Il disincanto del Brasile

Lula non ce l’ha fatta a essere eletto al primo turno di domenica scorsa. Un brutto colpo. Dovrà andare al ballottaggio con Geraldo Alkmin, il «socialdemocratico» vicino all’Opus Dei che è il candidato delle élites e della destra. Anche se a Lula manca solo poco più di un punto per superare il 50% dei voti e a Alkmin più di 8 punti, lo scontro da qui al 29 ottobre si annuncia durissimo.
Dopo i primi 4 anni, Lula sembrava un presidente teflon. Impermeabile agli attacchi e agli scandali, in parte strumentali e in parte (purtroppo) documentati su cui la grande stampa scritta e televisiva, tornata ostile dopo il fugace interludio amoroso del 2002, affonda il bisturi con un piacere che potrebbe sembrare sadico e che invece è, né più né meno, classista. «Il loro odio non è neanche tanto contro di me, è contro il popolo, contro di voi, perché io sono uno di voi», ha detto Lula in uno degli ultimi comizi a Porto Alegre.
A Lula non sono neppure bastati il buon andamento dell’economia e l’accentuato continuismo neo-liberista rispetto agli 8 anni di Cardoso, altro campione della «socialdemocrazia» da Fondo monetario. Anche quelli, e tutti i precedenti, costellati di corruzione, scandali, ruberie e malcostume politico come e più del quadriennio di Lula, il primo presidente di sinistra e senza una laurea nella storia del Brasile. Ma allora le denunce e le inchieste duravano un giorno e poi ricadeva il silenzio. Per lorsignori valeva – e vale – il motto «rouba mas faz», ruba però fa, di un ex-governatore paulista che domenica è risultato il candidato al Congresso più votato di tutto il paese.
Ma questo non vale per Lula. Gli uomini del suo entourage più stretto hanno commesso «errori», errori pesanti, lui – ammesso che non ne sapesse nulla, il che è perlomeno da dubitare – non li ha fermati a tempo. E ora paga il conto. Se nel 2002, come si disse, «la speranza aveva vinto sulla paura», domenica scorsa, il disincanto (o peggio) ha vinto sulla speranza. Una «questione etica» che Lula e il Pt – prima ancora che di sinistra l’uomo e il partito dell’etica – hanno finito per pagare. La decisione di non andare all’ultimo dibattito tv a 4 fissato dalla Globo – una decisione di paura e di arroganza insieme -, al presidente teflon è costata cara.
Le classi medie urbane, che nel 2002 avevano votato a valanga per Lula, gli hanno voltato le spalle, deluse e rabbiose, passando a Alkmin o ai due ex del Pt – la pasionaria radicale Heloisa Helena o l’ex-ministro dell’istruzione Cristovam Buarque – che non hanno sfondato (6.8 e 2.7%) ma gli hanno tolto i voti necessari. Non è bastato il plebiscito del derelitto nord-est, toccato dai programmi sociali della Borsa Famiglia e dal raddoppio del salario minimo. Il Brasile appare un paese spaccato in due. Una spaccatura elettorale, geografica, politica, sociale, classista.
Ora Lula è atteso da 4 settimane di fuoco. Perché oltre ad Alkmin e all’élite di sempre che sente l’odore del sangue, dovrà battersi su molti altri fronti: quello giudiziario (che potrebbe sfociare addirittura in una proposta di impeachment) e quello di una stampa ostile che non gli darà tregua. E anche quello del 10% di desincanto di sinistra che non sarà per nulla facile recuperare. Pur non essendo stato il presidente della fine del neo-liberismo che in molti speravano, a Lula non è bastato essere un presidente «normale» – nel bene e nel male – per essere accettato.
Probabilmente alla fine ce la farà, ma sarà dura.