Il fuoco è nemico

Ma insomma: quel fuoco detto amico che ha ammazzato Nicola Calipari e che ha, con il proiettile che ha attraversato il suo corpo, ferito Giuliana, era un «agguato» o uno spiacevole «incidente»? La domanda ci arriva pressante da insidiosi avversari ma anche da amici sinceri che vogliono capire. Il perché di quanto è accaduto in quella manciata di minuti di venerdì sera lungo la strada che porta all’aereoporto di Baghdad non lo sapremo probabilmente mai con esattezza. Fra l’altro perché quando di mezzo ci sono i militari americani, che, a differenza dei comuni mortali, sono esentati dalla giurisdizione del paese in cui si trovano e affidati al privilegiatissimo foro delle loro forze armate, raramente si arriva a un processo vero, fondato su indagini e prove. Il Cermis e i venti morti della funivia falciata dagli allegri piloti Usa insegnano. Vorremmo comunque tutti sperare che non ci sia stato un preciso ordine di sparare rilasciato dai comandi americani: sarebbe così grave da far temere per la civile convivenza.

Ma fra il crimine deliberato e l’incidente ci sono una gamma di altre possibili opzioni (compresi gli ostacoli che gli americani frappongono al riscatto degli ostaggi). Il termine «incidente» fa infatti pensare a un fortuito infortunio, una assurda casualità, un evento inaspettato e non aspettabile, un «chissà come è potuto accadere». Così non è in questo caso; e questo già lo sappiamo. Sull’auto che trasportava Giuliana e i due agenti del Sismi – già oltre i check point, ad andatura moderata, segnalata alle autorità Usa – i militari americani hanno sparato perché in Iraq sparano – per colpire chi è a bordo e non alle ruote – come facessero il tiro al piattello. Per la suprema arroganza di occupanti, per il disprezzo della vita umana che sempre accompagna le legioni imperiali. E’ questo atteggiamento ad essere deliberato ed è la cifra – centinaia ma forse migliaia – di altri disgraziati sconosciuti, per lo più iracheni, che sono stati ammazzati nello stesso modo, a impedire di definire quanto è accaduto «un incidente».

Non si tratta di una causalità, bensì di una norma. Si dirà che i giovani soldatini americani hanno paura, e a ragione, di ogni cosa che si muove. Li capiamo: si trovano ad operare in un paese che gli avevano detto che andavano a liberare e invece scoprono che si tratta di un paese che gli è così ostile da far loro temere anche delle ombre. Ma è proprio questa occupazione che espone tanti giovani americani alla morte – e centomila volte di più i loro coetanei iracheni – a non essere un incidente, ma un atto deliberato: un «agguato» all’umanità. Per il quale non ci sono scusanti. E un solo rimedio: farla cessare.

E a noi italiani impone di ritirare la nostra spedizione militare, perché, oltretutto, la nostra presenza ha l’aggravante di non contare niente. Il modo come è stato ammazzato Nicola Calipari, non é deliberato, ma è almeno spensierato, prova che veniamo addirittura sbeffeggiati. Ieri c’era tanta gente al funerale di Nicola, chiamato ormai per nome anche da chi mai avrebbe pensato di farlo con un uomo dei servizi segreti; tanta commozione di popolo, sincera e non retorica: perché quell’uomo aveva sacrificato la vita per salvarne un’altra, e cioè non per una «patria» astratta, o peggio ambigua, ma per un essere umano appartenente alla propria collettività storica e geografica, che è poi la forma concreta e reale della nazione. Calipari ha fatto anche di più che salvare una vita. L’impegno a liberare una giornalista è stato anche un impegno a proteggere i giornalisti non embedded, senza la cui sacrosanta «imprudenza» resteremo privi persino di una briciola di verità.