Il Grillo parlante e la paura del flop

Si tratta di capire come la mega-invettiva del V-day possa impattare sull’appuntamento del 14 ottobre. I leader ne hanno parlato fra di loro, Veltroni ha sentito per telefono Fassino. Il sentimento sembra piuttosto ambivalente. Il sindaco di Roma è convinto che dall’8 settembre di Beppe Grillo si possa ricavare qualcosa di positivo: non tanto per lui ma per il nascente Partito democratico (ma vai a scindere le due cose…). Però la preoccupazione dell’Ulivo, e dei tre candidati più forti alla segreteria, è che il sentimento che ha impregnato il discorso del comico genovese possa demoralizzare le truppe. Soffiando sul fuoco dell’antipolitica, Grillo può aver contribuito a generare un brutto clima, tutt’altro che positivo in vista del 14 ottobre. Detta papale papale, la paura è che a votare ci vada meno gente del previsto o dell’auspicabile. Una specie di riflusso. Che per il Pd sarebbe mortale. Come dunque raccogliere il buono che si è espresso in piazza l’8 settembre, naturalmente depurandola dalla «volgarità» e dal «qualunquismo» (termini che si sentono ripetere ai piani alti del Pd) e farla incontrare con la spinta che ci si augura le primarie produrranno? È una bella scommessa. I gruppi dirigenti dell’Ulivo si trovano di fronte, ancora una volta, a un magma popolare che punta l’indice contro la politica, dunque anche contro l’Ulivo stesso. Inevitabilmente la mente va al 2002 dei girotondi, sbeffeggiati però anch’essi dal comico genovese e comunque figli di un altro contesto politico.
Rosy Bindi ci ha messo il cappello con grande tempismo. Forte la sua sottolineatura della necessità di una nuova legge elettorale, «altrimenti non ci dobbiamo ricandidare». Di certo la sua intervista di ieri a Repubblica costituisce la prima risposta al V-day
anche se, a quanto sembra, il giornale di Ezio Mauro aveva chiesto in precedenza un’intervista a Veltroni, individuato come l’interlocutore primo dell’invettiva grillesca. Il sindaco di Roma pensa di aver già dato perlomeno alcune risposte. Dal Campidoglio si rinvia al Decalogo istituzionale. E allora andiamo alle pagine 134-140 del libretto rosso di Walter, quel La nuova stagione che è pure un successo editoriale. Si legge: «La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione. Il Pd nasce per porre
un argine a questa deriva…». Segue l’elenco delle dieci riforme istituzionali che Veltroni propone, fra le quali la «drastica riduzione del numero dei parlamentari» che figura nella proposta di legge di iniziativa popolare di Grillo sottoscritta sabato scorso da trecentomila elettori. Ieri il segretario in pectore del Pd non ha commentato la vulcanica esternazione di Grillo, ed è assai probabile che quei toni non gli siano piaciuti. Parlerà oggi. Cercherà di rispondere più con i fatti che con le parole.
Si cerca in ogni modo di riparare, di rispondere. Per esempio si tenta di mandare in archivio al più presto e con minore danno d’immagine possibile la pratica dei segretari regionali, sulla quale ieri si è registrata una dura presa di posizione di Parisi, che ha criticato una notizia data dall’ Unità circa la spartizione fra Ds e Margherita delle regioni. Ieri mattina al Botteghino si è riunito lo stato maggiore della Quercia su uno dei casi più spinosi, il Piemonte, dove sono in campo due diellini, il rutelliano Gianluca Susta e l’ex ppi Gianfranco Morgando. Fassino ha confermato l’appoggio dei Ds al primo. Quando manca ormai un solo giorno alla definizione della candidature per le leadership regionali restano aperti tre fronti: Campania (sta emergendo il nome del demitiano Tino Ian-nuzzi), Sicilia (il rutelliano Latteri contro l’ex ppi Genovese), Sardegna, dove Renato Soru potrebbe fare un passo indietro. Lascerebbe anche il ds Cabras, spunterebbe un terzo uomo..