Il dramma di Adriano: «Poggioreale lo uccide»

Arrestato a Pisa, Adriano Ascoli passa 22 ore al giorno isolato. A nove ore di treno dalla figlia.
Tre interrogazioni per sapere perché è finito a Napoli. Dove l’«elevata vigilanza» è peggio del 41 bis. E vedere la famiglia è impossibile.

NAPOLI
«Una faccia da animale in gabbia». Di uno che fatica ancora a capire come e perché si trovi nella sezione di «isolamento diurno» del carcere di Poggioreale a Napoli, a nove ore di treno da casa, dalla figlia di tre anni e mezzo e due genitori anziani. Fa fatica Tommaso Sodano, senatore di Rifondazione, a raccontare l’incontro di ieri mattina con Adriano Ascoli nel carcere napoletano. Spiega che nei prossimi giorni presenterà la terza interrogazione parlamentare (le altre erano di Mauro Bulgarelli dei Verdi e Giovanni Russo Spena del Prc) per chiedere come mai questo quarantenne con la faccia da ragazzo, accusato di aver sostenuto le nuove Br «dall’esterno», sia finito nel carcere più affollato d’Italia: «Era evidentemente sotto shock. Ci ha spiegato che prende degli psicofarmaci e che lo sta assistendo uno psichiatra. L’hanno anche sottoposto ad un elettrocardiogramma perché Adriano dice di avere spesso delle fitte all’altezza del cuore».

Informatico, 39 anni gli ultimi dei quali passati in un circolo Arci noto per l’ottima cucina, Ascoli sa da un anno e mezzo di essere finito nell’inchiesta toscana sulle nuove Br. Eppure non ha mai pensato di finire in carcere: «Ho spiegato ai magistrati – ha detto al senatore Sodano – che conoscevo gli indagati per aver frequentato il loro giro. Ma non c’entro nulla con la lotta armata». Il suo nome ha cambiato peso d’improvviso, nell’ultimo giro di dichiarazioni fatte dalla pentita Cinzia Banelli. E’ in quei verbali, della primavera scorsa, che Ascoli diventa di punto in bianco un «rapporto esterno» attivo fino al `96 e che poi, quando le Br esistevano già, vuole «entrare, rientrare» perché «condivideva la lotta armata» ma viene tenuto fuori «per motivi di sicurezza» e «divergenze politiche».

Il problema del suo trasferimento a Napoli si pone quasi subito dopo l’arresto del 6 giugno (in carcere con lui sono finiti anche Giuliano Pinori, ai domiciliari, e Luigi Fuccini). E quasi subito, due giorni dopo l’ingresso in carcere, Adriano comincia uno sciopero della fame per chiedere che quel trasferimento venisse bloccato e di poter passare la carcerazione preventiva agli arresti domiciliari, vicino alla figlia. In cinque giorni un appello a suo favore raccoglie 700 firme. A fine mese i pm romani e il gip danno un nulla osta all’istanza del suo avvocato che chiede che Ascoli rimanga a Pisa. Sembra la svolta e invece quel placet è solo un modo per dire «fate come vi pare»: salvo indicazioni tassative dei magistrati è il Dap a decidere dove si mettono i carcerati. E per spostarli non chiede autorizzazioni a nessuno.

Secondo le poche righe di spiegazioni firmate dalla burocrazia carceraria Adriano è stato trasferito perché deve passare la carcerazione in una sezione ad Elevato indice di vigilanza (Eiv). «Ovvero – come ha spiegato al senatore Sodano il direttore del carcere Salvatore Acerra – un regime che consente di fare tutte le cose consentite agli altri detenuti. Solo con una cella singola e qualche controllo in più». La pratica, purtroppo, è ben diversa. Per i familiari, che vedono ridursi nei fatti le possibilità di vedere Adriano. E per lui, che passa nella sua cella ventidue ore su ventiquattro. Le altre due sono d’aria, con due ergastolani («sempre gli stessi, mai che potessi dire che ho conosciuto una persona nuova», ha detto Ascoli con le lacrime agli occhi). Ha i giornali e la televisione. E basta. Tutti gli altri «diritti» che dovrebbero essere garantiti agli Eiv a Napoli non ci sono, perché mancano le strutture: le due ore di socialità in una saletta comune, l’accesso alle strutture sportive e ricreative. I colloqui soprattutto: «Tra me e i miei familiari c’è sempre un muro enorme su cui si poggia il tavolo. Faccio fatica pure ad abbracciarli».