Il gappista che faceva le battute

L’antifascismo sui banchi di scuola, porta San Paolo, via Rasella. La guerra che continua a nord, infine la Liberazione e poi la politica e il giornalismo. Una vita da ribelle
Una frase da ricordare «Allora tu, quando vai al processo Kappler, gli spari». «A’ coso, ma che sei matto? così m’arrestano subito». «Che c’entra? è una rappresaglia». «Ma noi non facciamo rappresaglie, compagno D’Onofrio»

Questa è la storia di uno spirito libero, un partigiano combattente che a ottant’anni aveva la leggerezza e l’irriverenza di un adolescente. E infatti comincia con l’espulsione da tutte le scuole del regno nel 1941 per una battuta irriverente sulla guerra che indigna un professore prete fascista: «Ma come, non hai fede nella vittoria? la vittoria delle armi fasciste è un dogma!». «Non parlatemi di dogmi, professò – voi vi siete fatto prete perché ciavete la camicia nera più lunga de tutti gli altri…». Ha diciotto anni, frequenta gli antifascisti, fa il corriere della stampa clandestina. Prima dell’8 settembre lo arrestano per una lettera a un compagno di scuola, «in cui dicevo, qui se la pigliano con Mussolini, però il Re, il Papa, non sono pure loro responsabili di quello che succede?». Se la cava con un’ammonizione. L’8 settembre esce da una riunione notturna di antifascisti: «Erano le sei del mattino, ci fermammo all’angolo di via Venti Settembre, quando sentimmo un rumore di motori. Era la colonna di casa Savoia che scappava. Ci stavano dodici motociclisti che aprivano il corteo, poi mano a mano che passavano `ste quattro macchine nere, ognuno diceva ad alta voce i personaggi che riconosceva: c’era Badoglio, c’era Roatta, c’era il re, il principino, la regina… Ma che cazzo sta succedendo? E sapemmo l’indomani che se ne stavano scappando». Il 10 settembre è a Porta San Paolo, aspetta le armi che non arrivano. A ottobre lo arrestano di nuovo; esce dopo dieci giorni, entra nei Gap, comincia la lotta armata.

Guglielmo spara e fa cilecca

«Dovevamo fare un attentato a un colonnello delle Ss che usciva dal cinema Barberini, e eravamo io, Guglielmo Blasi e Alberto Giacchini. Quella sera toccava ad Alberto Giacchini; allora, questo colonnello esce dal cinema, Giacchini fa tre-quattro passi avanti, tira fuori la pistola, poi rallenta, la rimette in tasca, torna da me e dice, non gliela faccio. Va be’. Guglielmo va avanti, si fa quasi sotto alle spalle, tira fuori la pistola, spara e fa cilecca. Allora il tedesco tira fuori il suo pistolone, sta per farlo fuori, quando m’è toccato interveni’ a me e…». Poi Guglielmo Blasi, arrestato per una rapina, denuncerà alle Ss tutti i gappisti che conosceva, ma non Pasquale Balsamo che gli aveva salvato la vita. Alberto Giacchini, che non se l’era sentita di uccidere a freddo, sarà ucciso alle Fosse Ardeatine. «In quell’occasione, fu una specie di legittima difesa, però fu l’unica azione che feci di questo genere. Di camion pieni di soldati ne ho fatti saltare parecchi, ma era un’azione militare; le uccisioni individuali, fu quella l’unica».

Pasquale mi piaceva tanto

Raccontava Maria Teresa Regard, gappista: «La tensione nervosa nella guerriglia era molto forte, quindi cercavamo di tenerci su… A me piaceva tanto Pasquale Balsamo; di tutti quelli che stavano nei Gap era da me il preferito perché lui cercava di rompere quest’atmosfera così lugubre, faceva battute… io ho delle cose di Pasquale che non si possono dire perché lui non vuole che si sappiano, anche belle; lui ha detto, per piacere queste cose non le racconti a nessuno; ha scritto un bellissimo diario sulla Resistenza ma non lo vuole pubblicare assolutamente».

