Il giudice Grasso accusa: politici e polizia proteggono Provenzano

Bernardo Provenzano è un latitante «coperto da politici, uomini delle istituzioni, imprenditori, forze di polizia». La denuncia esplode come una bomba da 100 megatoni sui tetti notturni di Palermo, sul lastricato slavato di Roma, sulle televisioni accese in tutta Italia, alle 23 e 30, davanti alle facce incredule di chi a quell’ora sta guardando Rai1, primo canale del redivivo servizio pubblico radiotelevisivo.
Bernardo Provenzano, professione mafioso, latitante da 42 anni: una vita. Una vita da boss, quella della “primula rossa di Corleone”, con un carico di processi e condanne ed ergastoli e anni di galera mai scontati per omicidi fatti da sé o dal clan o commissionati dalla “cupola”. Passata a metà tra gli agi della propria casa nel centro “bene” di Palermo o in una villa defilata delle nuove periferie residenziali, magari a curare l’orto, e a metà tra gli affetti più cari, le amicizie, il “passìo”, i picciotti, il “parrino” confessore, i figli e i nipoti: tutti assieme nel casale di campagna, dalle parti del Bosco di Ficuzza o, perchénno, all’ombra severa della Rocca Busambra.

Se il nome fosse quello di don Vito Corleone e la ganascia protesa quella di Marlon Brando saremmo di fronte a un’altra puntata della saga de “il padrino”: una fiction. Invece siamo davanti a una persona serissima, che non ha mai fatto una dichiarazione meno che calibrata e senza sbavature, qualcuno dice persino troppo moderato, il procuratore di Palermo Pietro Grasso, appena insediato nel suo ufficio di Via Giulia a Roma nel nuovo ruolo di procuratore nazionale antimafia.

«La latitanza di Bernardo Provenzano è stata coperta da politici, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori e forze di polizia». Alle reazioni scomposte che questa semplice frase, che tutti mormorano e sussurrano da anni nei corridoi dei palazzi di giustizia, provoca, il procuratore oppone uno stupore sincero: «Non capisco: non ho detto niente di nuovo. Ho solo parlato di rappresentanti istituzionali i cui nomi erano già usciti anche sui giornali. Parlo, ad esempio, di un sottufficiale delle forze di polizia che metteva le microspie nel palazzo di giustizia per poi riferire tutto sulle indagini a Cosa Nostra. Abbiamo scoperto che un imprenditore (Michele Aiello, proprietario di una superclinica di lusso a Bagheria, ndr) riceveva da quel sottufficiale informazioni sulle nostre indagini. L’imprenditore era collegato a Cosa Nostra e quindi le indagini nostre venivano conosciute direttamente da Provenzano».

«Parlo ad esempio dell’ex presidente del consiglio comunale di Villabate (paesone agricolo inglobato nell’area metropolitana di Palermo, ndr) – continua Grasso, nel corso dell’intervista a Tv7 – quel Francesco Campanella che ha fatto mettere i timbri sul documento falso (con cui Provenzano è diventato il signor Troia ed è stato operato alla prostata in una clinica francese, ndr). Questo dà l’esatta misura di come Cosa Nostra riesca a infiltrarsi nelle istituzioni: Campanella è l’interfaccia tra la mafia e altre categorie sociali, perché ha rapporti con la politica, ha una finanziaria, ha rapporti a Roma con vari Ministeri».

Va avanti così, nitida, l’intervista al nuovo procuratore antimafia, e già l’Italia recita la parte della donna perbene offesa nell’onore, e suscita l’inevitabile reazione del legale del mafioso latitante, l’avvocato Salvatore Traina, che tronituona: «Se le cose denunciate da Pietro Grasso fossero vere, sarebbero gravissime». E parte la prevedibile sfilata di reazioni “indignate” di autorevoli giureconsulti della Casa delle Libertà, che già, con l’avvocato Carlo Taormina, ne chiedono la testa. Ma provoca anche lo sgomento di Enzo Bianco, presidente del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi, che ha annunciato di voler convocare il procuratore al più presto davanti al Copaco: «Conosco personalmente Pietro Grasso, lo stimo come uomo e come magistrato, lo considero persona seria che non ama sovraesposizioni e quando parla lo fa a ragion veduta».

E allora perché questa convocazione? Perché la riapertura di un ballo mortifero in cui sono le vittime dei mafiosi e i magistrati che indagano ad essere messi sotto inchiesta? Perché questo spettacolo visto mille volte in cui l’occhio di bue viene spostato non sulla primadonna ma sul regista o sui coreuti, esponendo così il magistrato a quella sovraesposizione assolutamente da evitare per non compromettere il suo lavoro, e forse anche la sua vita?

E’ vero, Pietro Grasso non ha detto proprio niente di nuovo. Basta andare all’indietro e rileggere i giornali e qualche libro: gli articoli di Attilio Bolzoni sulla Repubblica, quelli di Francesco La Licata sulla Stampa, qualche puntata di Blunotte di Carlo Lucarelli. Tutto, ma proprio tutto, è già stato detto e scritto. Come tutto era stato detto e scritto a proposito di Vito Ciancimino nella relazione di minoranza di Pio La Torre alla prima Commissione Antimafia. E La Torre è morto ammazzato in un vicolo dietro Corso Calatafimi e Ciancimino è morto nel suo letto con il conforto religioso.

Né si può dimenticare quella perquisizione nella sede della Repubblica a Palermo quando i giornalisti Bolzoni e Viviano produssero l’identikit del boss invecchiato, e neppure che lo stesso Bolzoni e Saverio Lodato si fecero un po’ di galera per quel libro sul covo di Totò Riina lasciato incustodito dai carabinieri del generale Mario Mori per quindici giorni dopo l’arresto del boss dei boss, a sua volta latitante per 25 anni a casa propria in via Bernini, in un quartiere tranquillo alle porte di Palermo.

«Dalle nostre indagini – ha detto con voce chiara e ferma il procuratore antimafia Pietro Grasso, con quell’accento che ricorda tanto, con un tuffo al cuore, i linguaggi perduti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – risulta che spesso siamo noi stessi oggetto di indagini».

Rimane in piedi, da 42 anni, la domanda: «Chi copre la latitanza del capo di Cosa Nostra?» La risposta è: «La coprono rappresentanti delle professioni, la coprono politici, imprenditori, forze di polizia. Dall’indagine sulla sua ricerca sono emerse tutte queste categorie, quindi non è soltanto una copertura da parte di un’organizzazione criminale, ma è una copertura che viene da intere fasce sociali».