Il documentario, occhio politico sulla realtà

Le guerre nella vita quotidiana delle famiglie raccontate dai non protagonisti, l’immigrazione vista dai migranti, l’Aids in Africa, la fame nel mondo, le famiglie turche che assistono agli scontri nelle banlieu parigine, il punk e il rock a Beijing, la crisi cecena vista da un gruppo di donne che da anni raccoglie prove del genocidio, la strage di Beslan nelle ricostruzioni dei bambini; questi alcuni dei temi trattati negli oltre 180 film documentari presenti all’ottava edizione del Festival internazionale del cinema documentario di Salonicco, “Immagini del 21mo secolo”, che si sta svolgendo in questi giorni.
«Il documentario è un atto politico – afferma il direttore del festival Dimitri Eipides – noi vogliamo informare il pubblico, allargare la loro visuale e fornire anche un’altra versione dei “fatti”. La Grecia – prosegue – è la culla della democrazia, quello strano concetto che oggi gli eserciti vogliono diffondere con le armi nel resto del mondo. In questo festival c’è una gran varietà, mostriamo vari punti di vista su temi differenti. Anche se non sempre siamo d’accordo con l’impostazione, diamo spazio a voci libere, alle idee di quelli che per me sono gli eroi del nostro tempo, persone che svuotano i propri conti in banca e mettono a repentaglio la propria vita per raccontare la storia con altri occhi. Ci sono registi e producer che comprano una videocamerina digitale, si imbarcano a loro rischio e pericolo per andare in Iraq, in Cecenia, o in posti di frontiera quali la Palestina solo per documentare quello che sta accadendo. Spesso il loro sguardo passa attraverso quello dei personaggi che non fanno la storia: le donne, i bambini, i rifugiati e gli sconfitti, i cittadini che nascono privati dei diritti fondamentali come gli Intoccabili in India o i bambini afghani che non possono permettersi il lusso di pagare 3 dollari l’anno per imparare a leggere, scrivere e contare. Il festival per noi è un modo per dare un microfono a queste voci libere e, perché no?, anche un mercato che garantisca un minimo di diffusione su larga scala di questi piccoli bit digitali di informazione non convenzionale». Ma non basta vedere le cose da un’angolazione differente: «bisogna trovare il modo di agire e smetterla una buona volta di girare la testa dall’altra parte, sarà un’utopia ma spero che la generazione dei miei pronipoti potrà vivere in un mondo migliore e più giusto».

Il festival, nato da una chiacchierata a Cannes tra Eipides e il grande regista iraniano Mohsen Makhmalbaf (Viaggio a Kandahar) che si poneva il problema dei migranti afghani rifugiati in Iran, offre un ricchissimo panorama della produzione documentaristica contemporanea e uno sguardo “laterale” sulle grandi problematiche del mondo, in un caleidoscopio di idee e immagini senza censure. Da segnalare nel ricchissimo programma 5 Days (5 giorni) dell’israeliano Yoav Shamir sui metodi duri dell’esercito israeliano applicato sui coloni che lasciavano i territori della Striscia di Gaza; Sisters in Law (intraducibile gioco di parole: letteralmente “Sorelle di legge”, espressione inglese per “sorellastre”), storia di coraggiose donne di legge in una piccola Corte del Camerun, diretto dalla regista britannica Kim Longinotto cui è dedicato il “tributo” del festival; An ordinary family (Una famiglia ordinaria) sui cambiamenti nella vita di una famiglia di immigrati italiani in Argentina, costretta ad emigrare nuovamente in Spagna in seguito al crollo economico del paese, dello svedese Fredrik Gertten; 2 Doors in 1 Room (2 porte in 1 stanza), sulle coppie miste musulmane-ortodosse nella Grecia moderna, del greco Tasos Lyberakis; Grizzly Man (L’uomo dei grizzly), coproduzione Usa-Canada sulla morte dei ricercatori Timothy Treadwell e Amie Huguenard, di Werner Herzog.

Scarsa la presenza italiana, con l’eccezione di un interessante documentario sugli scontri nelle banlieu parigine di Riccardo Pompili Rossi e Federico Ferrone, forse anche per un problema di distribuzione. Secondo i documentaristi che si sono riuniti a Salonicco, infatti, quello italiano è un mercato chiuso da circa cinque anni per quanto riguarda questo tipo di produzione, mentre offre sempre maggiori possibilità quello delle tv arabe, apparentemente sempre più aperte ad acquistare film documentari di approfondimento che sappiano raccontare una storia.