Il lento declino del Sahara occidentale occupato

Per l’attivista saharawi le aperture del Marocco sono finte. Nella regione nulla è cambiato
Militanti arrestati Represso con violenza un raduno per l’indipendenza ad Al Aaiun: decine di feriti. E intanto la prospettiva del referendum appare sempre più remota

«L’ondata repressiva attuata negli ultimi giorni dalle forze di sicurezza marocchine conferma solo una cosa: il totale disprezzo della libertà d’espressione del regno alaouita». Ali Salem Tamek non ha peli sulla lingua quando commenta le notizie provenienti dalla sua città, Al Aaiun, capitale amministrativa del Sahara occidentale, dove martedì una manifestazione di attivisti saharawi per l’indipendenza è stata caricata dalle forze di sicurezza con un bilancio di diversi feriti e arresti arbitrari. Con i suoi quattro soggiorni in carcere alle spalle, questo giovane militante (ha 31 anni) è impegnato da settimane in una campagna di sensibilizzazione in Europa sulle violazioni compiute nel Sahara occidentale dalle autorità di Rabat, che occupano la regione dal 1976 in totale spregio al diritto internazionale. Ieri è stato ascoltato dalla commissione dei diritti umani del Senato, dopo che la settimana scorsa aveva già riferito all’analoga commissione della Camera dei deputati. In entrambi i casi ha esortato i parlamentari italiani a non disinteressarsi della vicenda del Sahara occidentale, raccontando loro la sua storia personale.

Una storia che si declina in tre tentativi di fuga dalle zone occupate ai campi profughi di Tindouf, in Algeria, dove il Fronte Polisario ha stabilito la Repubblica araba saharawi democratica (Rasd); quattro successivi periodi di detenzione; ripetuti scioperi della fame e un procedimento di grazia da parte del re Mohammed VI nel gennaio del 2004. Una grazia che, in quanto tale, Tamek respinge: «Per quanto mi riguarda non lo considero un procedimento di clemenza, ma la semplice correzione di una sentenza iniqua. Sono state soprattutto le pressioni internazionali e interne a costringere il re a liberare me e altri dodici detenuti politici». Tamek era stato condannato per «attentato alla sicurezza interna dello stato». La sua colpa? Non aver mai negato di essere un simpatizzante del Fronte Polisario.

La verità è che l’attivismo di Ali Salem Tamek dà fastidio: contro di lui è stata scatenata una vera e propria campagna denigratoria sulla stampa marocchina, soprattutto quella più addomesticata. Qualche settimana fa il quotidiano Aujourd’hui le Maroc titolava la sua prima pagina a caratteri cubitali con un interrogativo vagamente assertivo: «Bisogna espellere Tamek a Tindouf?».

Nonostante le indubbie aperture dal re Mohammed VI in termini di libertà d’espressione, il Sahara occidentale resta in effetti un soggetto tabù. Chiunque parli di diritto all’autodeterminazione dei saharawi è accusato di «tradimento». Ultima vittima in ordine di tempo, il noto giornalista marocchino Ali Lmrabet, direttore di diversi giornali chiusi a più riprese dalle autorità, e incarcerato per alcuni mesi nel 2003 per una vignetta satirica sul re. Di recente a Lmrabet è stato impedito di esercitare l’attività giornalistica per dieci anni, solo perché ha «osato» visitare i campi di Tindouf.

Non stupisce quindi che la manifestazione di martedì sia stata repressa in modo violento. Gli attivisti, riuniti ad Al Aaiun in occasione del 32esimo anniversario della fondazione del Polisario, si sono spinti decisamente troppo oltre per gli standard marocchini: hanno gridato slogan in favore dell’indipendenza, hanno sventolato la bandiera della Rasd e inneggiato al suo presidente Mohammed Abdelaziz.

Alla domanda sulle aperture compiute dalla monarchia negli ultimi tempi, Tamek sorride. Poi risponde serio: «Mohammed VI non ha la minima intenzione di fare il referendum sull’autodeterminazione del Sahara occidentale (previsto dal piano dell’inviato Onu James Baker ndr). Suo padre Hassan II, per quanto più repressivo, era possibilista su questo punto». Il giovane militante non nega che le maggiori nefandezze del passato (quando gli attivisti saharawi erano arrestati a decine e spesso fatti scomparire in qualche carcere segreta) non accadono più in modo diffuso, ma ritiene che il regime sia stato costretto dalla congiuntura a mutare politica. «In un mondo globale non è più possibile perpetrare torture in tutta impunità; le informazioni circolano; l’opinione pubblica internazionale non è più disposta a tollerare certi eccessi». Nonostante tutto, però, la comunità internazionale continua a essere più che disposta a tollerare l’occupazione marocchina del Sahara occidentale e i continui boicottaggi di Rabat del referendum per l’autodeterminazione.