Il Grande Fiume artificiale in Libia

Stephen Lendman è nato a Boston nel 1934 da una famiglia modesta della classe media. Si è laureato all’Università di Harvard nel 1956 e nel 1960 ha ottenuto un master in “amministrazione d’impresa” presso l’Istituto Wharton dell’Università di Pennsylvania. Durante i successivi sei anni ha operato come analista finanziario per diverse imprese usamericane, per poi entrare a far parte di una piccola azienda a conduzione famigliare, fino al suo ritiro nel 1999.
Da allora ha dedicato il suo tempo all’informazione, a cause progressiste, al sostegno di quelle organizzazioni che lottano per conseguire un mondo più giusto e più umano, soprattutto per i poveri e gli oppressi. In tempi recenti, si è dedicato a scrivere su diversi argomenti di suo interesse, come la guerra e la pace, la uguaglianza sociale, economica e politica, e la giustizia per tutti i popoli oppressi del mondo, come i popoli che stanno soffrendo in Haiti e in Palestina.
Gestisce un blog a http://www.sjlendman.blogspot.com/  e questo è il suo indirizzo di posta elettronica: [email protected]
Può essere ascoltato a Lendman News Hour on RepublicBroadcasting.org dal lunedì a venerdì, e al giovedì e alla fine settimana a Progressive Radio News Hour . In queste trasmissioni radio è possibile assistere a conversazioni sull’attualità con ospiti di spicco.

Fonte: http://www.uruknet.de/?s1=1&p=76880&s2=17
Data dell’articolo originale: 15/04/2011
URL dell’articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=4605

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
 
Un articolo precedente aveva spiegato come la guerra della NATO e degli Stati Uniti contro la Libia fosse stata da tempo pianificata. Tutti gli interventi militari richiedono mesi di preparazione, per predisporre:

– la strategia e gli obiettivi del conflitto;
– il conseguimento del sostegno di partner della coalizione;
– la selezione degli obiettivi da colpire;
– la promozione dell’appoggio politico e del consenso dell’opinione pubblica;
– il dispiegamento delle truppe;
– in Libia, il reclutamento, il finanziamento e l’armamento dei cosiddetti ribelli;
– e i piani imperiali post-conflitto.

Washington pretende che un despota venga sostituito con un altro, un utile fantoccio che renda gli onori ed obbedisca agli ordini, non uno come Gheddafi con una mentalità indipendente, che è andato avanti per la sua strada, molto spesso ma non sempre, su tante questioni, alcune così importanti da augurarsi di spodestarlo. Un importante argomento non eccessivamente preso in considerazione viene analizzato qui di seguito.

Altri obiettivi sono la colonizzazione della Libia, la balcanizzazione della Libia sull’esempio della Jugoslavia e dell’Iraq, l’impedire l’emergere della democrazia, la privatizzazione delle imprese di Stato libiche, lo sfruttamento del popolo libico, il posizionamento di nuove basi del Pentagono, il controllo del petrolio, del gas e di altre risorse della Libia, fra cui è necessario investire una qualche attenzione sul Grande Fiume artificiale della Libia (GMMR).

Il sistema degli acquedotti

Il “Nubian Sandstone Aquifer System” – (ANS), il più grande sistema riserva di acqua fossile del mondo, accumulatasi in milioni di anni e non rinnovabile, si trova sotto quattro paesi del Nord Africa – Ciad, Egitto, Sudan e Libia.
E in effetti, la Surah 2 del Corano, al versetto 74, recita:
“Fra tante rocce ve ne sono alcune da cui sgorgano ruscelli; da altre, quando vengono spaccate sprizza l’acqua.”
In buona sostanza, sono tre i principali bacini acquiferi che si trovano sotto il Sahara, l’ANS è il più grande, e si stima contenga circa 375.000 km cubi di acqua.
Questa riserva interessa due milioni di chilometri quadrati: siamo in presenza di un oceano di acqua sotto il deserto, pronto per essere impiegato per l’irrigazione, il consumo umano, lo sviluppo, e per altri usi. Ai tassi di consumo del 2007, questa riserva potrebbe durare per 1.000 anni. Gheddafi definisce l’ANS come l’“Ottava Meraviglia del Mondo”.
Il suo sito web afferma che il sistema degli acquedotti costituisce la più grande rete globale sotterranea di condutture e acquedotti, costituita da:

