Il leader di Hamas contro Fatah:«No a elezioni o sarà guerra»

Hamas accusa Fatah di non avere intenzione di lavorare seriamente all’ipotesi di un governo di unità nazionale e di mirare solo ad elezioni anticipate per scalzare l’attuale governo. Da Damasco il leader esiliato del principale movimento islamico palestinese, Khaled Meshal, mette in guardia il presidente Abu Mazen dall’azzardarsi a procedere in tal senso. Le prevedibili conseguenze della lotta intestina che coinvolge sia il livello politico che quello delle fazioni armate palestinesi sono riassunte nelle parole pronunciate un paio di giorni fa dal sovrano del regno ashemita di Giordania, Abdallah, «Se dovesse scoppiare un guerra civile, i palestinesi rischierebbero di dover rinunciare alle loro aspirazioni di una nazione autonoma».
La minaccia ad Abbas del leader di Hamas da Damasco Meshal porta dritta verso una strada tutta in salita, affacciata su un precipizio. Dalle pagine del quotidiano saudita al-Hayat Meshal ha dichiarato Abu Mazen «non provi a sciogliere il parlamento e a proclamare elezioni anticipate, altrimenti Hamas si opporrà con la forza». Rispetto alla questione del riconoscimento dello Stato Ebraico da parte di Hamas, che blocca ogni trattativa su un nuovo governo, Meshal ha affermato: «Israele esiste, ma io non ne riconosco la legittimità». Il capo dell’ufficio politico di Hamas esiliato in Siria, considerato la mente dell’operazione che nel giugno scorso a portato al rapimento del soldato israeliano Shalit, nella stessa intervista ha affermato che il ritardo per il rilascio del militare è da attribuirsi all’ostinazione del premier israeliano Olmert rispetto alla liberazione di detenuti palestinesi.

Altre accuse a Fatah da parte degli esiliati di Hamas arrivano dal Libano. Ieri Osama Hamdan, leader del movimento a Beirut ha affermato che il partito del presidente Abbas non ha interesse alla formazione di un governo di unità nazionale, ma che seguendo le istruzioni di Bush lavora «all’obiettivo finale di rovesciare la scelta de popolo palestinese in ogni modo» e favorire la politica statunitense di “Grande Medio Oriente”.

Paradossalmente nella diatriba politica in corso, sono gli esponenti di Hamas nei territori palestinesi a comportarsi da colombe e tentare di gettare acqua sul fuoco. Ahmed Youssef, consigliere politico del primo ministro Haniyeh, ha proposto una riunione dei vertici di Hamas e Al Fatah al Cairo, per superare lo stallo istituzionale e discutere della formazione di un governo di unità nazionale. Youssef ha dichiarato che «ogni ritardo o posticipazione nella formazione del nuovo governo, non risponde agli interessi di nessuno». Tuttavia, far saltare l’ipotesi di un nuovo governo, data l’attuale composizione parlamentare palestinese potrebbe fare comodo a qualcuno. A Fatah, tanto per cominciare, dato che i sondaggi la danno favorita. Mentre Israele, Stati Uniti ed Unione Europea, nell’ipotesi di un cambio di governo determinato da elezioni “free and fair”, tornerebbero a gestire la questione palestinese con gli interlocutori di sempre, probabilmente con gli stessi risultati, ovvero negoziati e firme su pezzi di carta.

Intanto, nonostante le accuse dei leader in esilio di Hamas (come di molti esponenti islamici palestinesi) l’ipotesi della formazione di un nuovo governo non risulta ancora ufficialmente smantellata. Ieri Abu Mazen ha incontrato una delegazione della sicurezza egiziana per discutere la crisi nei Territori e le prospettive di un nuovo governo di unità nazionale.

Intanto un’ulteriore ombra sul futuro prossimo dei palestinesi arriva con l’omicidio di Ali Shakshak, 35 anni, esponente dei servizi segreti palestinesi (legati a Fatah), colpito alle gambe in un agguato di miliziani a Gaza City e morto nel pomeriggio di ieri nel principale ospedale della città. Va ricordato che il bilancio degli scontri inter-palestinesi delle ultime due settimane è di 13 morti e oltre 130 feriti.

Contemporaneamente continuano le incursioni dell’esercito israeliano su Gaza. Ieri mattina all’alba, nel quartiere di Faraheen a Khan Younis (sud di Gaza) in un raid aereo che aveva come obiettivo le basi di lancio di razzi qassam verso Sderot (Israele) sono rimasti uccisi 5 palestinesi (di cui 2 civili), mentre altri 13 sono stati feriti. All’incursione aerea è seguita un’operazione di terra, volta all’individuazione di tunnel. Anche a nord della Striscia (Jabalia) un intervento dell’Idf ha portato all’uccisione di un leader delle Brigate Martiri di Al Aqsa (Fatah) ed alla distruzione della sua abitazione.

Come rappresaglia per l’attacco a Khan Younis il braccio armato di Hamas minaccia di dimostrare all’esercito israeliano, secondo le parole del capo delle Brigate Ezzeid el Qassam Abu Ubeida, “capacità militari inedite” aggiungendo che “tutte le operazioni di Tsahal a Gaza intendono nascondere il suo fallimento per il rilascio del soldato Gilad Shalit”.

I miliziani palestinesi intanto, continuano a lanciare missili verso il territorio israeliano. Un razzo è caduto a 50 metri da un autobus con a bordo famiglie, scatenando il panico a bordo del veicolo. Questo nonostante l’intensa attività delle ultime ore delle forze di sicurezza israeliane nella Striscia di Gaza, che, come dimostrano i fatti, danneggia soprattutto i civili, che, loro malgrado non possono che subire le conseguenze dell’occupazione, come delle diatribe intestine.