Il discorso di guerra di Obama

Tutti coloro che confidavano in qualche cambiamento reale della nostra retorica, se non della nostra politica estera, con Obama alla Casa Bianca, sono ora profondamente delusi, dal momento che George W. Bush avrebbe potuto pronunciare esattamente quelle stesse parole; in effetti, ciò che ha fatto Obama è stato pronunciare una serie interminabile di varianti sullo stesso tema, per giustificare le nostre azioni tanto in Iraq quanto in Afghanistan. Ma la verità è che ci sono solo cento combattenti di Al Qaeda in tutto l’Afghanistan; e allora, che cosa stiamo facendo lì?

Dopo 92 giorni di attesa del Verbo calato dall’alto, la nazione ha ricevuto gli ordini dal suo comandante in capo, anche se si è trattato solo della constatazione di una sconfitta di enormi proporzioni. Poiché il suo uditorio di West Point non sembrava particolarmente caloroso – gli applausi sono arrivati solo in due occasioni e molto timidi –, il presidente Obama ha cercato di spiegare che la sua scalata nella guerra dell’Afghanistan e del Pakistan rappresenta in realtà il preludio della ritirata. Lo è veramente?

“In primo luogo, è importante ricordare le ragioni per cui noi e i nostri alleati siamo stati obbligati a intraprendere una guerra in Afghanistan. Non abbiamo voluto questa guerra. L’11 settembre 2001, diciannove uomini sequestrarono quattro aerei e li utilizzarono per uccidere quasi tremila persone. Attaccarono i nostri centri nevralgici economici e militari… Come ben sappiamo questi uomini appartenevano ad Al Qaeda… La base delle operazioni di Al Qaeda era in Afghanistan, dove i talebani le avevano offerto rifugio e, dove un movimento spietato, repressivo e radicale si era impadronito del controllo del paese dopo anni di occupazione sovietica e di guerra civile, trasformandolo in un luogo diverso da quello che aveva ricevuto attenzioni da parte degli USA e dei loro amici”.

Tutti coloro che confidavano in qualche cambiamento reale della nostra retorica, se non della nostra politica estera, con Obama alla Casa Bianca, sono ora profondamente delusi, dal momento che George W. Bush avrebbe potuto pronunciare esattamente quelle stesse parole; in effetti, ciò che ha fatto Obama è stato pronunciare una serie interminabile di varianti sullo stesso tema, per giustificare le nostre azioni tanto in Iraq quanto in Afghanistan. Ma la verità è che ci sono solo cento combattenti di Al Qaeda in tutto l’Afghanistan; e allora, che cosa stiamo facendo lì?

E nel caso chiediate come sia possibile che stiamo conducendo una guerra senza l’autorizzazione del Congresso, Obama vi richiamerà all’operato del suo predecessore, che appoggia senza riserve.

“Solo pochi giorni dopo l’11 settembre, il Congresso autorizzò l’uso della forza contro Al Qaeda e chi l’accoglieva, un’autorizzazione che è tuttora in vigore. La votazione al Senato fu di 98 a 0. Al Congresso di 420 a 1. Per la prima volta nella sua storia, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord invocò l’articolo 5, secondo cui un attacco contro una nazione membro è un attacco contro tutti. E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ordinò che fossero compiuti tutti i passi necessari per rispondere agli attacchi dell’11 settembre. Gli USA, i nostri alleati, il mondo stavano operando come un tutto per distruggere la rete terrorista di Al Qaeda e proteggere la nostra sicurezza comune”.

Siamo buoni, siamo nella legge, questa guerra è legittima. Lo è veramente? Non ci sono forze importanti di Al Qaeda in Afghanistan e per questo ripeto la domanda? Che ci stiamo a fare in Afghanistan? Obama non ha assolutamente risposto a questa domanda e qui sta la debolezza intrinseca a questo che è il suo peggiore discorso. Per la verità troviamo anche un po’ di storia revisionista, ma di quella che non apporta alcuna modifica alla versione dominante:

“Sotto lo stendardo di questa unità interna e della legittimità internazionale – e solo dopo che i talebani si erano rifiutati di consegnare Osama bin Laden – abbiamo inviato le nostre truppe in Afghanistan. Nel giro di qualche mese, abbiamo disperso Al Qaeda e ucciso molti dei suoi effettivi. I talebani sono stati costretti a lasciare il potere. Un luogo che aveva conosciuto decenni di paura ora trovava ragioni di speranza”.

