Il grande gioco delle basi militari in terra europea

Con un «pranzo transatlantico» offerto dal ministro degli esteri bulgaro, si è concluso a Sofia venerdì l’incontro «informale» della Nato cui hanno preso parte i ministri degli esteri dei 26 paesi membri. Piatto forte il tema del «prossimo round dell’allargamento», che sarà meglio definito in novembre nel summit ufficiale di Riga (Lettonia).
Continua dunque l’espansione della Nato a est. Dopo aver inglobato nel 1999 i primi tre paesi dell’ex Patto di Varsavia (Polonia, Repubblica ceca e Ungheria), nel 2004 si è estesa ad altri sette: Estonia, Lettonia, Lituania (già facenti parte dell’Urss); Bulgaria, Romania, Slovacchia (già facenti parte del Patto di Varsavia); Slovenia (già facente parte della Repubblica jugoslava). Attualmente – informa la Nato – Albania, Croazia e Macedonia partecipano a un programma che le prepara a entrare nell’Alleanza, mentre Ucraina e Georgia hanno espresso «l’ambizione» di fare altrettanto.

La conquista dell’Est
A premere per l’ulteriore allargamento della Nato a est è Washington. Il perché è chiaro: ciò permette al Pentagono di far avanzare le proprie forze e basi verso est. Lo conferma il fatto che, dopo l’incontro «informale» di Sofia, la segretaria di stato Condoleezza Rice ha firmato un importante accordo ufficiale (Defense Cooperation Agreement) con il governo bulgaro. Esso permette al Pentagono di usare quattro basi militari bulgare: quelle aeree di Bezmer, Graf Ignatievo e Sarafovo, e quella terrestre di Novo Selo. Potrà inoltre usare il porto di Burgas e un limitrofo deposito. Formalmente saranno basi bulgare messe a disposizione delle forze statunitensi a «scopi di addestramento». Qui saranno presenti a rotazione almeno 2.500 militari Usa. L’accordo consente però agli Stati uniti di usare le basi per «missioni in paesi terzi senza lo specifico permesso delle autorità bulgare». Queste rinunciano anche a esercitare il diritto di giurisdizione su reati commessi in Bulgaria da militari statunitensi.
Condoleezza Rice torna così a Washington con in mano un altro importante accordo, dopo quello concluso in dicembre col governo rumeno che permette agli Stati uniti di usare permanentemente la base aerea di Mihail Kogalniceanu e una vicina base terrestre, già attivate dal Pentagono per le guerre in Afghanistan e Iraq. Tali accordi concedono queste basi non alla Nato (e quindi anche agli alleati europei) ma unicamente agli Stati uniti, che possono se necessario usarle indipendentemente da ciò che decide l’Alleanza.
Per comprendere l’importanza geostragetica di tali basi, basta dare una sguardo alla carta geografica: esse si trovano ad appena 1500 km dall’Iraq, l’Iran e la Siria, una distanza che un cacciabombardiere copre in circa mezzora. Contemporaneamente la loro posizione le rende idonee per operazioni nell’area strategica del Caspio e dell’Asia centrale e per tenere sotto tiro obiettivi all’interno della stessa Russia. E’ per questo che, in occasione della firma dell’accordo con la Bulgaria, l’ambasciata Usa a Sofia ha precisato che esso «non prevede lo schieramento di sistemi missilistici Usa in Bulgaria», né vi è «alcuna intenzione, piano, o ragione per installare armi nucleari sul territorio dei nuovi paesi membri della Nato». Un messaggio tranquillizzante diretto a Mosca. Contraddetto però dal fatto che, nove giorni prima dell’accordo sulle basi, è attraccato nel porto bulgaro di Varna il cacciatorpediniere lanciamissili guidati Porter Ddg 78 della marina Usa, armato di missili Tomahawk a duplice capacità convenzionale e nucleare. E’ la seconda volta quest’anno che il Porter opera nel Mar Nero: in febbraio con le marine ucraina e rumena, in aprile con quelle georgiana e rumena.

