Il leader del Pd: Fausto mi è piaciuto

— «Non solo non ha fatto bene con il governo, ma ora si vuole anche mettere in mezzo sulla legge elettorale per farla saltare e andare ai referendum? Non possiamo permetterglielo». Parla così Bertinotti.
Nel suo studio, il presidente della Camera riceve i compagni di partito e non sembra affatto pentirsi dell’intervista rilasciata a Repubblica. Tranne che per un particolare: «Ho paragonato Prodi a un grande poeta, Cardarelli, ma quella definizione, “grande”, mi sembra veramente eccessiva».
L’uscita di Bertinotti scuote il mondo politico. Caso strano l’unico a conoscerla in anticipo — quasi fin nei dettagli — era Veltroni. Ufficialmente, è chiaro, il leader del Pd batte e ribatte sull’importanza della stabilità di governo e sembra quasi prendere le distanze da Bertinotti. Peccato che non sia così: «Mi è piaciuto il fatto — racconta ai suoi — che Fausto abbia insistito sulla necessità di una riforma della legge elettorale». E che Bertinotti abbia più che insistito su questo punto, suscitando anche la sorpresa — nonché l’imbarazzo — del suo
partito era nell’ordine delle cose. Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo Economico, nonché amico di Bertinotti da lunga data, la spiega così: «Fausto è stato esplicito. Ha detto a Prodi: alziamo i salari, che lo vuole anche Draghi, e, soprattutto, facciamo la riforma elettorale. O accetti di farla tu, oppure si farà altrimenti, persino con un governissimo. Dopodiché il Prc manterrà le mani libere».
Magari così non sarà, magari il Prc si allineerà, ma, come dice Bertinotti, il «fantasma del ’98 non ci può fare accettare tutto. Già abbiamo votato per senso di responsabilità il Welfare, ora basta». Anche perché se il Welfare può tutt’al più segnare un calo dei voti di Rifondazione, l’iniziativa referendaria può decretarne la morte. Non sarà tedesco puro perché così Veltroni non vuole? Pazienza, ci si accorderà lungo la strada. Ma «quello che non si può fare è restare immobili e farsi crocifiggere per Prodi». Certo, da quell’animale politico che è, Bertinotti non può non sapere che le sue uscite suscitano contraccolpi anche sulla Cosa rossa, i cui segretari si riuniranno alle nove di stamattina alla Camera.
Fabio Mussi era — parole sue — «incazzato come una biscia», i Verdi erano attoniti e Diliberto approfittava per un colpo basso nei confronti del Prc. Ma il presidente della Camera è convinto che «occorra anche
marcare l’identità della Cosa rossa» e anche per questo ha fatto quelle dichiarazioni. Così, almeno, ha spiegato ai dubbiosi del Prc che temono che Mussi alle elezioni politiche finisca nelle braccia di Veltroni. Bertinotti alza le spalle e spiega ai compagni di partito: «Tanto questa è l’unica strada che possono intraprendere, altra non ce n’è». Come a dire, anche se Mussi sbuffa, Pecoraro Scanio strepita e Diliberto punta i piedi, preoccupato della possibile microscissione del Pdci ad opera di Marco Rizzo, alternativa non c’è. Anche per questo Bertinotti va giù pesante con Prodi: «La smettesse di fare il paladino dei partiti piccoli perché così rischia di rovinare tutto». Anche il suo governo, ben si intenda.
Quanto alla partita futura, quella che Veltroni e Bertinotti giocheranno sullo scacchiere della riforma elettorale, quella è un’altra storia. Il presidente della Camera è pronto «a tornare all’opposizione», il sindaco a giocare le carte del Pd a vocazione maggioritaria. Strategie diverse, obiettivi convergenti. Non sarà un tedesco tedesco e neanche uno spagnolo spagnolo. Sarà, per dirla con le parole di un autorevole esponente del Pd, un modello che viene dalla Germania subendo, durante il viaggio, delle italiche modifiche. L’importante è che si vada avanti. Lo vuole Veltroni. Lo vuole Bertinotti. Ma Prodi, di sicuro non vorrà fare la parte del poeta morente che gli ha assegnato il presidente della Camera. Perciò nel Pd c’è chi teme (e anche chi spera) che il premier urli all’inciucio e faccia saltare il tavolo. Ma parlare di compromesso al ribasso con Berlusconi quando c’è pure il Prc in mezzo sembra molto molto difficile. Anche per Romano Prodi.