Il «furbetto» di Palazzo Chigi

«Il conflitto di interessi del presidente del consiglio si sarebbe potuto risolvere anni fa se il centro sinistra lo avesse voluto. Io ero dell’idea che il blind trust non fosse sufficiente a risolverlo con la necessaria trasparenza. Per uscire dal conflitto che ancora permane, Silvio Berlusconi avrebbe dovuto vendere le sue proprietà. Ne sono ancora convinto». Marco Onado, ex commissario della Consob, professore degli intermediari finanziari alla Bocconi, editorialista de Il Sole 24 ore, dà un giudizio molto severo sul conflitto d’interessi che ammorba il nostro paese dopo l’ascesa al potere del padrone di Mediaset. E a proposito dei giochi di potere in Italia il professor Onado è convinto che nell’estate del 2005 ci fosse un trangolo dei poteri, composto da Bankitalia, Palazzo Chigi e il gruppo di «furbetti» che avrebbe stravolto gli assetti del potere economico e finanziario italiano se non fosse stato fermato dalla magistratura.
Prima di parlare degli eventi del 2005 in Italia proviamo a tracciare un quadro della metamorfosi dei poteri nel nostro paese.
Per capire come sono cambiati i poteri è necessario risalire all’epoca in cui l’impresa pubblica, che aveva dei momenti di eccellenza nella siderurgia, nella meccanica e nella chimica, è morta. Mi riferisco allo scioglimento dell’Iri e a tutto ciò che ha comportato. La morte economica avviene con l’adesione a Maastricht, quando l’Europa ci impone dei vincoli, la morte politica avviene con tangentopoli. E’ la fine di un’epoca che segna appunto una cesura importante nella storia recente. E’ da lì che bisogna partire.
Lei è di quelli che sostiene che la crisi di Mediobanca nasce in quegli anni?
Direi di sì: l’istituto diretto per decenni da Enrico Cuccia era il punto di raccordo tra economia pubblica e privata. Una volta deceduta l’economia pubblica il ruolo di Mediobanca si è esaurito. Se dovessi fare una valutazione su quegli anni direi che Mediobanca dal punto di vista politico ed economico ha svolto bene il suo ruolo. Non direi la stessa cosa sul piano finanziario: per tutelare e difendere i grandi gruppi Mediobanca ha impedito che crescessero. A questo è dovuta la loro fragilità. Mediobanca ha puntato alla massimizzazione del controllo a scapito della contendibilità e della crescita.
Dopo la morte dell’economia pubblica che cosa è successo?
I processi di privatizzazione sono stati caratterizzati da gruppi che hanno guardato più all’arricchimento di breve periodo. Tutti ci aspettavamo la nascita di nuovi soggetti industriali che entrassero nei grandi procesi di privatizzazione, ma niente di tutto ciò è avvenuto. Anzi, qualcosa è avvenuto: sono nati e cresciuti i cosiddetti furbetti del quartierino, ovvero raider che badavano soltanto alle plusvalenze di brevissimo periodo, pur nell’ambito di un disegno politico.
Si riferisce a un caso in particolare?
Il più eloquente è la privatizzazione di Telecom. Quando Mario Draghi con grande pazienza andò in giro con la valigetta per vendere le quote di Telecom ai privati nessuno comprò. Il comportamento della Fiat è indimenticabile: il gruppo di Torino si proponeva di entrare con lo 0,68% e per di più pretendeva di nominare i vertici del gruppo. Incredibile ma vero. Nessuno dei nostri capitalisti decise di rischiare malgrado ci fosse in vendita un’azienda strategica come la Telecom. Era come se si fosse organizzato un grande party e gli invitati non si fossero fatti vivi.
Perché è potuto accadere?
Abituati per tanti anni a comandare senza mettere soldi, ai capitalisti italiani non è passato neanche per l’anticamera del cervello che fosse possibile scalare una società da 100.000 miliardi di lire. Così le privatizzazioni hanno attirato più raider che imprenditori ritardando però un reale processo di privatizzazione e il capitalismo italiano ha mostrato tutta la sua fragilità e i suoi punti deboli. Credo anzi che si sia persa una grande occasione e si siano create le condizioni per quello che è accaduto dopo
A cosa si riferisce?
