Il Giappone volta pagina: la missione militare in Afghanistan non sarà rinnovata

Afghanistan, il Giappone volta pagina, e lo annuncia ad un mese dalla attesissima visita di Obama nel paese. D’ora in poi concentrerà i suoi aiuti in ambito civile, privilegiando gli interessi del popolo afgano rispetto a quelli delle forze armate Usa. Lo ha detto il ministro della difesa giapponese Toshimi Kitazawa ieri, dopo aver confermato che Tokyo non intende rinnovare l’attuale missione militare nel Golfo, rivolta principalmente all’assistenza per il rifornimento della flotta Usa. Tuttavia non vuole rinunciare al suo ruolo attivo nella ricostruzione dell’Afghanistan.
La missione militare afghana, iniziata otto anni fa tra forti polemiche e con la netta opposizione del partito democratico, oggi al governo, è stava rinnovata di anno in anno, e scade il prossimo gennaio. Durante la campagna elettorale l’attuale premier Hatoyama aveva più volte ribadito che, in caso di vittoria, non sarebbe stata rinnovata.

«Il governo mantiene le promesse della campagna elettorale e mette fine a questa controversa operazione, iniziata 8 anni fa tra mille polemiche e sospetti di incostituzionalità, e che vedeva la nostra marina militare impegnata nell’opera di assistenza e rifornimento della flotta Usa. La missione scade a gennaio e non verrà rinnovata. Al tempo stesso il Giappone non intende sottrarsi al suo ruolo internazionale e, nel pieno rispetto del mandato Onu, rinnova il suo impegno a favore della pace e della ricostruzione: aiuteremo a costruire strade, opere pubbliche, a rilanciare le attività del settore agricolo….e pagheremo gli stipendi della polizia, ma senza interferire sulla sua attività…».
Va come un treno, il ministro. Si ferma, controlla che i giornalisti abbiano il tempo di prendere gli appunti. E non si dilegua dopo pochi minuti, come avveniva con i suoi predecessori, che spesso finivano per giocare il ruolo di portavoce dei burocrati, cui era delegato il ruolo di parlare con i giornalisti. Kitazawa resta a disposizione oltre un’ora, e risponde a tutte le domande. Anche qui, in uno dei ministeri più «riservati», le cose sono cambiate, e in modo netto e inequivocabile. Da quando il nuovo governo si è installato, l’accesso alle fonti di informazione, alle istituzioni, ai singoli ministri è diverso. Si va dall’apertura completa delle conferenza stampa a tutti coloro che possono dimostrare di essere «on business» (quindi anche free-lance, new media etc etc: basta preregistarsi sul sito del ministero e portare un documento di riconoscimento) a forme più o meno ufficiali di «apertura».
A quella di ieri c’erano un centinaio di persone. Alcuni, come Ohmynews e Videonews, due dei più popolari canali «all news» su internet, la trasmettevano in diretta. Niente male, per un ministero che fino ad un paio di anni fa neanche esisteva, istituzionalmente (si chiamava, in apparente omaggio alla Costituzione, che non lo prevede, «Agenzia per la difesa»), e dove il ministro «di passaggio», in genere di scarso peso politico, si faceva vedere con il contagocce, e solo da un ristretto gruppo di giornalisti accreditati (i grandi media nazionali locali e le agenzie internazionali di stampa).
Ovviamente sul tappeto non c’è solo la questione dell’Afghanistan. C’è la storia di Futenma, la più grande base americana all’estero, situata, e da sempre malsopportata, nella lontana isola di Okinawa. Dopo anni e anni di trattative spesso solo formali (il governo liberaldemocratico non ha mai avuto il coraggio di «chiudere» una questione che dal dopoguerra umilia la sovranità nazionale del Giappone e costringe il popolo di Okinawa a subire una delle più pesanti e arroganti servitù militari al mondo) l’ex premier Taro Aso, ben sapendo che la cosa avrebbe ulteriormente complicato la vita al nuovo governo, aveva firmato uno «storico» accordo: chiusura della mega-base (dove vivono circa 22 mila marines, la metà di tutte le truppe Usa ancora basate in Giappone) e trasferimento di circa 10 mila soldati.
Il ministro Kitazawa ha anche affermato che il Giappone intende rafforzare il proprio sistema di difesa missilistica in vista delle continue minacce della Corea del Nord, e che per questo continuerà a contare su Washington. «La nostra alleanza con gli Stati uniti resta il punto fermo della nostra politica estera, ma assieme dovremo rivedere alcuni punti».