Il governo Blair vende la sanità

Il Labour inglese mette in vendita un pezzo del servizio sanitario nazionale. Le imprese vincitrici degli appalti potranno utilizzare medici, ospedali e attrezzature pubbliche. Senza dipendere dal ministero della Sanità. Accuse dai sindacati

LONDRA
Il governo britannico ha offerto ad imprese private la gestione di una parte del sistema sanitario nazionale (Nhs). Secondo il nuovo piano, alcune strutture pubbliche e una fetta dello staff medico potrebbero trovarsi nel giro di breve alle dipendenze di società private, grazie ad una serie di contratti del valore complessivo di circa 4,5 miliardi di euro. Al fine di garantire il trattamento di circa 200 mila pazienti, il progetto prevede che le imprese vincitrici degli appalti possano utilizzare personale specializzato, ospedali e attrezzature oggi usate dal Nhs. Al momento le società che si sono dimostrate interessate sono circa 200, ma le critiche hanno già cominciato a piovere da più parti. Il governo insiste nel sostenere che, creando competitività fra pubblico e privato, l’iniziativa contribuirà a ridurre le liste d’attesa senza rinunciare al principio della gratuità del servizio per tutti. Ma il sospetto è che il progetto sia solo un modo per mascherare una nuova sterzata verso un sistema sanitario privatistico simile a quello statunitense.

«Lo smantellamento del Nhs sta continuando a passo spedito», dice al manifesto Vincent Marks, professore di clinica biochimica all’università del Surrey. Prima delle elezioni del `97 che portarono il partito di Tony Blair al potere, Marks fu tra i medici firmatari di una lettera che invitava a votare Labour per salvare la sanità dai progetti di privatizzazione dei conservatori. Oggi, però, il professore crede di essere stato tradito e alle ultime elezioni ha deciso di votare per un altro partito. Il nuovo progetto lanciato dal ministro della Sanità Patricia Hewitt è parte di un tentativo di riforma dell’intero sistema sanitario inaugurato dal Labour subito dopo aver vinto le elezioni per la seconda volta nel 2001. Il punto principale della riforma è la creazione dei cosiddetti Hospital Foundation, strutture a metà strada fra il pubblico e il privato, in grado di operare autonomamente dal ministero della Sanità. Le nuove entità sono pagate dallo Stato in base al numero di pazienti curati e sono in grado di chiedere prestiti alle banche per finanziare i propri programmi di sviluppo. In compenso, però, il ministero non può intervenire in caso di deficit di bilancio.

Una clausola della legge con cui sono stati creati i Foundation Hospitals prevede che lo status possa essere acquisito anche da società private che ne facciano richiesta, cosa che ha suscitato forti critiche tra gli stessi membri del Labour. Un’altra paura suscitata dalla riforma era che le compagnie private finissero con il «cannibalizzare» il personale migliore impiegato dal settore pubblico grazie all’attrattiva di salari più alti. Al momento dell’approvazione della legge nel marzo del 2004, però, l’uomo che l’aveva concepita – Alan Milburn – aveva garantito che questo non sarebbe successo. La legislazione, infatti, vietava alle nuove strutture di assumere personale che già lavorava con altri ospedali.

Con la nuova proposta di coinvolgere ulteriormente il settore privato, però, il governo ha indebolito il divieto, consentendo lo scambio a patto che la struttura pubblica sia in grado di rimpiazzare il personale. L’improvviso cambiamento ha contribuito ad alimentare lo scetticismo presso i sindacati. «E’ difficile credere che non ci saranno presto altre privatizzazioni», ha dichiarato Karen Jennings di Unison, il sindacato dei dipendenti pubblici.