Il Forum che non c’è

La scena inedita e per certi versi entusiasmante che offre in questi giorni il social forum mondiale di Bamako – un’Africa che alza la testa e cerca di afferrare almeno per i capelli il proprio destino – fa quasi venir voglia di esagerare. E dunque di cominciare dalla fine, dal tema che per questioni di stucchevole realismo politico arranca viceversa nelle ultime posizioni dell’agenda: non l’annullamento del «debito», bensì il risarcimento del «debitore».
Considerando quei due o tre conti rimasti in sospeso, dalla tratta degli schiavi alla rapina continuata delle risorse del continente, non sarebbe poi così male partire da lì. Ma in fondo è meglio andarci piano e volare basso. Cominciando a riflettere, per esempio, sul desolante silenzio dei media occidentali su quello che tutti definiscono un evento senza precedenti. E hai voglia a fare paragoni storici con Bandung: qui non ci sono i governi, ma le persone. Vanno in scena i segmenti più propulsivi della società civile africana, la presa di responsabilità dei movimenti africani di fronte alle mille emergenze che investono il continente. Per strano che possa sembrare, non fa notizia quest’Africa che si scrolla di dosso la fama di organismo endemicamente passivo, che alza la testa e si prende la parola. Sarebbe un’Africa da ascoltare (lo ha scritto su queste pagine Mario Pianta), invece è tutto un tapparsi le orecchie e un distogliere lo sguardo. Questa volta, poi, il Corsera è in ottima compagnia, perché il social forum di Bamako è invisibile persino sul sito di Bbc-Africa. E mancando pure un sindaco Veltroni che va a inaugurare scuole, non c’è da sperare nemmeno nel classico servizio che in questi casi scatta in testa al tg regionale.

Nella capitale maliana non si è visto Bob Geldof né sono previsti concertoni in stile Live8, quindi chissenefrega. Assenti Bono, Blair e gli amici di Washington, un po’ repubblicani ma sinceri amanti del «continente nero». Manca il testimonial. C’è la montagna nera ma non si vede il dito bianco che la indica. Così, la musica di Ali Farka Toure la ascolto solo se in copertina Ry Cooder garantisce per lui. E se Weah si presenta alle elezioni, poi dovrebbe farci la grazia di non farsi battere.

A disorientare ulteriormente i nostri media, c’è forse il fatto che i bianchi presenti a Bamako se ne stanno da una parte, in religioso silenzio, come se volessero davvero prestare ascolto a quel che hanno da dire l’ecologista senegalese e il contadino del Ghana, il militante sankarista e il leader neo-panafricanista. Magari per capire le ragioni che spingono così tanti africani a infrangersi contro l’ipocrita muro poliziesco che difende il Nord.

Infine, diciamocelo, l’evento in sé, per svolgersi in un continente infestato da suonatori di tamburo, non è stato fin qui abbastanza folkloristico. Un po’ di confusione e di colori sgargianti, ma niente di più. Quindi perché parlarne, perché ascoltare? Così, dietro alla «non notizia», ci sarebbe almeno una buona nortizia. Vuoi vedere che a Bamako si comincia a fare sul serio?