«Il governo italiano sta coprendo un atto di sabotaggio»

«Il rapimento dell’Imam di Milano Abu Omar ha rappresentato un sabotaggio dell’inchiesta sul terrorismo islamico condotta dalla Procura di Milano. In Europa e in particolar modo in Italia i governi hanno voltato la faccia dall’altra parte». Senatore svizzero, liberale, magistrato fino al 1989, per quindici anni pubblico ministero, Dick Marty è componente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e il suo rapporto sui viaggi clandestini della Cia contiene un tremendo atto di accusa per il governo italiano.
L’altro giorno il segretario generale del Consiglio, Terry Davis, ha aggiunto del suo: l’Italia è tra gli Stati Europei che hanno dato «inadeguate risposte» alle richieste di chiarimento del Consiglio. Figuriamo, cioè, tra gli Stati che non «hanno fugato dubbi sulla loro cattiva condotta».
Non è un bel record…
«Si tratta di un rapporto di 44 pagine, che fa parte di una procedura parallela a quella che ho curato. L’articolo 52 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo autorizza, appunto, il Segretario generale ad acquisire informazioni presso i Paesi membri sulle norme che tutelano i diritti dell’uomo e sulla loro applicazione. Si noti che questa procedura è stata aperta appena otto volte in 50 anni. È uno strumento di diritto internazionale che con la firma della Convenzione gli Stati si sono impegnati a rispettare. Intanto l’Assemblea parlamentare il 7 novembre scorso mi ha incaricato di realizzare un rapporto specifico sul trasporto e la detenzione clandestina delle persone che si ritiene siano state catturate dai servizi stranieri, e tutto ciò sfocerà in un progetto di raccomandazione o di risoluzione, che si indirizza al Comitato dei ministri del Consiglio o ai singoli Paesi».
Con l’Italia e con i suoi ex-colleghi magistrati lei intrattiene personalmente un rapporto di lunga durata…
«Ho collaborato parecchio: qui siamo sulla fascia di confine e ho avuto un intenso rapporto con diversi magistrati italiani, a suo tempo anche nelle inchieste sulle Br. Conobbi in quell’occasione Gian Carlo Caselli. Con lui interrogai, tra l’altro, uno dei primi grandi pentiti del terrorismo italiano, Carlo Fioroni, nel carcere di Matera. Una collaborazione produttiva di risultati. Quell’interrogatorio, per esempio, ci permise di chiarire diversi fatti che erano avvenuti in Svizzera: furti di granate da guerra, terroristi viaggiavano di qua e di là dal confine… Nella lotta al terrorismo è essenziale il coordinamento».
Stavolta si parla di rapimenti, viaggi forzati, detenzioni e voli segreti che sorvolano gli Stati europei. Il suo rapporto si sofferma ampiamente sul sequestro dell’imam di Milano Abu Omar ad opera della Cia.
«Esaminando tutte queste cose mi sono accorto, dopo un colloquio con i magistrati di Milano, che il caso di Abu Omar era quello in assoluto meglio documentato, e nei minimi particolari, proprio grazie a un bellissimo lavoro di inchiesta della magistratura e della polizia italiane, nonostante le difficoltà e i depistaggi iniziali».
Lei dice, dunque, che questo è il più grave degli oltre cento “trasferimenti” che sono stati segnalati in Europa?
«Dico che ci sono tanti altri casi, che però non risultano ancora documentati con la forza probatoria che ha il caso di Milano. Il fatto è che questa inchiesta mi sembra esemplare a più di un titolo. Innanzitutto perché dimostra l’esistenza di una strategia e di una logistica assai complessa. Con il dispiegamento di venticinque persone, almeno quelle identificate, e il trasporto in aereo da Aviano a Remsteid e poi fino al Cairo. Si vede, insomma, come con notevolissima facilità ci si possa spostare da una base all’altra praticamente senza controllo alcuno».
Tutto ciò è potuto accadere in Italia in pieno giorno: questo comporta secondo lei un giudizio sul sistema di sicurezza italiano?