Il 24 marzo, Pasquale Balsamo è con Fernando Vitagliano in fondo a via Rasella. «Sulle scalette che portavano al Quirinale, ci stava un gruppo di ragazzini che seguiva questa colonna che cantava, quindi una cosa allegra. Siccome per fortuna avevano la palla, Fernando gli ha dato un calcio, e io glie n’ho dato un altro, buttandola lontano; allora `sti ragazzini – “a’ figlio de na mignotta!”…» corsero via dietro alla palla e si salvarono. «Quando scoppiò la bomba sembrava di stare sotto la Galleria Colonna, perché all’altezza del primo piano si creò un tetto di vetri – tutte le finestre, un tetto di vetri, che poi all’improvviso, come se fossero sospesi a mezz’aria – si abbatté sulla colonna dei tedeschi».

Due settimane dopo lo arrestano mentre prepara un attentato contro Vittorio Mussolini. Il commissario, opportunista, finge di averlo preso per rapina («Ma io, io non sono un rapinatore!». «Statti zitto, fesso! Che se io acchiappo della gente armata la devo consegnare immediatamente ai tedeschi»), e lo fa ricoverare alla Neuro. Ci resta fino al 4 giugno: «Venne un’ispezione, la commissione medica tedesca. Io mi feci trovare accovacciato sulla ringhiera del letto. “Cosa fai tu lì?». “Il pappagallo! Pappagallen!”. Dopo cinque minuti questi fanno, va be’, questo qui è proprio malato, e se ne vanno».

Dopo la liberazione di Roma, Pasquale Balsamo si arruola nel battaglione Cremona che combatte con gli alleati (lo vorrebbero riformare: «A’ dotto’, o lei mi fa abile e arruolato, se no passa dei guai… avendo a che fa’ con due gappisti!»). «Quella è stata una cosa che mi ha colpito molto di più della Resistenza; perché lì ho perduto cinque carissimi amici, fra i quali Silvio Serra. Eravamo tutti ex gappisti; tutta la divisione Potente di Firenze si arruolò compatta con gli ufficiali loro; poi trovammo intatta la divisione comandata da Boldrini, da Ravenna… Difatti noi portavamo le stellette col fazzoletto rosso al collo e nessuno ha mai osato dirci di togliercelo». Viene in ispezione il principe Umberto e il reparto intona «Già trema la casa Savoia, macchiata e intrisa di sangue…». «Ad Arzergrande, sull’Adige, l’artiglieria aveva distrutto il ponte, per cui era rimasta imbottigliata una colonna blindata tedesca, oltre a un reparto di cavalleria. Questo reparto di cavalleria era stato distrutto dalla nostra artiglieria per cui la puzza di queste carogne, gli animali sparsi per tutto il paese … però ci stavano queste autoblinde che si difendevano. E combattevamo di cesso in sala da pranzo, di sala da pranzo in camera da letto; durò dalla mattina alle sette alle cinque del pomeriggio, quando poi i tedeschi si arresero perché evidentemente ricevettero l’ordine, è inutile che stanno a rompere i coglioni». «Quando avanzavamo e s’accorgevano che parlavamo l’italiano… potevamo fare come i marocchini a Frosinone. Una notte che stavamo proprio in attesa dell’offensiva finale, stavamo di guardia sopra un fienile. Verso le cinque del mattino sento scricchiolii: altolà!. «Sono io, sono io!». La voce di una ragazza, con un profumo di cioccolato. Questa qui sale la scala che portava al fienile e mi porta `sto latte e cioccolato con del pane. Capirai, mi cominciano a venire brutti pensieri – dico ma è possibile che me comporto come un marocchino? “Ciao, grazie”. Allora questa scende la scala, poi risale su e m’abbraccia e mi da un bacio, così. “Grazie grazie. Grazie due volte, grazie due volte!”. Scende e scappa. L’indomani mattina, quando ci muoviamo per proseguire l’avanzata, ritrovo la ragazza con un giovanotto; dice, “Grazie due volte, ci sposiamo domani”».

