Il fattore Nasrallah

Oltre un milione di cittadini libanesi sono scesi in piazza ieri nel centro di Beirut per gridare il loro no al presidente Bush, al presidente Chirac e al premier israeliano Sharon, e più in generale alla risoluzione 1559 che pretende il ritiro delle forze siriane dal Libano, la fine della extraterritorialità dei campi profughi palestinesi e il disarmo della resistenza libanese sciita degli Hezbollah, senza che Israele si ritiri dalle alture del Golan siriano, dai territori occupati di Palestina e dalle «fattorie di sheba» libanesi. In altri termini una parte maggioritaria (sciita ma non solo) della popolazione libanese è scesa in piazza per dire no alla politica dei due pesi e due misure portata avanti dall’Amministrazione Bush (e subita dagli europei), che chiede alla Siria di ritirarsi dal Libano ma santifica il progetto di Sharon di annettersi gran parte della West Bank, Gerusalemme est e i territori occupati siriani; che ha giustificato la guerra all’Iraq con la (falsa) presenza di armi di distruzione di massa ma che permette ad Israele di avere armi nucleari, chimiche e batteriologiche; che parla di democrazia mentre da due anni occupa uno dei più importanti paesi arabi, l’Iraq, violando ogni possibile diritto umano, politico e nazionale; e che anzi ha introdotto in Mesopotamia, come base delle nuove istituzioni quel criterio etnico-confessionale, già istituzionalizzato dai francesi in Libano nella seconda metà dell’ottocento, che ha portato poi alla disastrosa guerra civile che ha insanguinato il paese dal 1975 al 1990. Due pesi e due misure per le quali le elezioni in Libano non sarebbero democratiche fino a quando nel paese ci sarà una certa influenza siriana mentre invece lo sono nell’Iraq occupato militarmente dagli Usa o nella Palestina sotto i cingoli di Sharon.

La straordinaria partecipazione alla manifestazione della popolazione di Beirut, soprattutto quella dei quartieri sciiti della periferia sud e del sud del paese – decisa a non tornare certo agli anni del dominio cristiano-maronita falangista e sunnita e della totale emarginazione e miseria della comunità sciita di prima della guerra civile – dovrebbe registrarsi di nuovo nei prossimi giorni nella città settentrionale sunnita di Tripoli e successivamente a Nabatiyeh. La mobilitazione popolare a favore del legame speciale del Libano con la Siria intende anche e soprattutto respingere il piano Usa di destabilizzare di nuovo il paese gettandolo di nuovo nella guerra civile per colpire gli Hezbollah e imporre ai palestinesi una resa incondizionata e la rinuncia ai diritti loro riconosciuti dalle risoluzioni dell’Onu. In altri termini la folla riunitasi ieri nella piazza Riad el Solh, luogo simbolo della guerra civile, tra il centro città e il quartiere cristiano maronita di Ashrafieh, ha voluto gridare il suo rifiuto della politica dell’impero Usa che intende imporre la sua volontà al Libano e al Medioriente e che sino ad oggi non ha fatto altro che fomentare nuove guerre civili, fondamentalismi, guerre sanguinose, e soprattutto disgregare su basi etniche e confessionali l’Iraq dividendolo in quattro parti (kurdo-americana, turcomanno-turca, sunnita, sciita) per poter controllare meglio il suo petrolio e imporre alle varie enclave un trattato di pace separato con Israele. Un progetto che ora vorrebbero estendere di nuovo al Libano e alla Siria. Il milione di persone sceso in piazza a Beirut ha voluto dire no al progetto americano-israeliano di tagliare i legami storici tra Libano e Siria (un’unica entità prima delle divisione coloniale) per fare del Libano un protettorato occidentale e imporgli la firma di un trattato di pace separato con Israele (come quello del 1983) e soprattutto la rinuncia al carattere «arabo» del paese dei cedri.