Le mani di Washington
L’attivazione delle nuove basi Usa in Bulgaria e Romania risponde a una duplice strategia militare e politica. Da un lato quella di ridislocare le forze statunitensi in Europa verso est e verso sud, in modo da usare più efficacemente il territorio europeo quale trampolino della «proiezione di potenza» verso le aree strategiche dell’Asia e del Medio Oriente. Dall’altro quella di rafforzare l’influenza statunitense nei paesi dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex Urss. Rientra in tale quadro l’intensa attività attraverso cui gli Stati uniti promuovono e finanziano (con vincolanti prestiti) la «modernizzazione» delle forze armate dei paesi dell’est, attuali o futuri membri della Nato, dotandole di sistemi d’arma statunitensi e integrandole nella rete di comando, controllo e comunicazioni del Pentagono.
Attraverso questi e altri sistemi gli Stati uniti legano a sé i paesi dell’est, così da rafforzare la propria influenza nella regione europea nella fase critica in cui, dopo il dissolvimento del Patto di Varsavia e la disgregazione dell’Urss, se ne stanno ridisegnando gli assetti politici, economici e militari. Non a caso, nella conferenza tenuta a Sofia dopo l’accordo, Condoleezza Rice ha detto che gli Stati uniti «appoggiano fortemente gli sforzi compiuti dalla Bulgaria per entrare nell’Unione europea».
La ragione è evidente: Bulgaria e Romania, candidate a entrare nella Ue nel 2007, fanno parte – come Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Slovenia, già entrate nel 2004 – dell’Alleanza atlantica sotto l’indiscussa leadership statunitense e, attraverso accordi diretti, vengono ad essere legate più a Washington che a Bruxelles. Washington si assicura così forti strumenti di pressione all’interno dell’Unione europea per orientare le sue scelte politiche e strategiche.
Nella stessa strategia rientra la presenza militare Usa in Italia, che sta crescendo d’importanza di pari passo con la ridislocazione verso sud. Lo conferma il fatto che il quartier generale delle Forze navali Usa in Europa è stato trasferito da Londra a Napoli. Qui opera anche il Joint Force Command della Nato agli ordini di un ammiraglio statunitense, che è allo stesso tempo comandante delle Forze navali Usa in Europa e della Forza di risposta della Nato. Le forze e strutture militari statunitensi in Italia, come quelle in Bulgaria e Romania, dipendono dall’Eucom (Comando europeo degli Stati uniti), la cui area operativa (vasta 55 milioni di km2) comprende l’intera Europa, gran parte dell’Africa e alcune parti del Medio Oriente, per un totale di 91 paesi. Esse sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale dei paesi in cui si trovano. Quale sia il loro ruolo non solo militare ma politico viene detto chiaramente a Washington: «Nella misura in cui rimangono in Europa significative forze statunitensi – spiega un rapporto ufficiale – la leadership può essere mantenuta» (Commission on Review of Overseas Military Facility Structure of the United States, 9 maggio 2005).

Dall’est al Mediterraneo
E’ questo il nodo politico che ha di fronte il governo Prodi. Il «rispetto dell’articolo 11 della Costituzione italiana», affermato nel programma dell’Unione, richiede non solo il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, ma una politica complessiva che sganci l’Italia dal carro da guerra statunitense. Ma per fare questo occorre affrontare la triplice questione della presenza militare Usa in Italia, del nuovo ruolo della Nato e del nuovo modello di difesa. L’Italia, anche se ritirerà le truppe dall’Iraq, dovrà aumentare quelle in Afghanistan nel quadro del’annunciato raddoppio del contingente Nato, e rischia da un momento all’altro di essere trascinata in un’altra disastrosa avventura militare come potrebbe essere l’attacco all’Iran che il Pentagono sta pianificando. Tale questione viene completamente elusa nel programma di governo dell’Unione, in cui si afferma invece che il nostro paese deve essere «alleato leale degli Stati uniti». Significa questo che dobbiamo dare a Washington un’altra prova di «lealtà», come quella già data dal governo D’Alema?