Il Fmi vede recessione

Ora c’è anche la conferma da parte del Fondo monetario internazionale. Istituzione cardine dell’ideologia e della pratica del neoliberismo, e quindi lenta per definizione nel trarre dai dati le conseguenze più spiacevoli per le proprie «ricette».
L’ultimo World Economic Outlook, reso noto proprio ieri, mette a fuoco il problema principale dell’economia mondiale: il prezzo del petrolio non diminuirà e questo avrà un effetto pesante su tutti gli equilibri che al momento reggono il pianeta. Con il linguaggio cauteloso che si usa quando bisogna dire cose spiacevoli, il Fmi nota che «l’offerta di greggio non lascia grandi margini rispetto alla domanda». Ma in regime capitalistico la crescita è obbligatoria, pena crisi devastanti. E crescita significa anche aumento dei consumi energetici. Cui però «l’offerta» (ossia l’estrazione di greggio) non può al momento fare fronte.
Altra conseguenza. L’aumento delle quotazioni del petrolio «contribuirà ad accrescere gli attuali squilibri nelle partite correnti più a lungo che in passato, aggravando i rischi legati a questi squilibri». E’ un effetto della globalizzazione, che riduce le possibilità di ogni singolo paese di determinare proprie vie d’uscita dagli squilibri, danneggiando ovviamente qualcun altro. «La globalizzazione», spiega il Fmi, «ha assicurato un effetto calmierante sull’inflaziona dei paesi avanzati», ma «non è detto che il trend non possa invertirsi». Anche perché il principale squilibrio è quello incarnato dai «deficit gemelli» statunitensi (della bilancia commerciale e del bilancio dello stato), che continuano ad aumentare a velocità crescente. Il prezzo del petrolio ha «direttamente aggravato» il deficit commerciale Usa si una misura pari all’1% del Pil, e ogni aumento del 10% del greggio. A questo punto, dice il Fmi, «questo forte deficit Usa si potrebbe riflettere in un forte indebolimento del dollaro, che a sua volta si tradurrebbe in una spinta al rialzo del prezzo del denaro Usa fino ad arrivare a una possibile nuova recessione». Un mezzo disastro per l’economia globale.
I bassi tassi di interesse (e di inflazione) hanno ricevuto fra l’altro una spiegazione abbastanza chiara: le aziende «non finanziarie» dei paesi del G7, che erano sempre state «ricettrici di finanziamenti», negli ultimi anni si sono trasformate in «prestatrici nette di fondi». Hanno infatti beneficiato di una stabile riduzione dei prezzi delle importazioni e sono così diventate «gonfie di liquidità». Ma non l’hanno usata, come avveniva in passato, per aumentare gli investimenti. Stessa cosa fanno i paesi produttori di petrolio, che temono passi in fetta il periodo dell’abbondanza.
Dovendo dare la sua «ricetta» il Fmi tocca stavolta accenti lirici: i paesi produttori dovrebbero usati il surplus per migliorare le condizioni del loro mercato interno; quelli avanzato dovrebbero sviluppare le «energie alternative». Ma intanto, ieri sera, il Brent del Mare del Nord ha superato per la prima volta la soglia dei 70 dollari al barile.