Il governo resta in Afghanistan

«Sulla politica estera troveremo un accordo». Piero Fassino, intervistato dal Tg1, riprova a giocare da cerniera in un’Unione mai così vicina alla frattura. Più loquace sui dettagli però è la vicecapogruppo dell’Ulivo alla camera Marina Sereni: «Sull’Afghanistan sul tema serve un approfondimento ma l’orientamento prevalente è quello di proseguire l’impegno in quell’area, non siamo alla vigilia di una exit strategy».
L’offensiva ulivista ha il passo lungo e rapporti di forza ben definiti in parlamento. Però ha il merito di far rompere gli indugi a un fin qui molto prudente Paolo Ferrero. Non a caso, è un paio d’ore dopo la dichiarazione di Sereni che il responsabile della solidarietà sociale annuncia che non voterà in consiglio dei ministri il decreto sull’Afghanistan se non dovesse contenere quella discontinuità con la politica berlusconiana che il Prc reclama fin dall’inizio: «Non vedo le condizioni – spiega Ferrero – per votare un provvedimento uguale a quello di sei mesi fa: siamo fermi in una palude, si tratta di dire in che direzione vogliamo andare, non si può rimanere fermi come se fosse il fato che ha deciso che siamo in Afghanistan non si capisce ad aspettare cosa».
In caso di decreto fortemente negativo, il ministro rifondarolo non ha ancora deciso se uscirà dal consiglio dei ministri o esprimerà invece la sua contrarietà: «Vedremo a seconda di che tipo di provvedimento verrà proposto – spiega Ferrero a Montecitorio – siamo ancora in una fase di discussione. Per quanto ci riguarda, come rappresentante di Rifondazione, le ragioni di quella missione continuano a non esserci. La situazione è peggiorata anche sul piano militare e dice che quella strategia non paga assolutamente. Serve un’inversione di tendenza verso quella che chiamerei una strategia di uscita».
A sinistra, insomma, non c’è una soluzione pronta o una trattativa vera e propria con il governo. Ci si lambicca su una conferenza internazionale a Roma che coinvolga anche l’Iran (però gli Usa e quasi tutti gli altri paesi l’hanno derubricata se non quasi scartata), sulla «innovativa» mozione di luglio mai attuata, sull’acquisto dell’oppio afghano per trasformarlo in morfina sul mercato legale.
Si rischia un pantano anche a Roma e non solo a Kabul. Certo è che i rapporti tra il Professore e il Prc non sono ai massimi storici: «E’ Prodi che ha deciso di spingere sulla base di Vicenza a sette giorni dal decreto sull’Afghanistan, in finanziaria avevamo perfino deciso di spostare la discussione a gennaio proprio per garantirci una certa serenità, e invece…».Non è andata così, se per calcolo o per una pesante sottovalutazione dei rischi politici, è difficile dirlo.
Il Prc insiste per separare accuratamente la battaglia su Vicenza da quella per il disimpegno da Kabul. A partire dall’importante assemblea dei 120 parlamentari di tutti i partiti autoconvocatisi per martedì prossimo alla camera proprio per discutere di basi militari: «In quella sede si parlerà solo di Vicenza, altrimenti da 120 rischiamo subito di scendere», si teme a via del Policlinico.
Ma se qualcuno pensasse che i dubbi sul proseguimento di Isaf riguardano solo il partito di Giordano farebbe bene a visitare il senato. Con sfumature diverse il disagio è diffuso e profondo. In 35 il 10 ottobre hanno firmato un’interpellanza che chiede un cambio di strategia a Kabul ed Herat. Tra gli altri c’erano le firme della capogruppo di Pdci-Verdi a palazzo Madama Manuela Palermi e di Armando Cossutta, 19 senatori di Rifondazione, tutti i Verdi (De Petris, Bulgarelli, Silvestri, Donati, Ripamonti e Marco Pecoraro Scanio) e 7 nomi della sinistra Ds (Mele, Iovene, Paolo Brutti, Di Siena, Pisa, Galardi e Bellini).
E’ proprio nel correntone e nell’area di Cesare Salvi che si annida la sofferenza maggiore. Il ministro Ds per l’università Fabio Mussi, candidato alla segreteria del partito, non si scopre: «Bisogna ridiscutere la missione – dice – non mi pare sia il caso di annunciare il ritiro ma una riflessione sul ruolo dell’Italia credo sia necessaria. Del resto lo stesso D’Alema ha detto che non possiamo restarci in eterno».
Da palazzo Chigi per ora non arriva nessuno spiraglio. Ieri sera lungo incontro tra Prodi, D’Alema e Parisi proprio sul rifinanziamento delle missioni: tutta l’attenzione è già alla ripartizione dei fondi di spesa. Il decreto sarà annuale e, spiega il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti, «confermerà invariato l’impegno militare e rilancerà l’azione politica e diplomatica a partire dalla conferenza su diritti umani, giustizia e narcotraffico che si terrà a Roma ad aprile». La conferenza, spiega Vernetti, sarà promossa da Italia, Afghanistan e Onu e sarà aperta a tutti i paesi donatori, ai partner sul terreno, ad alcuni «paesi del Golfo» e all’Ue. Karzai a metà febbraio sarà a Roma. E’ difficile che venga accolto con l’annuncio di un possibile disimpegno italiano da Kabul.