Il fallimento “dorato” del boiardo più amato dal Palazzo

Manager? “Ma de che”, direbbero a Roma. Dove passa lascia il segno, non necessariamente in positivo. Giancarlo Cimoli, il boiardo più amato dal Palazzo, caro a Ciampi ma anche a Berlusconi, fortemente apprezzato da Guido Rossi ma anche da Giulio Tremonti. Chiamato a gran voce sulla Gran Poltrona come l’Unto del Signore, Colui che mette le cose a posto. Prima alle disastrate Ferrovie, poi alla disastrata Alitalia. Sermpre pronto alla chiamata.

Manager è manager, che più manager non si può. Un curriculum da brivido. Giancarlo Cimoli -attuale amministratore delegato di Alitalia – nasce in provincia di Massa Carrara nel 1939 e inizia la sua attività alla Sir, nel ramo progettazione impianti chimici; dalla Sir alla Snia Viscosa, dal 1968 al 1974; dalla Snia Viscosa alla Edison (1991): una bella carriera filata nei grandi gruppi che fanno sistema.

Ma di lui a Roma, nei posti che contano, nel Palazzo e dintorni, nessuno sa niente, di lui non si parla nè nelle pagine dei giornali nè nei salotti “buoni”. E’ un brillante manager oscuro.

E’ Guido Rossi a lanciarlo, lo aveva visto all’opera alla Montedison e gli era piaciuto: fa il suo nome a Ciampi, all’epoca ministro del Tesoro, era centrosinistra. E così Giancarlo Cimoli viene alla luce, Ciampi gli offre le Ferrovie, Prodi è d’accordo, lui accetta.

Era l’inizio d’ottobre 1996, il mondo dei treni traballa sotto gli scandali Necci e Pacini Battaglia, nei corridoi delle Fs, narrano le cronache, circolavano molte divise, carabinieri e guardie di finanza, che perquisivano gli uffici e sequestravano documenti. Non è un bel vedere. Le Ferrovie si presentano con una perdita favolosa, non meno di un miliardo 963 milioni di euro, un margine di produzione negativo per 981 milioni di euro, ricavi da traffico fermi a due miliardi 531 milioni di euro contro contributi da Stato pari a quattro miliardi di euro. Quel che si dice un buco stratosferico. Lasciato in eredità da altri manager come lui…

Tre mesi dopo il suo ingresso nel pericolante universo ferroviario, Cimoli pone mano a quello che, come recita la sua scheda biografica, fa di lui “il manager che trasformò le ferrovie in una holding”. Il suo Piano di rilancio e sviluppo così chiamato porta alla divisionalizzazione e alla societarizzazione, roba che porta le Fs appunto a diventare la Moderna Azienda di cui si favoleggia. Nasce Trenitalia (netta separazione tra attiività di trasporto e rete infrastrutturale), nasce RFI, Rete Ferroviaria Italiana, con la trasformazione di “Ferrovie dello Stato” in società capogruppo.

Non chiedeteci di spiegarvi tutto per filo e per segno. Fatto sta che, da quella montagna di debito, con la sua cura, Cimoli – che nel frattempo diventa presidente di Grandi Stazioni e presidente delle Ferrovie europee – arriva a chiudere in attivo gli ultimi tre bilanci. Un vero manager: per far quadrare i conti, con una cura da cavallo, in sette anni ha fatto fuori 50 mila dei 120 mila dipendenti delle ex Fs; il piano sicurezza è un flop e il trasporto su ferro continua ad essere sgangherato tal quale prima (le cronache si sono abbondantemente occupate del disagio antico e nuovissimo dei viaggiatori pendolari, ad esempio).

Ma lui, il supermanager, ha portato a casa stipendi d’oro ed una liquidazione da sciecco (proprio come il suo successore Elio Catania, che, per qualche mese di lavoro, si è messo in tasca 8 milioni di buonuscita, per la serie, chi trova un trenino trova un tesoro).

La storia si ripete. Due anni fa, era Berlusconi, il supermanager che fa quadrare i bilanci e manda a casa i dipendenti, è chiamato – con telefonata di Gianni Letta – a riparare un altro disastro di bandiera, che ha nome Alitalia. E anche per gli aerei tricolore scatta il Piano Cimoli, il Piano del Bilancio in attivo. Crack. Il Piano questa volta non funziona. Il supermanager ha toppato, i dati del primo semestre 2006 sono una catastrofe, 221 milioni di perdita. E capitombolo in Borsa. Insomma, trattasi sempre della solita rinomata Compagnia, quella che guadagna se lascia i velicoli a terra. Alitalia, quella cosa per la quale gli italiani continuano a pagare due volte: quando comprano il biglietto (tra i più cari d’Europa) e quando sono costretti a ripianare il deficit previo tasse e simili.

Colpa del rincaro del carburante, ha provato a difendersi Cimoli. Ma nessuno è propenso a fargli sconti, neppure il governo. Che forse sta pensando di passare la mano, di sacrificare l’ex grande Cimoli.

Non tutto è perduto. Quello che infatti è andato benissimo, nonostante i conti paurosi, è lo stipendio dell’ing. Cimoli: stipendio (si fa per dire) che dai 2 milioni e 269mila euro annui del 2004 è passato ai 2 milioni e 786mila del 2006 (esattamente quanto guadagnano 210 dipendenti a contratto standard): un incremento del 23 per cento. Se questo non è un manager.

Descrivono: “Cimoli parla a voce bassa, è calvo e roseo come un cardinale rinascimentale e all’apparenza altrettanto pacato”. Asseragliato nel quartier generale Alitalia in via della Magliana, dicono che pensi intensamente alla sua liquidazione. Quegli otto-dieci milioncini di euro.