L’Afghanistan aveva “ragioni di speranza”, ma in che cosa? In una occupazione di otto anni? In una guerra civile, nella repressione, negli attacchi aerei, nei “danni collaterali”? Perché questo ha realmente ottenuto l’Afghanistan. Ma la storia revisionista continua:

“Allora, all’inizio del 2003, fu presa la decisione di avviare una seconda guerra in Iraq. Il dibattito che si svolse in merito alla guerra in Iraq è ben noto e non è necessario ripeterlo qui. E sufficiente dire che durante i sei anni seguenti la guerra in Iraq ha assorbito la maggior parte delle nostre truppe, delle nostre risorse, della nostra diplomazia, e della nostra attenzione nazionale, e che la decisione di andare in Iraq ha comportato un importante confronto tra gli Stati Uniti e gran parte del mondo”.

Si, il male della guerra in Iraq non sta necessariamente nel fatto che si siano assassinati migliaia, molte migliaia, di iracheni, e un numero seppur molto minore di statunitensi. Oh no! Il vero male è stato l’aver deviato l’attenzione e le risorse dalla battaglia che Obama voleva combattere: quella dell’Afghanistan e del Pakistan. Ma tutto ciò è successo nei vecchi brutti giorni del governo repubblicano, prima che fosse inventata la “speranza”.

“Al momento attuale, dopo aver pagato costi straordinari, stiamo facendo in modo che la guerra in Iraq abbia una conclusione responsabile. Trasferiremo le nostre brigate di combattimento alla fine della prossima estate dall’Iraq e tutte le nostre truppe alla fine del 2011… Abbiamo dato agli iracheni l’opportunità di plasmare il loro futuro e stiamo lasciando, con pieno successo, l’Iraq al suo popolo”.

Quante parole da quattro soldi! Abbiamo ossequiato gli iracheni con otto anni di terrore, compresi centinaia di migliaia di morti, feriti che non si contano, una guerra settaria civile che continua ancora devastante e un governo molto più tirannico di quello che abbiamo rovesciato. Se questo rappresenta un “successo”, non resta che immaginarsi cosa sia una sconfitta.

Oh, ma tutto non è rose e fiori, no, assolutamente:

“Mentre con il sudore della nostra fronte ottenevamo successi importanti in Iraq, la situazione in Afghanistan andava deteriorandosi. Nel 2001 e nel 2002, dopo essere fuggiti in Pakistan attraverso la frontiera, i dirigenti di Al Qaeda hanno trovato lì un approdo sicuro. Sebbene il popolo afgano abbia eletto un governo legittimo, tale governo è andato incontro a difficoltà a causa della corruzione, del narcotraffico, di un’economia sottosviluppata e di insufficienti forze armate. Negli ultimi anni, i talebani hanno continuato a fare causa comune con Al Qaeda, perché entrambi mirano al rovesciamento del governo afgano. Gradualmente, i talebani hanno assunto il controllo di ampie aree dell’Afghanistan, mentre erano sempre più coinvolti in atti di terrorismo brutali e devastanti contro il popolo pakistano”.

Tutta questa storia dei dirigenti di Al Qaeda che scappano in Pakistan attraverso la frontiera è decisiva, ma ci sono prove di tutto ciò? Poiché non ne è stata ancora presentata alcuna. Ma, sulla base di tali affermazioni, ci si aspetta che approviamo l’invasione non di uno, ma di due paesi: Afghanistan e Pakistan. A me pare che il Presidente e i suoi accoliti abbiano il dovere di presentare qualche prova in più. Quando Hillary Clinton è andata in Pakistan e ha detto ai pakistani che stavano nascondendo Osama bin Laden, perché è sicuro che debba trovarsi in qualche parte del paese, ci siamo trovati di fronte ad una stupidaggine vera e propria, ad un insulto nei confronti di chi l’ospitava, ad una grave menzogna diplomatica: facendo la stessa insulsa affermazione, Obama non ci convince certo più di Hillary. Come sappiamo che i dirigenti di Al Qaeda sono in Pakistan, dobbiamo per forza prendere per buona la parola di Obama? La credibilità del governo statunitense in fatti di questo tipo è pari a zero per ragioni ovvie a tutti. L’ultima volta che abbiamo vissuto una situazione simile e abbiamo creduto alle parole di un presidente statunitense, siamo rimasti fregati. I fans di Obama pensano veramente che faremo di nuovo la stessa cosa?

