Il film di Moretti è una sberla in faccia non a Berlusconi ma alla sua Italia

Una prima visione, quella del Caimano ieri per la stampa viziata da voci, previsioni, aspettative e giudizi già messi in piedi da diverse settimane. A cui si sono aggiunti nemmeno tanto in sordina commenti politici tipo “sarà un autogol, porterà male alla sinistra, distorcerà le elezioni… ”, con corollario di toccamenti vari.
Gli italiani sono così, siamo così. Non vediamo bene quello che abbiamo di fronte, ma in quanto a pre-giudizi, fiorir di ipotesi e illazioni non ci frega nessuno. E, tanto per iniziare a smentire, il film di Moretti è proprio questo, un film sull’Italia e sugli italiani, non un film su Berlusconi. E’ un film su un paese che ha toccato il suo fondo, ma continua a raschiare il barile, non si sa mai si possa arrivare ancora più in basso. Per questo siamo certe di una cosa: il film di Moretti farà impazzire gli europei, vediamo già i francesi spellarsi le mani a Cannes (dove il film probabilmente andrà in concorso), ma lascerà perplessi molti italiani. E in fondo è giusto che sia così.

Perché Il caimano fa un po’ male, come uno schiaffo dato a una persona priva di sensi. Lo si dà a fin di bene, ma lascia per un attimo storditi, si riaprono gli occhi e la prima cosa che si domanda è: cosa è successo, dove sono? E lei, che mi sta schiaffeggiando, scusi, che vuole?

Questa è stata la nostra prima impressione all’uscita dalla sala, e a distanza di qualche ora lo stordimento non ci ha ancora abbandonate. Ma ora passiamo ai fatti. Passiamo al film.

Protagonista del Caimano è tal Bruno, produttore fallito di film italiani di serie b. Il suo unico successo (finanziariamente l’ennesimo fiasco, ma apprezzamenti da critica e pubblico) si intitola “Cataratte”, e sono proprio le immagini dell’ormai introvabile pellicola ad aprire il film di Moretti. Un inizio travolgente, con due maoisti che si sposano davanti al compagno segretario della sezione Ho-chi-min giurandosi eterno anti-economicismo. Ma la donna ha un momento di risveglio e prima di compromettersi definitivamente con il suo ben più inquadrato fidanzato, si ribella al partito e fugge.
Vecchie glorie, per il povero Bruno che da tempo non ha più una lira e che l’unico progetto su cui conta è un film in costume sul ritorno di Cristoforo Colombo dalle Americhe. Più economico dell’andata, visto che a tornare è solo una caravella. Ma il regista del kolossal (un fantastico Giuliano Montaldo nella parte di se stesso, o quasi) si rifiuta di girare il tutto con una barchetta di legno costruita dalla nipote e regalatagli a natale. «Il cinema ingradisce», lo supplica fino all’ultimo il povero Bruno. A cui, reiterato il rifiuto, non resta altro in mano che la sceneggiatura di una giovane mamma (Teresa, interpretata da Jasmine Trinca, incontrata all’ultima proiezione di “Cataratte”) dal titolo “Il Caimano”. Nelle notti insonni, Bruno non ha altro da fare che sfogliarla. Si accorge che c’è del buono e soprattutto non ha di meglio da fare. Cerca di convincere i finanziatori della Rai che un film su uno strano imprenditore a cui a un certo punto cade sulla testa un’enorme valigia piena di miliardi in bigliettoni da centomila (tempo ancora di lire) può fare successo, pieno di action e di sorprese. Peccato che, fino a quando Teresa non glielo spiega in parole semplici, Bruno non avesse capito che l’mprenditore in questione è Berlusconi e che Il Caimano è la storia (che lui del resto non ha nemmeno finito di leggere) del nostro presidente del consiglio e del modo in cui è riuscito a diventare padrone di un paese. Bruno ci resta male, ma poi alla fine decide che in fondo un film è un film e lui non ha nulla di meglio da fare. Anzi, il resto della sua vita è allo sfascio. La moglie Paola (Margherita Buy) ha smesso di fare l’attrice dei suoi film trash e si è data alla musica. Divide il tempo tra la passione per il canto, i due figli e la casa. I bambini stanno attraversando un momento di crisi, i due genitori sono in via di separazione e loro non capiscono perché. In realtà non lo sanno bene nemmeno Bruno e Paola, perché hanno deciso di separarsi. Semplice logoramento, forse il trascinarsi stanco di una storia. In realtà si amano, e sono anche dei bravi genitori. Due buone persone, insomma, ma silenziosamente travolte da una sorta di generale declino. Si separano perché non c’è nulla da tenere insieme, perché nessuno dei due sa bene chi è, dove collocarsi, insieme a chi, lontani da chi. Vivono una vita priva di contesto, ognuno nel tentativo solo di restare a galla. Si vogliono bene, ma è come se lo avessero dimenticato, se avessero perso il senso di quel sentimento così come del loro vivere inseme. Del resto, intorno a loro c’è una sorta di vuoto, nessun contesto sociale cui appigliarsi, cui appartenere o da cui separarsi.
Le uniche persone che animano l’ambiente sono i “cinematografari” che ruotano attorno all’imminente inizio delle riprese del “Caimano”. Ci sono i tecnici, il segretario di produzione, le sarte, lo scenografo, e soprattutto gli attori. Chi farà, infatti, il Caimano? la scelta – seconda – cade su Marco Pulici (Michele Placido), uno che tira pubblico. Uno che si fa pagare ma ha il mestiere in mano. Peccato che abbia un certa simpatia per questo protagonista, uomo energico che sa come fare i soldi, insomma uno positivo, con gli attributi. Come lui. Teresa si sforza di spiegargli che si tratta di un frodatore, ma al Pulici piace l’idea di aggiungere di suo un «lato umano, accattivante». Il problema si risolve quando il Pulici, per motivi famigliari ma forse non solo, decide di ritirarsi dalla produzione.

