Il lato oscuro di Lampedusa

A seguito delle indagini compiute dal Tribunale dei Ministri sulla vicenda di Lampedusa sono state finalmente chiarite delle circostanze che in sede politica erano rimaste oscure.
Adesso finalmente sappiamo che l’Italia non ha firmato neanche uno straccio di accordo con la Libia che regoli la c. d. “riammissione” dei profughi sbarcati a Lampedusa e garantisca che gli espulsi non siano assoggettati a trattamenti inumani o degradanti e non siano spediti in Paesi dove potrebbero subire persecuzioni o discriminazioni. Tuttavia se l’accertamento dei fatti fin qui compiuto dall’autorità giudiziaria ha chiarito alcuni aspetti, ne sono rimasti comunque irrisolti i nodi fondamentali.

Infatti non è stata fatta chiarezza su un aspetto centrale di questa vicenda, oggetto della risoluzione del Parlamento Europeo del 14 aprile 2005, che ha lanciato un severo monito alle autorità italiane, osservando che: “le espulsioni collettive di migranti verso la Libia da parte delle autorità italiane costituiscono una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane sono venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciate nel loro paese d’origine”.

I denunzianti – ricordiamo che l’indagine nasce da un esposto presentato da un folto gruppo di parlamentari dell’opposizione e di rappresentanti di associazioni – avevano chiesto all’autorità giudiziaria di accertare proprio questo aspetto, se l’allontanamento massiccio in Libia dei profughi fosse fondato su provvedimenti di espulsione individuali o fosse avvenuto con modalità tali da costituire espulsione collettiva. L’espulsione collettiva è vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (art. 4 del Protocollo 4), che vieta anche quelle espulsioni che espongano lo straniero al rischio di dover subire torture o trattamenti inumani e degradanti, come più volte la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha avuto modo di ricordare agli Stati membri.

Proprio per questo i denunzianti avevano chiesto all’autorità giudiziaria di identificare tutte le persone oggetto della procedura di “riammissione” in Libia.

Su questo aspetto l’istruttoria, in sede di indagini preliminari, risulta del tutto carente. Le persone espulse in Libia sono rimaste dei semplici numeri, non hanno avuto la dignità di un nome o un cognome, non hanno un volto. Il loro destino è rimasto ignoto e, per quel che se ne capisce, questa è l’ultima delle preoccupazioni che hanno angustiato le autorità politiche italiane.

Eppure l’ordinamento interno pone dei seri limiti all’espulsione dei profughi (siano essi migranti illegali ovvero richiedenti asilo), vietandola in tutti quei casi in cui c’è pericolo di persecuzione o comunque seri rischi per la vita o i diritti fondamentali del migrante. Con i limiti del diritto interno concorrono quelli del diritto internazionale, specialmente quelli derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Per questo quando lo Stato dispone l’ espulsione di uno straniero – esercitando una legittima prerogativa della sovranità – non si può disinteressare della sua sorte, anzi l’espulsione (compreso il c. d. respingimento differito) intanto si può disporre ed eseguire, in quanto sia stato preso in considerazione il destino a cui va incontro colui che viene espulso.

Da resoconti giornalistici e da resoconti ufficiali, come per esempio quello redatto il 4 aprile 2005 da una missione del Consiglio dell’Unione Europea, appare chiaro che la Libia non è attrezzata per gestire il rimpatrio dei profughi in modo conforme agli standard internazionali, anzi emerge una situazione catastrofica in cui il rispetto dei diritti umani fondamentali non è soltanto a rischio ma è oggetto di una flagrante e massiccia negazione. I rimpatriati in Libia vengono trattenuti dalle autorità di quel Paese nel campo di detenzione di Al Gatrun, situato in pieno deserto, e poi rispedite nei relativi Paesi di origine, spesso con mezzi di fortuna che attraversano il deserto libico fino al confine nigeriano. Una traversata infernale di circa dieci giorni, senza soste ed in condizioni estreme, tra dune, montagne, violenze e dolore; una traversata che l’anno scorso aveva già provocato 106 morti, secondo le fonti ufficiali libiche. A questo proposito, si veda l’accurato reportage pubblicato su L’Espresso del 24 marzo 2005, nonché il servizio trasmesso nel corso del programma televisivo di Rai 3 Ballarò del 21 dicembre 2004.

Su questi aspetti l’indagine preliminare compiuta dal Tribunale dei Ministri non ha fatto alcuna chiarezza, anzi il buio rimane più profondo di prima. Di qui l’opposizione all’archiviazione da parte dei denunzianti e la richiesta di ulteriori accertamenti che, in questa vicenda, appaiono doverosi.