto internazionale ha reso più difficile la strada verso la pace ora sempre più lontana. Non di meno questa guerra ha indebolito la posizione politica di Israele che ha dovuto riconoscere – per la prima volta in questo modo così significativo – il ruolo e l’iniziativa delle Nazioni unite. È sicuramente sbagliato salutare in modo trionfalistico la risoluzione 1701 e di invito del contingente di caschi blu come rinascita dell’Onu e del multilateralismo democratico. Non è così. È altrettanto sbagliato però non vedere come la risoluzione 1701 e l’invio dei caschi blu siano un atto dovuto e necessario per mettere uno stop ai massacri e difendere le popolazioni inermi. L’alternativa all’iniziativa dell’Onu non c’è, o meglio sì: la continuazione della guerra.
Dalla risoluzione 1701 non viene tracciata la strada della soluzione dei problemi nel Medio Oriente, né la gestione della missione Onu sarà semplice sul terreno. Di certo si potrebbe però evitare in questo modo un altro incendio incontrollabile e altre sciagure per la popolazione civile del Libano. Ecco perché il movimento pacifista – pur riconoscendo la novità e l’importanza concreta dell’iniziativa delle Nazioni unite – non può accontentarsi e adagiarsi su una, per certi versi, estemporanea e precaria soluzione della guerra in Libano, né abdicare troppo ad un ecumenismo politico che dimentica di denunciare le responsabilità in nome di una «idealpolitik» umanitaria e un po’ rinunciataria. Serve il coraggio di un’iniziativa più incisiva per la pace in Medio Oriente: oltre e dopo la risoluzione 1701, una vera e propria «conferenza di pace» che garantendo sicurezza a tutti ristabilisca i diritti violati dei popoli; e ovviamente e per primo di quello palestinese.