Il gran primo maggio di Evo

Il presidente boliviano Evo Morales ha compiuto i 100 giorni di governo e li ha festeggiati con la misura più attesa dai settori sociali che costituiscono la la base del suo partito, il Movimiento al Socialismo (MAS): la nazionalizzazione degli idrocarburi. Lontano dalla nazionalizzazione light prevista dai suoi critici di sinistra, il presidente boliviano ha scelto un decreto «duro», ha mandato l’esercito nei campi petroliferi e ha proclamato il controllo statale degli idrocarburi.
Alle 8 in punto di lunedì primo maggio, il presidente aveva già deciso tutti i dettagli dell’operazione. Con il pugno sinistro chiuso bene in alto, i 16 ministri con Morales alla testa hanno intonato l’inno nazionale, come il gesto emotivo richiesto dalla chiusura – la storia dirà con quanto successo – di un passato di «capitolazione» delle risorse naturali che hanno fatto della Bolivia uno dei paesi più poveri, anziché più ricchi del continente.
Sorprendentemente, poco dopo mezzogiorno l’antico leader cocalero ha fatto la sua apparizione nel campo gasifero di San Alberto, nel municipio di Caraparì, vestito con la giacca e il caschetto bianco dell’impresa statale Yacimientos petroliferos fiscales de Bolivia (Ypfb), scortato da tutti i suoi ministri e dirigenti e da un battaglione di soldati, per annunciare la «occupazione» e il controllo di ogni terreno estrattivo, raffineria, gasdotto e rivendita di benzina da parte della Ypbf e delle forze armate. «Vogliamo chiedere alle forze armate che a partire da questo momento occupino tutti i campi petroliferi dell’intera Bolivia con i battaglioni del genio», ha tuonato Morales.
Nel suo discorso il presidente ha detto di dichiarare illegali gli attuali contratti di sfruttamento «a rischio condiviso» firmati tra lo stato e le imprese petrolifere, per il fatto di non essere stati ratificati dal parlamento, e ha accusato di «tradimento della patria» quanti hanno «consegnato questo settore strategico in mani straniere, violando la sovranità e la dignità della nazione». Militari con bandiere boliviane e armi pesanti facevano la guardia del terreno, uno dei più ricchi della Bolivia con la quinta parte delle riserve di gas del paese, simbolo dei privilegi delle imprese straniere (nel caso la brasiliana Petrobras, la ispano-argentina Repsol-Ypf e la francese Total)).
«La Bolivia è stato il primo paese del continente a nazionalizzare i suoi idrocarburi: quella di oggi è la terza nazionalizzazione delle nostre risorse, e quella definitiva» ha detto Morales, che con questo gesto manifesta di rappresentare un nuovo nazionalismo a base indigena con forti legami con Venezuela e Cuba.
A partire dal primo maggio le imprese straniere sono obbligate a consegnare allo stato tutta la loro produzione, che sarà commercializzata dalla Ypfb, l’impresa statale che determinerà le condizioni di vendita sia sul mercato interno che su quello esterno. Significa che la Ypfb fisserà i volumi di vendita, il prezzo e il destino finale dell’esportazione. Inoltre le imprese petrolifere dovranno firmare entro 180 giorni nuovi contratti concordemente alla nuova struttura legale prevista dalla nazionalizzazione. In caso di resistenza delle imprese, la Ypfb assumerà in proprio le operazioni di estrazione. Ci sono stati anche fortissimi cambiamenti fiscali. I terreni petroliferi che hanno prodotto in media più di cento milioni i piedi cubici quotidiani di gas nel 2005 (Sabalo e San Alberto, che rappresentano il 70% del totale nazionale) pagheranno una combinazione di imposte e royalties dell’82%. «Si è girata la frittata», ha riassunto il vicepresidente Alvaro Garcia Linera dal balcone del palacio Quemado, la sede del governo a La Paz, davanti a una folla che festeggiava il primo maggio. Secondo i suoi numeri, con la legge del 1997 di Gonzalo Sanchez de Lozada lo stato avrebbe ricevuto 140 milioni di dollari di entrate: a partire da oggi saranno 780 milioni, una manna per il rachitico erario boliviano.
Questo spiega l’entusiasmo dei poveri.
Negli ultimi due anni due governi sono caduti sulla questione del gas. Il primo è stato Sanchez de Losada, che aveva cercato di esportare il gas dai porti del Cile – paese che con la guerra del Pacifico, 1879-1886, si è appropriato del litorale marittimo boliviano – e aveva provocato una rivolta popolare con il bilancio di oltre 60 morti e 400 feriti. Il secondo, è quello del suo successore Carlos Mesa, che aveva cercato un equilibrio tra le compagnie petrolifere e i movimenti sociali con un atteggiamento ambigui che ha finito per radicalizzare le richieste di nazionalizzazione e provocare la sua caduta.
«Il governo del popolo, il governo dei lavoratori ha preso la misura più importante del secolo: questa è la prima nazionalizzazione del secolo ventunesimo», si è entusiasmato il vicepresidente e professore di sociologia. Ha detto che i morti e martiri «ora possono riposare in pace», che gli idrocarburi «sono tornati alla nazione a cui avrebbero sempre dovuto appartenere», e ha concluso: «Questa decisione troverà la resistenza dei dinosauri, di coloro che vogliono continuare a svendere la patria, ma con questa misura noi boliviani ci giochiamo la vita: non accetteremo le pressioni di nessun traditore, di nessuna impresa o paese straniero».
In questo modo il vicepresidente voleva rispondere in anticipo al complesso scenario che si profila: la reazione delle compagnie petrolifere, appoggiate dai rispettivi governi, Spagna e Brasile, i più coinvolti, che hanno già espresso la loro «preoccupazione». La spagnola Repsol però ha annunciato che non abbandonerà il paese. Di frointe al rischio di «sabotaggi», Morales ha chiesto ai lavoratori petroliferi di essere leali verso il proprio paese e unirsi alla nazionalizzazione. «Se le inprese non ci rispetteranno, ci faremo rispettare con la forza», ha minacciato, sulla linea del vicepresidente.
Ora il governo si concentra ora sulle elezioni della costituente, previste il 2 luglio. E’ probabile che possa ripetere il trionfo del 18 dicembre riuscendo così, come Chavez in Venezuela, a costruire una egemonia politica di più largo respiro. Compagnie del gas permettendo.