Il «grande gioco» asiatico della Rice

Una polizza d’assicurazione sul futuro della presenza militare americana in Asia centrale: è quanto Condoleezza Rice ha strappato ai dirigenti del Kirghizistan, la repubblica ex sovietica al confine con la Cina teatro a marzo della cosiddetta «rivoluzione dei tulipani», l’ultima sollevazione in ordine di tempo nello spazio dell’ex Urss che ha visto la cacciata dell’uomo forte Askar Akaev. Il segretario di Stato Usa ha ottenuto garanzie che la base militare di Manas, alle porte della capitale Bishkek, potrà continuare a operare fino a quando sarà necessario per sostenere le operazioni belliche contro i talebani in Afghanistan. Ma soprattutto che l’eventuale chiusura dell’avamposto sarà possibile solo in seguito a una decisione congiunta dei due governi.
Una clausola cruciale, vista la sorpresa riservata a maggio dal regime uzbeko del dittatore Islam Karimov: che ha ordinato l’evacuazione entro la fine dell’anno della base americana di Karsh-Khanabad dopo le critiche di Washington per la sanguinaria repressione della rivolta popolare di Andijan, un massacro costato oltre cinquecento morti. Critiche arrivate, però, solo dopo anni di connivenza con un governo dispotico, foraggiato da generosi finanziamenti.
La Rice ha strappato la promessa ai kirghizi solo al termine di un duro negoziato, faccia a faccia, col presidente Kurmanbek Bakyev: il quale è adesso chiamato a un difficile esercizio di equilibrio fra Washington a Mosca, visto che solo a luglio aveva firmato una dichiarazione congiunta con la Russia e gli altri Stati dell’Asia centrale in cui si chiedeva agli Usa di fissare una data per la chiusura delle basi in tutta la regione.
Il Kirghizistan ospita anche una base russa, collocata a qualche decina di chilometri da quella americana. E la dichiarazione adottata a luglio dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, dominata da Mosca e Pechino, era stata vista come uno sforzo congiunto russo-cinese per espellere gli americani da una regione strategica e ricca di risorse.
Il tour della Rice, che ieri è arrivata in Kazakhstan e che poi si recherà in Tagikistan e Afghanistan, è proprio un tentativo di riprendere piede in un’area che ha visto negli ultimi mesi l’America sulla difensiva rispetto a Russia e Cina, meno sensibili sulle questioni della democrazia e dei diritti umani e quindi guardate con meno sospetto dai regimi autoritari dell’Asia centrale.
«La ragione di questo viaggio in Asia centrale è che la Storia sembra precipitarvisi», ha commentato Daniel Fried, il vice della Rice per gli affari europei e centro-asiatici.