Il genocidio accettabile

La bomba ha 60 anni Già pochi mesi dopo Hiroshima e Nagasaki ogni critica venne messa a tacere negli Usa, in nome della verità ufficiale: il lancio delle atomiche aveva «permesso il salvataggio di un milione di vite americane». Una verità che ancora oggi è tradimento discutere

Lo sterminio di massa, fino al genocidio di altri popoli, è accettabile se compiuto dagli Stati uniti? Come il fantasma di Banco in Macbeth, il dilemma rifiuta di andarsene, riappare periodicamente nella discussione pubblica, dilania le coscienze di molti americani. Esso è stato posto con chiarezza da Robert Gallucci nel suo intervento sul numero di questi giorni del Bulletin of the Atomic Scientists, dedicato al sessantesimo anniversario di quel tragico 6 agosto 1945. «E’ accettabile – si chiede Gallucci – commettere un’azione che ucciderà decine di migliaia, o più, di civili (…) con l’obiettivo di ottenere un effetto sulla capacità del nemico di condurre la guerra e, più importante, per distruggere la volontà del nemico di proseguire il conflitto? In pratica, la risposta degli Stati uniti è stata affermativa, bombardando Tokyo e Dresda (prima di Hiroshima e Nagasaki)».

Maggioranza indifferente

A giudicare dal modesto numero di articoli usciti in questi giorni sulla stampa americana, e dal carattere convenzionale dei loro contenuti, la drammaticità di questo interrogativo etico lascia indifferente la maggior parte dei giornalisti e dei politici, se non quando qualcuno cerca di introdurre la questione in un forum accessibile a tutti i cittadini e non ai soli specialisti. Finché se ne discute sul Bulletin, o nei libri di Gar Alperovitz, la macchina dell’informazione sonnecchia, ma quando il mito dell’innocenza americana viene messo in discussione le reazioni sono violentissime. Il militarismo di Washington non tollera critiche o dubbi nemmeno 60 anni dopo i fatti. L’idea che gli Stati uniti sono un grande paese proprio in quanto possono discutere degli errori, e anche dei crimini, del proprio governo deve cedere il passo a un consenso prefabbricato.

Prendiamo, per esempio, l’intervento di Thomas Donnelly, sempre sul Bulletin. Donnelly, un rappresentante dell’American Enterprise Institute, un think tank conservatore, cita Goodbye Darkness, le memorie dello storico William Manchester sulla guerra nel Pacifico, per sostenere la tesi che, di fronte alla prospettiva di un’invasione del Giappone, con milioni di morti, «You thank God for the atomic bomb». Donnelly continua ricordando il rispettato critico Paul Fussell, che intitolò precisamente Thank God for the Atom Bomb una raccolta di saggi: nell’agosto 1945 era un giovanissimo tenente che aveva combattuto sul fronte europeo e sarebbe stato trasferito nel Pacifico se la guerra non fosse finita.Nel suo intervento, scritto nel 1987, Fussell ha un’unica argomentazione: lui c’era. Se la guerra fosse proseguita, forse quarant’anni dopo non sarebbe stato vivo per scriverne, come accadde agli otto aviatori americani decapitati dai giapponesi, o ai marinai del sommergibile Bonefish, affondato nei sei giorni di intervallo tra il bombardamento di Nagasaki, il 9 agosto, e l’annuncio dell’armistizio, il 15. Thank God for the Atom Bomb insiste sull’immenso sollievo, sulla gioia indescrivibile di scoprire che «era finita».

Ma la felicità di giovanissimi soldati al fronte è un argomento valido nel dibattito sulla moralità di Hiroshima? Fussell e Manchester danzarono nelle strade, abbracciarono sconosciuti, baciarono le ragazze e ringraziarono Iddio, come decine di milioni di persone in Italia, Francia, Russia, Inghilterra, Germania e altrove. Ma la gioia collettiva di militari e civili lontani dal Giappone può giustificare le carni a brandelli, le viscere sparse sul terreno, l’incenerimento immediato di donne e bambini?

No, non poteva e non può: i marines nel Pacifico, esattamente come i giovanissimi soldati sovietici a Berlino, erano totalmente all’oscuro della situazione militare e diplomatica, del fatto che il Giappone si sarebbe probabilmente arreso entro poche settimane e che tutto dipendeva dalle condizioni di pace proposte. La richiesta degli Alleati di una «resa incondizionata» rendeva necessario un chiarimento: essa permetteva ai giapponesi di poter conservare l’imperatore alla testa del paese, o no? Se questa garanzia fosse stata data (come poi effettivamente avvenne) il Giappone avrebbe accettato il cessate il fuoco, altrimenti avrebbe combattuto fino all’ultimo uomo. La vita o la morte di Fussell e dei suoi camerati dipendeva da scelte politiche dei governi alleati, perché la situazione militare sul terreno era già chiara per tutti. Su questo, ormai i documenti sono disponibili e molti storici hanno lavorato.