– più di 1.300 pozzi;
– 7 milioni di chilometri di cavo di acciaio precompresso per rafforzare condutture del diametro di 12 piedi;
– 3.500 km di condutture che coprono un’area equivalente all’Europa Occidentale;
– quattro acquedotti – due ad oriente e due ad occidente, in connessione con le condutture di collegamento a nord;
– migliaia di chilometri di strade di collegamento tra le diverse condotte e infrastrutture, per fornire 6,5 milioni di metri cubi di acqua dolce al giorno ai Libici e a tutti gli altri nella regione. L’acqua viene estratta da una profondità di 1.600 – 2.500 piedi e il sistema la purifica e la fornisce principalmente alle popolazioni delle città sulla costa.

Concepito il progetto alla fine degli anni ‘60, sono stati condotti studi di fattibilità nel 1974. La costruzione ha avuto inizio nel 1984, divisa in cinque fasi, ciascuna in gran parte separata, poi combinata in un sistema integrato. Finanziato da Gheddafi senza prestiti da altre nazioni o da banche occidentali, il costo del progetto finora si aggira sui 25 miliardi dollari.
Inaugurata nell’agosto del 1991, la “Prima fase” fornisce due milioni di metri cubi di acqua al giorno lungo un acquedotto di 1.200 chilometri da As-Sarir e Tazerbo a Bengasi e Sirte, attraverso la riserva d’acqua di Ajdabiya.
La “Seconda fase” offre un milione di metri cubi al giorno dalla regione del Fezzan alla fertile pianura di Jeffara sulla fascia costiera occidentale, rifornendo anche Tripoli.
La “Fase terza” è stata suddivisa in due parti. La prima rifornisce ulteriormente 1,68 milioni di metri cubi al giorno attraverso un altro acquedotto lungo 700 km e stazioni di pompaggio. Fornisce inoltre più 138.000 metri cubi al giorno a Tobruk e alla costa dal nuovo bacino di Al-Jaghboub attraverso una conduttura di 500 km.

Le “Fasi finali” riguardano l’estensione della rete di distribuzione, con condotte che collegano la riserva di Ajjabiya a Tobruk, mettendo in comunicazione i sistemi orientale ed occidentale alla Sirte in un’unica rete integrata.
Quando gli impianti saranno pienamente operativi, Gheddafi spera di rendere il deserto verde come la bandiera della Libia.

Campi verdi nel deserto

Il progetto è sotto tutela dell’amministrazione della “Great Man-Made River” (GMMR), l’autorità incaricata della gestione del Grande Fiume artificiale, finanziato dal governo di Gheddafi come spiegato sopra. Tuttavia, all’infuriare della guerra, il sistema è messo in pericolo, così come il sogno di Gheddafi di trasformare il deserto in una terra verde e fertile.

Il 3 aprile, l’agenzia di stampa francese AFP sottolineava come “La Libia corre il rischio di un disastro se viene colpito il “Great Man-Made River”, affermando:
“Se il GMMR venisse bombardato, si potrebbe verificare un disastro umano ed ambientale.
La Libia possiede tre sistemi di condutture sotterranee, per il petrolio, il gas e l’acqua. Se uno di questi venisse colpito, anche gli altri subirebbero danni, potenzialmente disastrosi. Secondo il direttore di progettazione Abdelmajid Gahoud: se venisse danneggiata parte delle infrastrutture, l’intera rete verrebbe influenzata e massicce perdite di acqua potrebbero causare una catastrofe, deprivando milioni di Libici di acqua pura, il 70% dei 6,5 milioni di abitanti, del consumo per uso personale, per l’irrigazione e per altri scopi.”

Inoltre, se Gheddafi venisse spodestato, gli impianti della “Great Man-Made River” verranno privatizzati, rendendo l’acqua non più accessibile per molti, forse per la maggior parte dei Libici, se non a costi insostenibili.
In altre parole, il controllo neoliberista intenderà sfruttare l’acqua per il massimo profitto.