Al fatto per nulla tranquillizzante che negli anni successivi si è accentuata la figura dei raider rispetto a quella imprenditoriale. Nella comunità degli affari si è sviluppata l’idea che si potessero fare affari nel breve periodo con opa miliardarie a debito: nasce da lì la filosofia che ha ispirato l’azione di quel gruppo di finanzieri e banchieri che hanno tenuto la scena nel 2005 con la scalata ad Antonveneta e al Corriere della Sera. Il guaio è che quei gruppi non agivano affatto da soli come stanno dimostrando le inchieste giudiziarie ma avevano coperture politiche nella maggioranza di governo e economiche in Bankitalia
Sta sostenendo che c’era un disegno comune tra l’azione di Giampiero Fiorani, quella di Antonio Fazio e palazzo Chigi?
Mi pare che ci siano delle prove certe. Il pranzo che si tenne a palazzo Chigi a gennaio del 2005 dove erano presenti Berlusconi, Fazio e Luigi Grillo fu l’inizio di tutto. Grillo stesso annunciò la linea dell’italianità riguardo alle opa bancarie e di fatto Bankitalia e palazzo Chigi legittimarono l’azione di Giampiero Fiorani nella scalata ad Antonveneta e la scalata di Stefano Ricucci al Corriere della Sera. Il progetto di Fiorani quindi era sostanzioso: voi mi lasciate scalare Antonveneta e il mio gruppo scala il Corriere della Sera. Questo è il conflitto d’interessi. E’ di questo che il governo Prodi si sarebbe dovuto occupare nel 1997.
Lei durante il governo Prodi era commissario Consob
Sì e in veste di membro della commissione fui interpellato per un parere (poi messo da parte) sulla legge relativa al conflitto d’interesse. Quel parere nasceva della convinzione che l’ipotesi di un blind trust non fosse sufficiente ad affrontare il conflitto d’interesse di Berlusconi. Qui non abbiamo a che fare con un pacchetto di minoranza come quello che il governatore Mario Draghi ha affidato a un blind trust, ma a un pacchetto di maggioranza di un grande gruppo. Come si fa a pensare di affidarlo a un blind trust, ben presto resterebbe soltanto il trust senza il blind. L’unica soluzione a mio parere e a parere delle altre persone consultate in quell’occasione era la vendita del pacchetto, unica garanzia per l’eliminazione del conflitto d’interessi. Una posizione troppo radicale? Dal punto di vista concettuale è ineccepibile e comunque l’assenza di una vera legge sul conflitto d’interesse ha consentito a Berlusconi di fare quello che voleva e come meglio gli piaceva.
E le banche che ruolo hanno avuto in questa metamorfosi dei poteri? C’è chi sostiene che sono loro i poteri forti
Diciamo che la forte presenza della banche nelle aziende e nei giornali è l’onda lunga del ruolo che Mediobanca ha avuto in Italia. Devo dire però che in molti casi le banche hanno fatto il loro mestiere. Prenda il caso Fiat: sono intervenute nel momento opportuno per creare le coindizioni finanziarie dell’uscita dalla crisi ma non si sono sostituite al management. Nel caso Fiat il merito dell’uscita dalla crisi non è soltanto delle banche ma amnche di Sergio Marchionne che ha saputo pilotare il gruppo e far sì che mettesse sul mercato nuovi prodotti competitivi.
Ferruccio De Bortoli e Giuseppe Turani sostengono che in Italia ci sarebbe il “quarto capitalismo” – le aziende medio grandi di eccellenza – in grado di competere con i mercati internazionali. Lei che ne pensa?
Io credo che alcuni casi di eccellenza siano il fiore all’occhiello dell’industria italiana e in qualche modo l’ossatura della nostra impresa ma sono altresì convinto che senza alcune grandi imprese sia difficile reggere il confronto e la competizione internazionale.