Il filo rosso dall’Iraq alla Cina

Dopo ciò che è accaduto nel Congresso Usa la scorsa settimana, la valutazione della visita di Bush in Asia orientale non può prescindere dall’attuale situazione in Iraq. Si consideri che la catastrofe irachena è molto legata all’avventura Usa in Afghanistan, la quale ha una valenza precisa nei confronti della Cina in quanto colloca gli Usa nel cuore di aree di interesse cinese e russo sia per motivi geopolitici che per ragioni connesse alle fonti di energia. La guerra è finita, nel senso di andata, si ripete tra i commentatori politici a Washington. E’ finita per Bush e il suo gruppo legato alle multinazionali delle risorse energetiche. Non esiste una strategia di uscita perchétutto lo sforzo di Washington è stato diretto ad imporre al resto del mondo la presenza Usa in Iraq chiudendo ogni spiraglio. E’ evidente che in questa situazione la catastrofe irachena toglie ossigeno alla politica estera americana in altre zone e soprattutto nella zona asiatica. Un aspetto centrale della politica regionale di Pechino è volto alla neutralizzazione del Giappone il cui ruolo viene visto in maniera principalmente economica e a cui viene concesso poco o nulla sul piano politico. Tale atteggiamento non nasce da una rivalità locale ma dall’assunto, corretto, che il Giappone – come più volte sottolineato da Chalmers Johnson, uno dei maggiori studiosi di quel paese – è un paese nei fatti sotto occupazione Usa ed i liberaldemocratici sono una formazione politica satellite di Washington. Limitare dunque lo spazio politico di Tokyo in Asia significa per Pechino contenere l’ influenza Usa.

Negli anni successivi alla crisi asiatica, che hanno visto l’economie della regione gravitare verso la Cina si è stabilito un rapporto crescente tra Pechino e Seul. Dalle relazioni economiche, con la maggioranza degli investimenti esteri sudcoreani diretti verso la Cina e con un surplus nelle esportazioni di Seul verso la Rpc, sono nati degli interessi politici che, riguardo la questione della Corea del Nord, allargano gli spazi di autonomia di Seul rispetto a Washington che ha ancora il controllo formale dell’ esercito sudcoreano. Ad esempio la Corea del sud e la Cina vogliono sviluppare un sistema di trasporto ferroviario non solo per il commercio bilaterale ma anche per creare delle comunicazioni terrestri con l’Europa e la Russia. Ciò ridurrebbe l’importanza del controllo esercitato dalla marina e dall’aviazione Usa sulle vie marittime che collegano il Pacifico all’Oceano Indiano. Inoltre tale progetto include necessariamente la Corea del nord, il cui vetusto sistema ferroviario andrebbe completamente rifatto, attaverso la quale deve passare ogni collegamento terrestre tra Seul e Pechino. Così mentre Corea del sud e Cina convergono sulla questione nordcoreana, gli Usa si trovano smarcati e appoggiati solo dal Giappone.

Inoltre la situazione in Iraq impedisce completamente al governo americano di affrontare razionalmente il confronto con la Cina. Ma la politica delle pressioni e delle minacce in questo caso non funziona proprio. Non si tratta infatti di discutere se lo yuan sia sopravvalutato o meno. Cosa del tutto irrilevante perché i movimenti nei tassi di cambio non regolano la bilancia commerciale. Il problema risiede nel fatto che l’interesse del capitalismo Usa a produrre e subappaltare in Cina entra in conflitto con la coerenza economico-territoriale degli Stati uniti. Fintanto che ciò succedeva con il Messico, paese più piccolo e politicamente debole passi, ma con la Cina il processo coinvolge l’intero sistema produttivo Usa. Ne consegue che la Cina è principalmente un problema di politica interna americana afferente ai rapporti tra il capitalismo Usa e gli Usa come entità statuale. Ma la scena della politica interna non può che essere completamente occupata dall’Iraq che offusca tutto il resto. Negli anni cinquanta sulla rotta New York-Le Havre c’era un grande transatlantico che si chiamava The United States, oggi questa nave non governa più.