Il governo iracheno si appresta a togliere il petrolio al suo paese per darlo agli Usa

Oggi l’Iraq è ancora sotto occupazione, e il divario fra coloro che affermano di governare e coloro che sono governati è pieno di sangue. Il governo è obbligato verso le forze di occupazione che sono responsabili di una catastrofe umanitaria e di una impasse politica. Mentre i cittadini inermi vengono uccisi a piacimento, il governo continua a essere impegnato a proteggere se stesso, raccogliere i proventi del petrolio, dispensare favori, giustificare l’occupazione, e presiedere al collasso della sicurezza, del benessere economico, dei servizi essenziali, e della pubblica amministrazione. Soprattutto, la legalità è quasi scomparsa, sostituita da demarcazioni confessionali sotto una facciata parlamentare. Il settarismo confessionale promosso dall’occupazione sta facendo a pezzi la società civile, le comunità locali, e le istituzioni pubbliche, e sta lasciando la gente alla mercé di leader comunitari che si sono autonominati, senza alcuna protezione legale.

Il governo iracheno non sta assolvendo nel modo adeguato i suoi doveri e le sue responsabilità. Sembra perciò incongruo che esso, con l’aiuto di USAID, della Banca Mondiale, e delle Nazioni Unite, stia forzando una legge petrolifera generale perché venga promulgata in prossimità di una scadenza del Fondo Monetario Internazionale per la fine dello scorso anno. Ancora una volta, un calendario imposto dall’esterno ha la precedenza sugli interessi dell’Iraq. Prima di imbarcarsi in misure controverse come questa legge, che favorisce le società petrolifere straniere, il Parlamento e il governo iracheni devono dimostrare di essere in grado di proteggere la sovranità del Paese, e i diritti e gli interessi del popolo. Un governo che non sta riuscendo a proteggere le vite dei suoi cittadini non deve imbarcarsi in una legge controversa, che lega le mani ai futuri leader iracheni, e che minaccia di sperperare la risorsa preziosa, finita, degli iracheni in un orgia di sprechi, corruzione, e ruberie.

I funzionari governativi, fra cui il vice Prime Ministro, Barham Salih, hanno annunciato che la bozza di legge è pronta per essere presentata al Consiglio dei ministri per l’approvazione. Salih era entusiasta dell’invasione dell’Iraq guidata dagli Usa, e l’amministrazione guidata dalle milizie kurde che egli rappresenta ha firmato accordi illegali sul petrolio che adesso sta cercando di legalizzare. Dato che il parlamento non si sta riunendo regolarmente, è probabile che la legge sarà approvata in fretta, dopo un accordo raggiunto con una mediazione sotto gli auspici della occupazione Usa.

L’industria petrolifera irachena è in uno stato precario in conseguenza delle sanzioni, delle guerre, e dell’occupazione. Il governo, attraverso l’ispettore generale del ministero del Petrolio, ha pubblicato rapporti schiaccianti di corruzione su vasta scala e ruberie in tutto il settore petrolifero. Molti alti funzionari tecnici competenti sono stati licenziati o degradati, e l’organizzazione di stato per la commercializzazione del petrolio ha avuto parecchi direttori. I ministeri e le organizzazioni pubbliche stanno operando sempre più come feudi di partito, e prospettive private, confessionali, ed etniche prevalgono sulla prospettiva nazionale. Questo stato di cose ha risultati negativi per tutti, tranne per quelli che sono corrotti e privi di scrupoli, e per le voraci multinazionali petrolifere straniere. La versione ufficiale della bozza di legge non è stata resa pubblica, ma non c’è dubbio che essa sarà concepita per consegnare la maggior parte delle risorse petrolifere alle multinazionali straniere in base ad accordi di esplorazione a lungo termine e di produzione congiunta [production-sharing agreements].

La legge petrolifera probabilmente aprirà la porta a queste multinazionali in un momento in cui la capacità dell’Iraq di regolare e controllare le loro attività sarà molto limitata. Essa perciò metterebbe la responsabilità di proteggere l’interesse nazionale vitale del Paese sulle spalle di pochi tecnocrati vulnerabili in un ambiente in cui sangue e petrolio scorrono assieme in abbondanza. Il senso comune, la giustizia, e l’interesse nazionale dell’Iraq impongono che non sia consentita l’approvazione di questa bozza di legge in questi tempi anomali, e che contratti a lungo termine di 10, 15, o 20 anni non debbano essere firmati prima che tornino pace e stabilità, e prima che gli iracheni possano essere sicuri che i loro interessi siano protetti.

Questa legge è stata discussa in segreto per gran parte dello scorso anno. Bozze segrete sono state esaminate e commentate dal governo Usa, ma non sono state diffuse al pubblico iracheno – e nemmeno a tutti i membri del Parlamento. Se la legge verrà forzata in queste circostanze, il processo politico ne sarà ulteriormente discreditato. I discorsi su un fronte moderato che superi le divisioni confessionali sembrano concepiti per facilitare l’approvazione della legge e la svendita alle multinazionali petrolifere.

Gli Usa, il Fmi, e i loro alleati stanno utilizzando la paura per portare avanti i loro piani di privatizzare e liquidare le risorse petrolifere irachene. L’effetto di questa legge sarà quello di marginalizzare l’industria petrolifera irachena e di erodere le misure di nazionalizzazione intraprese fra il 1972 e il 1975. Essa è concepita come un capovolgimento della Legge 80 del dicembre 1961 che riprese la maggior parte del petrolio iracheno da un cartello straniero. L’Iraq pagò caro per questa mossa coraggiosa: l’allora Primo Ministro, il Generale Qasim, venne assassinato 13 mesi dopo, in un colpo di stato a guida ba’athista che fu sostenuto da molti di coloro che fanno parte della attuale alleanza di governo – compresi gli Usa. Ciò nonostante, la politica petrolifera nazionale non fu capovolta allora, e il suo capovolgimento sotto l’occupazione Usa non sarà mai accettato dagli iracheni.

* accademico iracheno e senior lecturer di economia del Medio Oriente all’Università di Exeter