Questa storia che i talebani e Al Qaeda condividono la stessa causa perché entrambi intendono rovesciare il governo dell’Afghanistan è una stupidaggine, una pura e semplice stupidaggine. La “causa” di Al Qaeda è la distruzione degli Stati Uniti e le sue tattiche riflettono questo obiettivo: questo affermavano gli attacchi dell’11 settembre. Per parte loro, i talebani vogliono solo cacciare gli USA dal loro paese. Non hanno ancora inviato i loro aerei contro i grattacieli statunitensi.

In realtà, il Presidente non è molto chiaro nel suo discorso, il cui testo riflette il desiderio del tipico politico di essere venerato da tutti. Ed ecco che Obama si mette a fare il falco:

“In tutto questo periodo, il livello delle nostre truppe in Afghanistan ha rappresentato una frazione di quelle dislocate in Iraq. Quando ho assunto il potere, avevamo solo circa 32.000 soldati statunitensi in Afghanistan, a confronto dei 160.000 in Iraq nel momento culminante della guerra. I comandanti di stanza in Afghanistan hanno chiesto ripetutamente rinforzi per affrontare il risorgere dei talebani, ma questi rinforzi non sono arrivati. Questa è la ragione per cui, poco dopo l’assunzione del potere, ho dato il mio assenso a questa vecchia richiesta di più truppe. Dopo aver consultato i nostri alleati, ho annunciato una strategia che riconosce la relazione essenziale tra i nostri sforzi bellici in Afghanistan e gli approdi sicuri degli estremisti in Pakistan”.

Povero piccolo Afghanistan, solo e atterrito, anelante a ricevere più truppe, dimenticato dalla Casa Bianca di Bush, e che aspetta la mano sicura di Obama il Guerriero, che si muoverà in modo determinante e veloce e che chiamerà la cavalleria per salvare la pelle. E’ mai stata edificata una retorica così partigiana, totalmente politicizzata e più compiacente, sulle macerie di una guerra disastrosa?

Ma, al di là della posizione politica di autoglorificazione, c’è qualcos’altro che stona ed è il modo con cui si passa sopra a quanto di inopportuno è avvenuto in passato, come se noi non ce ne accorgessimo.

Per esempio, quando parla del “Presidente” Hamid Karzai e della frode delle recenti elezioni presidenziali in Afghanistan.

“In Afghanistan, noi e i nostri alleati abbiamo impedito che i talebani potessero sabotare un’elezione presidenziale. Sebbene abbiano ricevuto discredito dalle frodi, queste elezioni hanno prodotto un governo che è rispettoso della costituzione e delle leggi afgane”.

“Screditate dalle frodi?” Non valide è più esatto. Karzai ha rubato circa un milione di voti. Se ciò è “rispettoso della costituzione e delle leggi afgane”, allora uno dovrebbe chiedersi perché inviare i nostri figli e figlie a morire per un governo che si fonda sulla frode.

A proposito di frode, essa sta realmente alla base delle ragioni della continuata occupazione dell’Afghanistan, dal momento che è Obama stesso ad ammettere che Al Qaeda non è molto presente in Afghanistan. “Al Qaeda non è presente in Afghanistan con gli stessi effettivi che aveva prima dell’11 settembre, ma conserva approdi sicuri al di là della frontiera”. E allora, stiamo in Afghanistan per combattere un nemico che sta in Pakistan? Buona fortuna con gli argomenti che Obama non è stato in grado di offrire.

Non avendo argomenti, Obama è inciampato in più di una contraddizione. Da un lato, ha affermato che “l’Afghanistan non è perduto e non c’è minaccia imminente di rovesciamento del governo”, ma d’altro canto ci dice che “lo status quo non è sostenibile”. Ma allora, se lo status quo non può essere mantenuto, è imminente qualcosa di molto simile ad una sconfitta? Che altro?

“Che cosa stai facendo?”. E’ la domanda che è sorta – nella mia mente almeno – quanto più ascoltavo questo politico consumato commettere l’errore maggiore della sua carriera. L’ambiguità e il dubbio si sono legati sul podio, modulando ciascuna delle sue parole, specialmente queste parole:

“Come comandante in capo, ho deciso che va a beneficio dei nostri vitali interessi nazionali inviare 30.000 soldati statunitensi in più in Afghanistan. Passati diciotto mesi, le nostre truppe cominceranno a tornare a casa. Queste sono le risorse di cui abbiamo bisogno per recuperare l’iniziativa mentre costruiamo la capacità afgana in grado di permettere una transizione responsabile quando le nostre forze usciranno dall’Afghanistan”.