«Portar via una persona in pieno giorno può capitare in qualsiasi posto. Ci si può semmai chiedere come mai i servizi statunitensi che hanno contatti quotidiani con i loro colleghi italiani – il capo dell’operazione Abu Omar risiedeva in Italia – abbiano agito senza che i loro colleghi ne sapessero nulla. È mai possibile che un servizio amico (e parecchio amico, perché l’Italia con la sua partecipazione alla guerra in Iraq è considerata negli Usa uno dei migliori alleati), non avverta, non informi, non dica assolutamente niente? È una domanda che spontaneamente sorge, un interrogativo che si impone. E soprattutto non mi risulta che dopo lo scoppio della vicenda Omar e con quell’evidenza di prove sul rapimento, ci sia stata un’energica protesta, o anzi semplicemente una protesta da parte delle autorità italiane».
Berlusconi non ne ha fatto parola nella sua trasferta in Usa, e ora il ministro Castelli cerca di zittire i pm che gli chiedono conto di quale fine abbia fatto la procedura d’estradizione. Si appella alla ragion di Stato. Le sembra che questi comportamenti abbiano qualche giustificazione?
«Provo a mettermi nella situazione di qualsiasi Paese dove i servizi anche di un paese amico ti portano via uno sotto il naso, un personaggio che ha due caratteristiche: 1) gode del beneficio dell’asilo politico; 2) è oggetto dell’inchiesta della tua magistratura, che il rapimento ha messo in pericolo. Nella normalità, nel logico svolgimento delle cose un fatto del genere comporterebbe, che so, quanto meno la convocazione dell’ambasciatore. A mia conoscenza non ci sono state proteste, non ci sono state richieste di chiarimenti. Ma guardi che questa è una costante anche in altri casi, per esempio nell’episodio analogo che è accaduto in Germania. E per fare un altro esempio: il fatto che l’aereo con Abu Omar abbia sorvolato la Svizzera avrebbe dovuto indurre il mio Paese a protestare. In verità la Svizzera ha chiesto spiegazioni, è stata convocata l’ambasciatrice Usa, ma da sei mesi aspettiamo informazioni, che non arrivano. Direi che l’Europa non è andata generalmente oltre a una timida richiesta di notizie».
… l’Europa in generale, ma in particolare l’Italia?
«Il caso italiano si staglia sugli altri perché è quello più fortemente provato. Prove che servono anche altrove: il passaggio dell’aereo con Omar sul territorio svizzero è perfettamente individuabile con orari, tragitto e destinazioni dalle verifiche puntuali che ci ha fornito il pm Armando Spataro. Ma quando non si vogliono vedere le cose, basta girare la faccia dall’altra parte: che è quello che mi pare che molti abbiano fatto in queste vicende».
Non c’è, secondo lei, un altro aspetto emblematico del caso Abu Omar? Sotto il titolo della lotta al terrorismo si è condotta un’operazione che ha sabotato un’inchiesta contro il terrorismo. Su Abu Omar stavano indagando, lo controllavano a Milano, e glielo hanno portato via…
«È proprio quel che ho detto giovedì della scorsa settimana al Parlamento europeo. Queste missioni della Cia ci sono state presentate dalla signora Rice nel suo viaggio in Europa come un esempio di lotta al terrorismo. E il caso di Abu Omar, invece, è la dimostrazione di come non ci sia coordinamento nella lotta al terrorismo e come tutte queste operazioni in realtà siano controproducenti. Perché il kidnapping di Abu Omar in realtà ha costituito un sabotaggio di un’importante inchiesta condotta dalla Procura di Milano. E questo dovrebbe inquietare le autorità europee e specificamente quelle italiane».
Invece tutto tace: la Procura di Milano torna a sollevare il blocco della richiesta di estradizione da parte del ministro guardasigilli…
«Dopo tre mesi e mezzo il governo italiano non ha ancora consegnato la richiesta al governo americano. È una domanda legittima: questo comportamento per lo meno lascia perplessi. Ma ho l’impressione che Armando Spataro abbia prove sufficienti per andare in aula, perché l’ordinamento italiano prevede anche il processo in contumacia, e quel fascicolo è così solido che può senza altro procedere, anche senza la collaborazione delle autorità statunitensi».