Un commento conclusivo

Il 13 aprile, l’articolo di fondo di Ellen Brown su “Truthout” [N.d.tr.: Truthout è un’organizzazione progressista, senza scopo di lucro, che pubblica articoli di argomento politico, servizi di opinione, documenti video, notiziari di informazione], dal titolo “Libia: tutto questo per il petrolio, o tutto questo per il sistema bancario?”, sollevava un’importante questione poco considerata:

“I ribelli libici hanno trovato il tempo, a partire dalla loro sollevazione in marzo, di creare la propria banca centrale (la Banca centrale di Bengasi),” suggerendo che altri, dotati di sofisticate conoscenze tecniche, avevano predisposto tutto questo già da molti mesi prima.
Un precedente articolo citava il libro del generale Wesley Clark, “Winning Modern Wars – Vincere le guerre moderne”, in cui si dichiarava che fonti del Pentagono gli avevano confidato due mesi dopo l’11 settembre che erano in fase di preparazione piani di guerra contro l’Iraq, la Siria, il Libano, l’Iran, la Somalia, il Sudan e la Libia.
“Cosa hanno in comune questi sette paesi?” si interrogava la Brown.
Nessuno di questi (così come l’Afghanistan) “presenta il suo sistema bancario fra le 56 banche aderenti alla Banca dei Regolamenti Internazionali.” (***)
Si tratta della “Banca Centrale per i banchieri centrali”, il boss dei boss fra i sistemi bancari che non rende conto a nessun governo, di proprietà privata dei suoi membri, il più potente organismo con la maggior influenza in tutto il mondo.
Gli anomali e gli isolati, naturalmente, tengono “all’esterno il (suo) lungo braccio di regolamentazione.” Mesi prima che gli Stati Uniti d’America attaccassero l’Iraq, Saddam Hussein aveva iniziato a vendere petrolio facendosi pagare in euro e non in dollari, minacciando la loro moneta di riserva e il dominio dei petrodollari.
Gheddafi “ha compiuto una mossa altrettanto ardita”, ha assunto l’iniziativa della sostituzione del dollaro con il “dinaro aureo”, sperando di “unire il continente africano sotto questa unica moneta corrente.”
Molti paesi arabi e africani hanno approvato l’idea, ma non l’Usamerica o l’Occidente, e “il presidente francese Nicolas Sarkozy definiva Gheddafi, una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano.” E quindi lo si lasciava scatenare!
Inoltre, “la Banca Centrale della Libia è al 100% di proprietà dello Stato.” In altre parole, questa Banca dà corso alla propria moneta, il Dinaro libico, senza pretendere interessi in quanto utilizzata per una crescita economica produttiva, senza profitti e bonus per banchieri predatori.
Come risultato, gli imperialisti Washington, Gran Bretagna e Francia hanno incluso la Libia nella loro “lista nera estesa al mondo, per integrarla nel loro alveare di nazioni vassalle”, a scapito degli stessi interessi libici. Questi comprendono sviluppo del petrolio e del gas, i progetti per rendere fertile il deserto, oltre a fornire del tutto gratuitamente istruzione, assistenza sanitaria e altri servizi sociali essenziali attraverso i proventi del petrolio, e il denaro è stato creato dalla Banca Centrale della Libia.
“Allora, questa nuova guerra è stata scatenata per il petrolio o per il sistema bancario?” si è domandata la Brown. “Forse per entrambi i motivi – e anche per l’acqua!”, rilevando che con “energia, acqua e l’ampio credito (libero da interessi) per sviluppare le infrastrutture per accedere alle risorse naturali, una nazione può essere libera da creditori stranieri,” soprattutto dai predatori occidentali, che intrappolano e strozzano i paesi in debito per sempre maggiori profitti.
Forse questa era la vera minaccia rappresentata da Saddam, e ora da Gheddafi e dalle altre nazioni sulla lista nera del Pentagono.