Vale a dire, non si pensi ad una scalata, perché in realtà si tratta del primo atto di una ritirata. Gli yankee stanno arrivando, ma se ne stanno anche andando via. Quanto evasivo è tutto ciò?

Ogni Presidente afferma di non prendere “alla leggera” la decisione di fare la guerra, come fa anche Obama, quando afferma: “Ogni comandante in capo afferma di considerare la guerra come ultima risorsa e allude alla moderazione nell’uso della forza militare”. Persino George W. Bush aveva detto la stessa cosa. E no, no, non mi sento impressionato dal fatto che il Presidente parli di preoccupazioni circa “le conseguenze di lungo periodo delle nostre azioni”. Se non lo avesse fatto o non vi avesse alluso, sarebbe stato molto strano. Ma che succede se non ha considerato tutte le conseguenze di lungo periodo? Ha semplicemente deciso che ci tocca convivere con tali conseguenze? E’ ciò che è successo con il suo predecessore, esattamente la stessa cosa.

A proposito di George W. Bush, quanto segue suona spaventosamente familiare:

“Prendo questa decisione perché sono convinto che la nostra sicurezza è in gioco in Afghanistan e in Pakistan. Là si trova l’epicentro dell’estremismo violento praticato da Al Qaeda. Da lì ci attaccarono l’11 settembre e da lì si stanno tramando nuovi attacchi mentre sto parlando. Questo non è mero chiacchiericcio, non è una minaccia ipotetica. Solo negli ultimi mesi, abbiamo catturato estremisti all’interno delle nostre frontiere arrivati dalla regione di frontiera tra Afghanistan e Pakistan per commettere nuovi atti di terrore. Questo pericolo crescerà se ci si ritirerà dalla regione e Al Qaeda potrà agire impunemente”.

Il presidente in questo paragrafo fa riferimento al caso di Najibullah Zazi, l’immigrato afghano di 24 anni che vive legalmente in questo paese dal 1999. Per questa ragione non è venuto da noi come invasore che cerca di penetrare nella società statunitense. Egli stava già qui. L’FBI sostiene che ha ammesso di aver ricevuto “addestramento militare” nelle due visite fatte in Pakistan: Zazi dice di essere andato a visitare solo sua moglie. Inoltre, Zazi non è stato accusato di nulla, in sostanza una base molto debole per costruire argomentazioni a favore della guerra.

Come se fosse consapevole dell’inconsistenza del suo argomentare, Obama ridiventa bushiano e gioca la carta nucleare:

“E la posta è ancora più alta, in presenza di un Pakistan con armi nucleari, perché sappiamo che Al Qaeda e gli altri estremisti cercano le armi nucleari e abbiamo tutte le ragioni per credere che siano disposti ad utilizzarle”.

Ricordate quando i funzionari dell’amministrazione Bush battevano il tasto sull’infame “fungo atomico” di cui Condi Rice parlava in continuazione? Rice, Cheney e il Presidente Bush evocarono tutte queste visioni di olocausto nucleare nel fare appello alla guerra contro l’Iraq. Gli statunitensi hanno paura di morire per il nucleare; non c’è che da evocare la devastazione radioattiva e subito muoiono di paura, disposti a fare e a consentire qualsiasi cosa, pur di evitarla: è la loro camera 101 (camera di tortura in 1984 di George Orwell). Funziona sempre.

Allora, a cosa sembrerà la vittoria? A qualcosa di simile a ciò:

“Il nostro obiettivo principale è sempre lo stesso: spezzare, smantellare e sconfiggere Al Qaeda in Afghanistan e in Pakistan e annullare la sua capacità di minacciare gli Stati Uniti e i nostri alleati in futuro”.

Poiché ci sono meno di cento effettivi di Al Qaeda in Afghanistan, la guerra è già vinta per metà. Non è vero? Bene, ma occorre fare i conti anche con il Pakistan. Che cosa si deve fare con questo paese? Nulla che si possa ammettere in questo momento, ma sorgono domande inevitabili: quando lo invaderemo? La campagna di bombardamenti aerei telediretti non può durare all’infinito e verrà presto il momento che dovremo calpestare il terreno. E allora che succederà? Non è che ci si dirà che nel luglio 2011, si, noi cominceremo a ritirarci dall’Afghanistan – come Obama ha annunciato nel suo discorso – perché possiamo andare dove si deve agire veramente: in Pakistan. Propenderei per questa ipotesi.

