Il fantasma dell’Opa (sulla Cgil) manda in crisi la Cosa rossa

Roma. In attesa di provocare la crisi del governo, la spaccatura aperta nella Cgil dal voto della Fiom contro il protocollo sul welfare ha già aperto la crisi della Cosa rossa. L’inizio di un simile effetto domino, ieri mattina, era già ben visibile sulla prima pagina dell’Unità. “Giù le mani dalla Cgil”, recita il titolo della prima intervista concessa da Guglielmo Epifani dopo il voto della Fiom, che definisce “un passo davvero azzardato che potrà avere delle conseguenze pesanti”. Ma le parole più significative sono naturalmente quelle che danno il titolo all’intervista, segno inequivocabile della crescente preoccupazione per l’esito del referendum sugli accordi di luglio, che si terrà tra l’8 e il 10 ottobre. Afferma Epifani: “Dico no a una politicizzazione della consultazione, c’è già in programma la manifestazione del 20 ottobre, però nessuno deve utilizzare il nostro referendum: le forze politiche devono fare un passo indietro quando la parola spetta ai lavoratori”. Ma a prendere la parola, sulle agenzie, è invece Fausto Bertinotti, che dice di non capire “questo discorso del passo indietro”. Replica Epifani: “Non rispondo al presidente della Camera. Il mio era un altro tipo di invito”.
Nel corso della giornata si susseguono dunque le dichiarazioni dei diversi esponenti della Cosa rossa, in un gioco di posizionamenti che mostra chiaramente tutta la fragilità dell’accordo appena raggiunto tra le sue diverse componenti sull’unificazione e sulla manifestazione del 20 ottobre. Il segretario dei metalmeccanici, Gianni Rinaldini, spiega in tv che la Fiom non punta a una scissione della Cgil e tantomeno alla crisi di governo. Ma le agenzie sono già piene delle dichiarazioni di guerra di Giorgio Cremaschi e di tutta l’ala sinistra di Rifondazione (si rivedono anche i senatori Turigliatto e Rossi, responsabili della prima crisi del governo Prodi), affiancati dai Comunisti italiani. In evidente imbarazzo, alla domanda se parteciperà con Rinaldini al corteo della sinistra radicale, Fabio Mussi risponde che “non è questione di sfilare o meno con la Fiom, quanto piuttosto dei problemi, degli interrogativi che abbiamo posto sulla manifestazione del 20 ottobre e che non hanno ancora ricevuto una risposta”, spiegando che il problema riguarda sia la “piattaforma” sia la “forma politica” del corteo. Mussi, in altre parole, vuole evitare una manifestazione contro la Cgil e contro il governo, che è esattamente l’obiettivo delle ali sinistre di Rifondazione e della Cgil, alleate con tutti quelli che nella Cosa rossa, da sempre, giocano allo scavalco a sinistra rispetto ai propri rivali interni (Salvi rispetto a Mussi dentro Sinistra democratica, i Comunisti italiani rispetto a Rifondazione dentro la Cosa rossa, la minoranza del Prc su Franco Giordano dentro la stessa Rifondazione). Ragion per cui Giordano, ora, non può tirarsi indietro e non può spingersi avanti. La manifestazione del 20, dichiara, avrà una caratteristica “plurale”, e nel referendum tra i lavoratori si dovrà ‘tener conto anche dei no”.
Questa dunque è la partita politica che Epifani denuncia sull’Unità. Dimenticando però come lui stesso rispose, sul Corriere della Sera, ai dirigenti che dopo la trattativa su previdenza e welfare paventarono “un’opa sulla Cgil”. Persone, disse, che mostrano di “non conoscere la Cgil”. Ma allora, probabilmente, era proprio lui a essere sospettato di condurre i rastrellamenti (d’accordo con Mussi e forse con il benestare di Walter Veltroni). Oggi invece -vuoi perché innocente sin dall’inizio, vuoi per l’imperizia dell’apprendista stregone – di quell’operazione Epifani sembra la vittima.