Note del traduttore:

La situazione in Libia è sempre più incandescente. E i membri della Coalizione, che sono corsi in aiuto dei “ribelli”, stanno innescando lo stesso meccanismo messo in atto contro Saddam Hussein e il popolo dell’Iraq. A Saddam veniva imputata l’intenzione di usare armi di distruzione di massa, e il mondo ha potuto assistere alla sceneggiata di Colin Powell che agitava boccette di antrace al cospetto dei rappresentanti all’ONU. In seguito, tutto questo si rivelava una grossolana menzogna per spodestare un governante inviso all’Occidente.
Ora, in assenza di qualsiasi rischio di aggressione da parte di Gheddafi contro i partecipanti alla Coalizione, la presenza di armi chimiche nascoste nel deserto della Libia sta preoccupando la comunità internazionale.
Ci sono due notizie sulla Libia, strettamente legate fra loro, che rischiano di dare spunto allo scatenamento di un’aggressione della Coalizione internazionale contro il popolo libico. Si usa la stessa modalità messa in opera contro Saddam.
La prima fa riferimento alla presenza di armi chimiche nel paese amministrato dal 1969 dal colonnello Gheddafi. In particolare, sembra che il deserto ne sia pieno e che l’esercito libico ne abbia piena facoltà d’accesso e di uso.
La seconda notizia risale al 1984, quando Gheddafi posò la prima pietra del “Great Man-made River”, di questo acquedotto sotterraneo per rifornire di acqua pura le città del deserto, per definizione alle prese con la scarsità d’acqua.
Ebbene, gli Stati del mondo, che hanno tutti realizzato buoni accordi ed affari nella progettazione e costruzione di questa opera faraonica, ora sono tentati di affermare che la struttura potrebbe nascondere armamenti convenzionali e armi chimiche, e essere utilizzata come nascondiglio per combattenti.
A rivelare la “presenza” di armi chimiche sono gli ennesimi cablo di WikiLeaks pubblicati in esclusiva in Italia dal settimanale L’Espresso. Ambasciatori e diplomatici statunitensi confermano le manovre ambigue di Gheddafi: da una parte, Gheddafi assicura il suo impegno allo smantellamento di arsenali, dall’altra prende tempo e mette in campo una serie di espedienti per non scrivere la parola fine sul suo programma di creazione di impianti chimici e nucleari.
Anche Gheddafi vuole costruirsi la bomba atomica! Ma dove? Si ipotizza all’interno della rete sotterranea di acquedotti. Sembrano facezie, ma invece…: quanto all’acquedotto sotterraneo, a rispolverare la vicenda è stato l’Huffington Post con un articolo di Peter Neill.
Secondo questo articolo del 27 marzo 2011, la destinazione d’uso di quella struttura potrebbe essere stata cambiata aprendo scenari preoccupanti.

“Già nel dicembre 1997, il NY Times riferiva sul progetto sotto il titolo di testa “ Mysterious Libyan Pipeline Could Be Conduit for Troops. – Una misteriosa conduttura in Libia potrebbe essere un canale sotterraneo per le truppe”.
Il giornalista Raymond Bonner prendeva spunto dalle interviste con gli ingegneri e i tecnici che lavoravano al progetto per affermare che la spiegazione ufficiale era “improbabile o incompleta” e potrebbe avere qualche “scopo militare clandestino”, visto che le gallerie che si estendono dalla Tunisia all’Egitto potrebbero costituire rifugi in cemento armato, nascosti alla sorveglianza satellitare, idonei ad ospitare truppe, rifornimenti, e allo stoccaggio di munizioni, armi chimiche e biologiche.”

L’articolo del NYTimes continuava riferendo che gran parte delle attrezzature per le costruzioni in uso per il progetto – macchine movimento terra, impianti di trivellazione di pozzi, motori, generatori e unità di cementazione e prodotti chimici – era di fabbricazione usamericana, fattore imprevisto, dato che le vendite dirette alla Libia di questi materiali erano state proibite da sanzioni statunitensi, a meno che, naturalmente, fossero state effettuate, tramite un’organizzazione intermedia, da parte dell’Unione Europea che non escludeva tali scambi commerciali.
Secondo il Times, Brown and Root, la società di costruzioni di Houston, successivamente venduta alla Halliburton, aveva compiuto gli studi di fattibilità per il progetto originale nel 1984 ed era ancora responsabile del progetto, anche se aveva trasferito il progetto al suo ufficio di Londra, dopo che gli Stati Uniti avevano imposte le sanzioni.
Tutte le società statunitensi citate affermavano di aver corrisposto a tutti i requisiti legali; il Tesoro degli Stati Uniti asseriva che nessuna licenza di esportazione era stata concessa, eppure il materiale si trovava in Libia.

