Il fallimento della riforma 3+2

Pubblichiamo questo intervento di Alessandro Dal Lago circolato sulla lista dell’ANDU a proposito della riforma degli ordinamenti didattici universitari (il cosiddetto 3+2). Si è nuovamente riacceso il dibattito su questo tema nella discussione pre-elettorale e ci sembra perciò importante dare voce a chi propone una lettura critica di quella pessima riforma (red.)

“Sul “Manifesto” del 15 marzo, il collega Roberto Moscati avanza alcune ipotesi relative all’evidente fallimento della riforma “3+2”. In sostanza, sarebbe stata la fretta di Berlinguer – nonostante gli avvisi dei suoi consulenti, tra cui Guido Martinotti e Roberto Moscati – ad
avere compromesso il funzionamento della riforma. A ciò si aggiunga la
volontà dei ministri dei paesi forti d’Europa di mettere tutti
davanti al fatto compiuto, ecc. Insomma, manipolazione politica e faciloneria spiegherebbero la confusione e il degrado in cui versa l’università italiana: moltiplicazione perversa dei corsi di studio, allungamento dei tempi per conseguire le lauree, abbassamento della qualità, mancato assorbimento nel mercato del lavoro e così di seguito.
Questo è sicuramente vero, ma non basta. All’epoca ero preside
di facoltà e delegato del rettore per l’orientamento e la formazione e quindi in una posizione favorevole per valutare la riforma mentre ero incaricato, insieme a tanti altri, di applicarla. Ebbene, a mio avviso è stata soprattutto l’impostazione culturale della “3+2”, insieme a una serie di meccanismi perversi del tutto prevedibili ad averne causato il fallimento. In primo luogo, l’idea burocratica che si potesse realizzarla dall’alto, in modo centralistico e con la mediazione dei gruppi di pressione nazionali come le conferenze dei presidi. Mentre le università erano obbligate a rendersi autonome sul piano finanziario (secondo il motto “cavatevela da soli!”), dovevano conformarsi a tabelle
valide per tutti, che ignoravano le esigenze locali. Chiunque avrebbe capito che in questo modo sarebbero stati disegnati corsi utili soprattutto per “sviluppare le discipline” (cioè, per moltiplicare le cattedre), più che per le esigenze degli studenti. Gli obiettivi “formativi” e le tabelle che ne discendevano – frutto di accordi tra poteri accademici – erano generici, complicati e al tempo stesso vincolanti. Il calcolo dei crediti è un rompicapo che, da una parte, non è stato compreso per molto tempo da un gran numero di colleghi e, dall’altro, uno schema per piazzare dove possibile la propria disciplina, legittimando la richiesta di nuovi posti. Errori tecnici clamorosi hanno fin dall’inizio compromesso il funzionamento della riforma; a nessuno è venuto in mente che gli studenti non potevano ragionevolmente finire il triennio entro la sessione estiva del terzo anno: con la conseguenza che oggi molti si iscrivono alle specialistiche quando non si sono ancora laureati alle triennali. Il risultato è che, per lo più, il ciclo non dura cinque anni, ma almeno sette. Bel risultato per una riforma che voleva combattere la dispersione, gli abbandoni e l’allungamento perverso del tempo necessario per ultimare i corsi! E non parliamo di insensatezze – frutto evidente di pedagogismi velleitari – come il calcolo del tempo di studio degli studenti o la quantificazione burocratica delle varie attività. L’impressione generale è che l’importazione molto provinciale e superficiale di un linguaggio formativo all’americana (“debiti”, “crediti” ecc.), debitrice di un’ideologia efficientista (a parole) molto diffusa nei governi di centro-sinistra e non solo in quelli di destra, si sia perfettamente sposata con il centralismo che affligge la nostra amministrazione. Peccato che dalla cultura accademica americana non si siano importate la flessibilità, l’efficienza e la semplicità delle procedure. Negli Usa, i crediti sono un mero sistema di quantificazione che permette la circolazione degli studenti nell’intero sistema accademico; da noi un specie di puzzle che ci obbliga a zigzagare tra discipline di “base”, “caratterizzanti”, “qualificanti”, “altre”, ecc. Mi piacerebbe sapere quale mente perversa ha inventato un meccanismo che farebbe disperare il più accanito compilatore di sistemi del totocalcio. In breve, Moscati rivela solo una parte della verità. L’impostazione Berlinguer è stata velleitaria e manipolatoria, ma è la subcultura che l’anima ad avere fallito. Inoltre, l’università italiana ha subito la riforma senza protestare troppo. Ovviamente, chiunque potesse ha cercato di volgerla a suo favore. Come sempre, baroni e burocrati hanno individuato subito il loro tornaconto. La mobilitazione degli studenti è stata nulla o velleitaria, anche perché non avevano strumenti per orientarsi in un sistema che un gran numero di docenti ha compreso solo con difficoltà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

* Professore ordinario di Sociologia dei processi culturali, Università di
Genova.”