Il Libano di Amnesty

E’ in corso un’accesa discussione sulle regole d’ingaggio e sulle caratteristiche dell’intervento militare di interposizione tra Libano e Israele. La discussione finisce per coprirne un altro argomento: quello che riguarda «le responsabilità per le gravi violazioni del diritto umanitario commesse da Hezbollah e da Israele nel mese di conflitto». Occorre in proposito, secondo Amnesty International, «un’inchiesta urgente, esaustiva e indipendente da parte delle Nazioni unite». Sempre secondo Amnesty, «la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante (sono) parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che «danni collaterali», derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari». Amnesty ha aggiunto che alle «vittime civili, uccise sui due lati del conflitto, va resa giustizia». E Amnesty (servizio a pagina 5) insiste sul tema dei «crimini di guerra» che poi sono di due tipi, questa volta: uccisione inutile o meglio terroristica di civili e disastri ambientali: disastri dolosi.
Nel corso della guerra Amnesty ha svolto quattro missioni in Libano e Israele, raccogliendo informazioni e testimonianze di centinaia di persone su entrambi i lati del fronte, visitando i luoghi della guerra, le città abbandonate, i paesi rasi al suolo. Il quadro che ne risulta è di un’area distrutta da una sorta di terremoto ambientale e umano. Non che ci si possa stupire, la guerra ha proprio questo compito: distruggere gli insediamenti umani costruiti nel corso di secoli, le attività della vita, la natura, fatta di spazio, di spiagge, di acqua, di campi e città, di boschi e frutteti. I danni in euro si calcolano in migliaia di milioni, ma è un conto crudele e fine a se stesso. Quanto vale una vita di bambino? Da entrambi i lati del fronte qualche capo di guerra, ci sta riflettendo. Molte mamme, molti padri piangono.
Leggere i resoconti di Amnesty, poi riassunti nel suo documento proposto al pubblico e al consiglio di sicurezza del’Onu, è entrare in un mondo di desolazione, di ospedali sotto i colpi di cannone, di paesi e città bersagliati scientificamente dal mare, dal cielo, dalla terra. Solo fatti, nessuno sfogo di emozioni, nessuna parola superflua. Ma la visione della guerra e delle sue distruzioni di vite e di beni comuni è ugualmente intollerabile.
Ora bisogna ricostruire, muovendosi nelle strettoie delle regole d’ingaggio. Sul terreno ci saranno militari dappertutto, gli irriducibili che vorrebbero combattere, e gli altri, chiamati a interporsi, a impedirgli di ricominciare, a garantire che non ci siano errori o colpi di mano. Un compito arduo. Ma bisogna andare oltre, capire cosa è accaduto, trovare il modo di giudicare i responsabili. Il tribunale per i crimini guerra esiste per questo. E poi bisogna scegliere il da farsi. L’Italia sembra decisa a mandare moltissimi soldati, certo con l’intenzione di difendere il cessate-il-fuoco, un impegno assai più generoso di quello di ottenere il generalissimo e il copyright del codice d’ingaggio.
La spesa da stanziare, molto ingente, è considerata necessaria per il mantenimento della pace. E va bene. Ma non sarebbe meglio se gli stessi soldi potessero, in un domani, servire a ricostruire tutti i ponti, a riportare nelle case l’acqua necessaria per vivere, a rifondare alla vita, sicura, pacifica, le città di Haifa e di Beirut?