Siamo alle solite, le ipocrisie, le menzogne e le supposizioni di armi di distruzione di massa si sprecano… e la demonizzazione dell’avversario che non si vuole assoggettare al potere dell’Impero è in corso da molto tempo!

(***) La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) (in inglese: Bank for International Settlements, BIS) è un’organizzazione internazionale avente sede sociale a Basilea, in Svizzera.
La Banca dei Regolamenti Internazionali nasce nel 1930, in ottemperanza ad uno dei punti fondamentali che costituivano il Piano Young. Tale piano economico si prefiggeva infatti l’obiettivo di riconsiderare e ricalibrare l’annosa questione delle riparazioni di guerra che la Germania, uscita sconfitta dalla Prima guerra mondiale, doveva ancora onorare nei confronti dei vincitori. A tal fine nel 1924 era già stato formulato il Piano Dawes, il quale tuttavia non era riuscito a delineare con sufficiente chiarezza una regolamentazione stabile delle riparazioni di guerra. Per questa ragione, il 7 giugno 1929, si riuniva a Parigi un “Comitato di esperti” costituito da due delegati per ciascuno dei governi di Belgio, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Da qui, la fondazione della Bank for International Settlements.

Pur essendo un’organizzazione internazionale, la BRI è strutturata come una società anonima per azioni, avente un Consiglio di amministrazione ed un Direttore generale.
Tuttavia, le sue azioni possono essere sottoscritte unicamente da Banche Centrali o da istituti finanziari particolarmente designati.
Attualmente possiedono quote azionarie, e sono pertanto rappresentate alle sedute dell’Assemblea generale, 55 banche centrali, nonché la Banca Centrale Europea.
Il principale scopo dell’organizzazione è di promuovere la cooperazione tra la banche centrali. Al contempo, la BRI fornisce specifici servizi finanziari in qualità di “banca delle banche centrali” ed opera come agente o mandataria (trustee) nei pagamenti internazionali che le vengono affidati. Infine, la BRI rappresenta oggi un importante centro internazionale di ricerca in ambito finanziario, monetario ed economico.
Dal marzo 2010, il Presidente del Consiglio d’amministrazione (Board of Directors) è l’attuale Governatore della Banca di Francia, Christian Noyer.
Secondo lo statuto:

– La BIS è una società anonima per azioni con sede legale a Basilea (artt.1 e 2).

– Dal sito istituzionale non risulta pubblico l’elenco degli azionisti. Nello statuto sono menzionati come membri le Banche Centrali di Belgio, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti.

– Il capitale sociale di 3 miliardi di dollari è composto da 600.000 azioni nominative alla pari senza diritto di voto, trasferibili soltanto con l’approvazione dell’Istituto ai soggetti autorizzati. Le azioni non possono essere emesse sotto la pari, conferiscono una responsabilità agli azionisti pari al loro valore nominale, non hanno diritti privilegiati. Le azioni conferiscono identici diritti di partecipazione agli utili e alle attività della banca, ma non danno diritto di voto.

– Possono essere azionisti della BIS le Banche Centrali o gli istituti di credito da queste designati (art. 14).

– Le decisioni spettano alle Banche Centrali, in quanto le azioni non comportano diritto di voto (artt. 14 e 15).

– Il Consiglio direttivo delibera a maggioranza, non con l’unanimità dei voti. Tuttavia, non può determinare una politica monetaria mondiale, che prevalga su quelle delle nazioni partecipanti. Le operazioni “devono conformarsi alla politica monetaria delle Banche Centrali dei Paesi interessati”: le banche centrali interessate da qualunque tipo di operazione hanno diritto di veto sull’esecuzione di queste (art. 19). In questo senso, l’organizzazione è un coordinamento (paritetico) fra Banche Centrali.

– La BIS non può prestare somme ai Governi o detenere quote di imprese, o emettere moneta (art. 5).

– La Banca (e i suoi dipendenti) godono dell’immunità di giurisdizione, e i beni dell’Istituto dell’immunità di esecuzione. L’immunità è estesa a tutto il campo penale, e ammette deroghe per specifiche rinunce dei diretti interessati o per “azioni civili o commerciali risultanti da transazioni bancarie o finanziarie”.