Se se ne va lui, se ne va anche il coproduttore, un polacco (Jerzy Stuhr) assai divertito dall’idea di mettere in piedi finalmente un film che dice le cose come stanno. E’ lui, Jerzy Sturovski a disegnare, parlando con Bruno, lo spietato ritratto di un’Italia che all’estero fa ridere, è buona giusto per le barzellette. E con gli italiani «che ingoiano tutto e sembrano non toccare mai il fondo. Continuano a scavare, scavare, scavare e poi a raspare». Chissà quando si fermeranno. Anche Bruno ha toccato il fondo e non gli resta che raspare. In mano ha i soldi solo per girare un ultimo giorno. Quello in cui il Caimano dovrà essere giudicato dalla legge (sulla scena da giorni gli scenografi tentano di sistemare lo striscione in finto legno con su scritto “La legge è uguale per tutti”) e finalmente si potrà strillare l’ultimo ciak. E qui si conclude il nostro racconto, anche se il film in realtà ha una scena finale molto precisa, una chiusa d’autore che vi lasciamo scoprire da soli.

Questo dunque Il Caimano che già da ieri pomeriggio ha scatenato le furie dei politici. E’ normale che sia così, dato che esce in piena campagna elettorale, e non è del tutto casuale che esca in peina campagna elettorale: qualche calcolo è stato fatto. Berlusconi giura che non andrà mai a vederlo, Prodi spera non sarà dannoso per le elezioni, entusiasta Di Pietro, Rutelli lo vedrà dopo il 9 aprile. Nessuno di loro crediamo sappia almeno esattamente di cosa parla il film ma – come dicevano ad inizio di questo articolo – tra gli hobby italiani c’è quello di giudicare prima di sapere, e riflettere. Il Caimano non è un film su Berlusconi, il quale ha un ruolo importante nel film solo in quanto fenomeno italiano. I veri protagonisti siamo noi, è il nostro paese, è il punto cui siamo arrivati, il fondo che ancora non abbiamo finito di raspare. Siamo noi, brava gente ma disfatta, siamo noi che non sappiamo pù nemmeno chi siamo, viviamo in un teatrino, ognuno va avanti nel suo ruolo e, quando finisce, ci perdiamo per strada. Siamo noi, paese senza sinistra (nel film nemmeno un accenno. Un’assenza pesante come un silenzio tombale) che faccia da collante, e da speranza.

Siamo noi come ci vede Moretti, certo. Ma crediamo che i suoi occhi, ancora una volta, siano uno specchio in cui vale la pena dare un’occhiata. L’immagine riflessa non è lusinghiera. Ma ci somiglia. E’ triste, ma ci somiglia.