Obbedisce quando vuole

Dopo la guerra lavora all’Unità, frequenta la scuola di partito, e obbedisce solo quando vuole. E’ sua la prima inchiesta sulle borgate. «Erano fatte sulla pianta delle prigioni. Tu hai mai visitato Regina Coeli? E’ una rotonda, da cui si dipartono i raggi con le celle; e la pianta delle borgate era la stessa, con la piazza centrale, con queste strade, e un cesso ogni dieci case. I lavatoi servivano pei panni e per lavarsi la faccia, quindi figurati che igiene». Segue il processo a Kappler, boia delle Ardeatine. «Durante il processo Kappler spararono a Togliatti. D’Onofrio, che era il capo dell’ufficio quadri della direzione del partito, venne in redazione e mi disse, “Allora tu domani mattina, quando vai al processo Kappler, gli spari”. A’ coso, ma che sei matto? così m’arrestano subito”. “Che c’entra? è una rappresaglia”. “Ma noi non facciamo rappresaglie, compagno D’Onofrio”». E’ una frase da ricordare. Gli propongono un industriale, fascista, fabbricante di armi, odiosamente antisindacale. E lui: «A quello gli dobbiamo la vita – se le bombe a mano sue funzionavano, eravamo tutti morti. Casomai dovrebbe avere una medaglia al merito…».

«Nel `50, mi mandano a scuola di partito. Si usava fare l’autocritica, ci si batteva il petto dicendo, non ho fatto abbastanza per il partito… Ma come, gli hai dato il culo al partito! Un giovedì toccava a me, io vado dal direttore e dico, guarda, tu rinuncia a questa autocritica mia: io ero figlio di un funzionario dello stato, non mi mancava niente, io non debbo niente a nessuno, siete voi che dovete ringraziare a me, perché io potevo, dovevo essere fascista, e invece so’ stato dalla parte dei comunisti. Quindi non mi rompete il cazzo». Lo mandano a parlare della resistenza nelle sezioni: «La gente si sbellicava dalle risate quando raccontavo degli appostamenti che mi facevo con Carla Capponi, che era una ragazza favolosa, ed era l’unica scusa per poterla abbracciare… Amendola, che era un moralista terrificante, dice basta, stanno ridicolizzando la resistenza a Roma, non mandiamolo più. Meno male…».

Alla Rai, giusto per rompere i coglioni

Lo vogliono a Radio Praga, a Radio Mosca, «e l’ultima offerta fu Radio Tirana. Allora Ingrao scoppia e dice, «ma non capite che se Pasquale mette piede in una di queste città, o l’arrestano, o diventa anticomunista e scappa?». Gli propongono di dirigere la federazione di Foggia, con la prospettiva di diventare deputato. «No, guarda, perché Foggia, che ha sempre avuto il più importante aeroporto dell’Italia meridionale, e poi aveva, nascenti, le industrie telematiche, già da allora a Foggia esistevano degli operai in camice bianco. I contadini, specialmente quelli che lavoravano a giornata, ormai erano in disuso. Mi mandi in una zona dove la classe contadina sta per scomparire, e sta per nascere una nuova classe operaia che è più intellettuale che operaia; io non posso curare questa zona il sabato, la domenica e il lunedì, e poi venire a perdere tempo a Roma il martedì mercoledì e giovedì. Lascia perdere, non me ne frega niente della politica. E così poi, nel `60 lasciai tutto». Entra alla Rai, «e giusto per rompere i coglioni alla gente ho inventato i notiziari di Onda Verde».

Pasquale Balsamo è morto, improvvisamente, il 29 settembre.