Il grande Torino: una leggenda troppo grande anche per la tv

Su Raiuno la fiction di Claudio Bonivento sul Grande Torino: una malinconica elegia sul mito granata che dimentica il fascino di una squadra che rappresentò lo slancio della Liberazione e il fervore della ricostruzione

Salendo alla collina di Superga, sotto l’ultimo dei contrafforti, alla fermata del trenino a cremagliera, ci si imbatte in una piccola trattoria: chi entra vede subito, incorniciata in legno e ingiallita dal tempo, la foto in biancoenero del Grande Torino, i cui giocatori morirono poche decine di metri più in alto, proprio dietro la basilica, nello schianto del 4 maggio 1949. La foto, riprodotta in milioni di esemplari, veniva religiosamente conservata (e lo è ancora, in moltissimi casi) nelle case e nei bar sport di tutt’Italia. Non esagera affatto chi dice che il Grande Torino è la massima leggenda del calcio italiano, circonfusa da un’aura mitologica che ne assorbe sia i successi sportivi senza precedenti (si tratta di una squadra che vince cinque scudetti consecutivi, fra il ’43 e il `49, e segna qualcosa come 483 gol) sia la ferita crudele che nemmeno il lutto ha saputo rimarginare. Coloro che oggi hanno almeno cinquant’anni ne sanno a memoria la formazione, imparata a scuola come fossero endecasillabi di una poesia; dei campioni (e sul serio tutti lo erano) rammentano ancora la fisionomia, ne indovinano il carattere umano, non soltanto la scheda tecnica: Bacigalupo, il portiere, uno all’inglese, acrobata massiccio; i terzini Ballarin e Maroso, quest’ultimo scattista di raffinata eleganza; i mediani Grezar e Castigliano, cursori infaticabili e insieme stilisti; lo stopper Rigamonti, il più roccioso; l’interno Loik, atleta fiumano dai grandi polmoni; il centravanti Gabetto, lucido di brillantina, imprevedibile acrobata; Menti e Ossola, le due ali del quadrante d’attacco; infine, l’eroe eponimo Valentino Mazzola, l’anima della squadra, insieme con Meazza il massimo prodotto del calcio italiano, un interno di regia dal moto perpetuo, uno che sapeva recuperare la palla, dettare il passaggio e concludere indifferentemente con i due piedi o di testa, colui che inaugurava (quando ancora la parola leader non era infetta e impronunciabile) il famoso «quarto d’ora granata», cioè il frangente in cui la squadra ingranava la marcia, dava all’incontro cadenza frenetica e chiudeva di fatto la partita. Ma del Grande Torino non affascinava lo strapotere tecnico, il fatto che vincesse con disarmante regolarità; era invece una diversa e più profonda sintonia con le masse del paese (milioni di italiani incollati alla radio, inchiodati dalla voce stentorea di Nicolò Carosio) uscito a pezzi da vent’anni di dittatura fascista e da una guerra che lo aveva annichilito, a rendere preziosi quei ragazzi che giocavano a calcio quasi fossero un bene redivivo e insperato. La squadra del Torino riassumeva in emblema lo slancio della liberazione e il fervore della ricostruzione. Non rappresentava solo l’ottimismo di chi si è lasciato alle spalle un male così tetro da sembrare assoluto, quanto una ricompensa, la restituzione simbolica di un legame sociale che tale appariva almeno nel rito della domenica. Domenica dopo la guerra è un libro scritto negli stessi anni da Henry Miller e sintetizza forse come nessun altro il frangeste storico, chiarisce la genesi di un mito che fu appunto, nella accezione esatta, nazionale e popolare. Epica, senza alcun dubbio.

Di segno opposto è invece la produzione di Rai Fiction in onda stasera e domani in prima serata, Il Grande Torino, per la regia di Claudio Bonivento, tre ore di televisione mai volgare o demagogica e nemmeno revisionista (dati i tempi, già un risultato), che però, nonostante la base documentaria e le fonti dichiarate (ad esempio Il romanzo del Grande Torino, di Renato Tavella e del figlio d’arte Franco Ossola, Newton Compotn 1994, ora ristampato), non riesce a riattivare per immagini il mito né a passarlo sotto una lente critica, perché Bonivento sceglie la soluzione dell’elegia e di un sostanziale intimismo. L’Italia di allora non si vede (se non nelle aule di un liceo, o in qualche manifesto elettorale del `48), la stessa squadra del Torino (a parte un notevole Giuseppe Fiorello con la maglia di Valentino) è appena il fondale per una duplice vicenda che sa di Giuseppe Giacosa, di De Amicis e persino, paradossalmente, dei décor retrodatati che appartengono a I sovversivi di Mario Monicelli (antiche soffitte, case di ringhiera, caffè e confetterie del centro) piuttosto che di neorealismo e di Cesare Pavese.

La vicenda del Torino, in altri termini, è un pretesto affinché si sviluppi il duplice romanzo di formazione che occupa tutta quanta la fiction: da una parte Angelo, ragazzo immigrato da Casoria (povertà, un padre violento e vulnerabile, un fratello sbandato) che con grandi sacrifici termina gli studi e arriva a giocare tra le riserve della prima squadra, poi scampando per caso al disastro di Superga; dall’altro la storia ben più verosimile, e davvero autobiografica, di Susanna Erbstein (figlia di Ernesto Egri, l’allenatore, maestro dei ragazzi insieme ai quali è perito, un intellettuale cosmopolita che allora leggeva e dava da leggere Homo ludens di Huizinga, tanto per intendersi). Come avviene fatalmente in qualunque romanzo di formazione, il prezzo della crescita è il più esoso, vale a dire che coincide con una rinuncia e lo straziante abbandono del limbo adolescente. Infatti, proprio nel momento in cui i due protagonisti sembrano realizzare un’unione, il destino ne annienta ogni aspettativa: Angelo esordisce nella partita che commemora i campioni, quindi smette di giocare per sempre, mentre Susanna asseconda come fosse un castigo crudele, per lei che diverrà una star, la propria vocazione alla danza emigrando a Parigi, nell’altrove assoluto. Chi dunque paventava la tentazione della nostalgia paga invece il pedaggio di una spesso esalante malinconia, che se spegne a priori i sovratoni del melodramma, non scampa tuttavia né al bozzettismo (si pensi alle figure di contorno, che hanno tratti stereotipi, volentieri edificanti) né al patetico che naturalmente ne discende.

Va aggiunto che con onestà il regista Bonivento, prima dei titoli di coda, fa scorrere per alcuni minuti delle immagini di repertorio. Sono sequenze che tutti conoscono e che tutti si aspettavano perché nulla hanno perduto della loro primordiale verità: i resti bruciati dell’aereo, il cielo sopra la città costernata, le bare dei campioni che escono da Palazzo Madama nel silenzio di seicentomila torinesi e nel dolore di milioni di italiani che si fermano per strada interdetti, storditi, trattenendo a fatica le lacrime, consapevoli che l’appena ritrovata innocenza e l’ardore di chi ricomincia da zero sono già stati vulnerati, di nuovo feriti a morte. E’ l’unico contesto immaginabile, fiction o no, per quello che ancora milioni di persone continuano a chiamare il Grande Torino.