Gli scienziati erano coscienti

Nell’anniversario di Hiroshima è più che mai necessario ricordare che la parola «guerra» non risolve automaticamente tutti i problemi, non fornisce giustificazioni per ogni atto: la nozione di «crimini contro l’umanità» fu inventata esattamente per questo, alla fine della seconda guerra mondiale. Scienziati e militari americani che avevano partecipato alla costruzione, e alla decisione di usare, la bomba atomica erano perfettamente coscienti del fatto che i bombardamenti su Dresda, Tokyo, Hiroshima, Nagasaki erano atti che potevano essere giudicati come crimini di guerra e tali rimangono, a meno di non sostenere che uomini mortali e fallibili sono in diritto di arrogarsi decisioni sulla soluzione finale del problema costituito da altri esseri umani, siano un gruppo etnico o gli abitanti di una particolare città. Uso questa espressione, soluzione finale, per sottolineare che non basta avere una Costituzione, e un presidente eletto ogni quattro anni al posto di un Führer, per essere assolti automaticamente.

Di questo, molti americani sono sempre stati perfettamente coscienti: Michael Walzer, nel 1981, scrisse: «Il bombardamento di Hiroshima fu un atto di terrorismo; il suo scopo era politico, non militare. L’obiettivo era uccidere un numero di civili sufficiente per scuotere il governo giapponese e costringerlo alla resa. Questo è l’obiettivo di ogni campagna terroristica». Oggi questa verità non solo è stata dimenticata, ma il solo discuterne espone all’accusa di antiamericanismo e di tradimento.

Non è sempre stato così: il 19 luglio 1946 il New York Times dedicò la prima pagina alla notizia che Einstein deplorava l’uso della bomba atomica. Un mese dopo, l’intero fascicolo del New Yorker era dedicato al reportage di John Hersey da Hiroshima, che per la prima volta metteva sotto gli occhi degli americani le conseguenze dell’esplosione sui vecchi, i bambini, le donne della città.

Le descrizioni di Hersey, quasi insopportabili nell’illustrare i dettagli delle sofferenze, provocarono un’ondata di emozione: il settimanale fu immediatamente esaurito e ristampato. Molti quotidiani ripubblicarono il testo, circa 180 cartelle, in forma integrale. In settembre, la radio Abc lo trasmise in quattro puntate. In ottobre, apparve come libro e il Book-of-the-Month Club ne distribuì centinaia di migliaia di copie gratis ai suoi iscritti. La Saturday Review of Literature definì «un crimine» Hiroshima e Nagasaki.

Occorreva una controverità, e in fretta. Fu a questo punto, nel 1946, (e non prima dell’uso dell’arma atomica) che nacque il mito del «milione di vite americane» salvate grazie alla resa del Giappone senza che un’invasione fosse necessaria. Da dove viene questa stima delle perdite, sempre citata da chi vuole giustificare l’uso dell’arma nucleare? Da qualche anno lo sappiamo, perché Gar Alperovitz, uno storico dell’università del Maryland, ha scritto pagine definitive su questo: fu opera di James Conant, presidente dell’università di Harvard.

Fu Conant, preoccupato per l’evoluzione in senso pacifista dell’opinione pubblica, a concepire l’idea di creare l’argomento delle «vite americane salvate» e, soprattutto, a farlo presentare dall’uomo che poteva farlo con maggiore credibilità: Henry Stimson, l’ex segretario alla guerra. L’operazione fu condotta con tutta l’abilità e le risorse di uomini che rappresentavano il cuore dell’establishment americano: la base fu un memorandum preparato da Harvey Bundy, ma al testo definitivo lavorarono anche George Harrison, John McCloy, Rudolph Winnacker e il figlio di Bundy, McGeorge (che poi sarebbe diventato il consigliere per la sicurezza nazionale di John Kennedy). Stimson accettò di firmare l’articolo, che apparve nel numero di febbraio 1947 di Harper’s.

Conant insistette particolarmente per eliminare dal testo ogni riferimento ai contatti diplomatici prima e dopo la conferenza di Potsdam, e in particolare al problema delle garanzie per l’imperatore nei termini della resa giapponese. In questo modo l’unica questione veramente rilevante, e cioè se la fine della guerra poteva essere ottenuta senza Hiroshima e senza l’invasione, scompariva dal dibattito. Ciò che restava era l’alternativa tra l’uso dell’atomica e un milione di morti americani.

«Nessun dubbio»

Così reimpostato il dibattito, l’articolo di Stimson fu un successo straordinario: il New York Times non solo lo mise in prima pagina, ma scrisse in un editoriale che «non c’erano dubbi» sul fatto che «la bomba constrinse alla resa i giapponesi». Washington Post, St. Louis Post-Dispatch, Reader’s Digest e centinaia di altri giornali e riviste lo ripubblicarono. Anche questo era stato accuratamente pianificato: i contatti del gruppo di autori nel mondo dell’editoria e del giornalismo erano sufficienti per far rimbalzare il testo ovunque, ma per facilitarne la diffusione, Harper’s lo mise a disposizione senza chiedere diritti, cosa assolutamente inusuale negli Stati uniti. Per buona misura, Stimson chiese a Henry Luce, l’editore di Time e di Life, di dargli ulteriore diffusione sulle sue riviste, allora le più importanti d’America.

Oggi, 58 anni dopo, i termini del dibattito sono ancora gli stessi: chi non crede a questa versione dei fatti può trovare ospitalità su Nation o sul Bulletin of Atomic Scientists, ma certamente non sui grandi media o in televisione. La grande menzogna continua a funzionare.