E’ come il gioco delle tre carte, ma non credo che il popolo statunitense abbocchi. Perché guarda con diffidenza agli obiettivi delle guerre annunciate di Obama.

“Dobbiamo negare approdi sicuri ad Al Qaeda. Dobbiamo neutralizzare i talebani e negare loro la possibilità di rovesciare il governo. E dobbiamo rafforzare la capacità del governo e delle forze di sicurezza afgane perché possano assumere le proprie responsabilità per il futuro dell’Afghanistan”.

Tutto ciò entro luglio 2011?

L’accelerazione di questa operazione militare – la fretta di inviare truppe al fronte Af-Pak “con il passo più veloce possibile” – assume una parvenza di panico ed anche di disordine. Risponde solo all’intenzione di proiettare un’idea di forza. Obama, in questa occasione, sembra uno che è sul punto di assumere una dose generosa di qualche medicina ripugnante e che deve berla tutta d’un sorso per levarsi il fastidio il prima possibile. Ma è probabile che questo incremento accelerato di truppe – o super “incremento” – venga seguito da un altro e da diversi altri ancora. Per questo il discorso di Obama non è stato che una gigantesca truffa.

Ci sono stati sette o otto riferimenti nel discorso al giorno felice in cui avverrà il passaggio di responsabilità alle forze afgane, altro ricordo dell’era Bush, quando George W. faceva costanti riferimenti al giorno in cui gli iracheni avrebbero potuto “difendersi da soli” per permettere a noi altri di “ritirarci”. E la guerra andava avanti e gli anni trascorrevano, esattamente come accade ora. “Proprio come abbiamo fatto in Iraq, attueremo responsabilmente questa transizione, tenendo conto delle condizioni sul terreno”.

Precisamente ciò che abbiamo fatto in Iraq, dopo centinaia di migliaia di morti. Come posso tranquillizzarmi?

E ora andiamo al nocciolo della questione:

“Ci sono anche coloro che sostengono che l’Afghanistan è un altro Vietnam. Sostengono che non è possibile stabilizzarlo e che è meglio che mettiamo fine alle nostre perdite e che ci ritiriamo rapidamente. Ma questa argomentazione dipende da una falsa lettura della storia. Al contrario dei tempi del Vietnam, siamo uniti ad un’ampia coalizione di 43 nazioni che riconosce la legittimità del nostro operare”.

E’ Obama che interpreta male la storia. Durante la guerra del Vietnam, avevamo una serie di alleati, compresi, all’inizio, i francesi, da cui avevamo ereditato la guerra. Truppe del Canadà, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud, Tailandia, Taiwan e della Spagna di Francisco Franco hanno combattuto tutte nella guerra dalla arte statunitense. E non sta solo interpretando male la storia, ma anche la realtà, quando afferma che: “A differenza del Vietnam, noi non ci scontriamo con un’insorgenza ad ampia base popolare”. Si, se noi non ci scontrassimo con un’insorgenza di questo tipo, non avremmo bisogno di inviare ora 30.000 soldati. Non è vero?

Di nuovo Obama torna sul tema degli “approdi sicuri”, assicurando che ci troviamo in pericolo mortale a causa dei yihadisti nascosti in qualche grotta in Pakistan. Il vero problema in questa sua concione.

“Siamo in Afghanistan per impedire che un cancro si estenda un’altra volta per questo paese. Ma lo stesso cancro ha messo radici anche nella regione di frontiera del Pakistan. Per questo abbiamo bisogno di una strategia che funzioni su entrambi i lati della frontiera”.

Nonostante tutte le chiacchiere su come gli Stati Uniti si siano conquistati rapidamente alleati e amici, e su come noi ci siamo impegnati ad aiutarli, a sovvenzionarli e a proteggerli, non esiste “fiducia reciproca” alcuna come afferma Obama, ma solo disprezzo e sfiducia reciproca, come Hillary Clinton ha lasciato chiaramente intendere durante il suo recente viaggio in Pakistan, dove ha accusato direttamente i suoi anfitrioni di nascondere Osama bin Laden. Se Obama sta cercando “una strategia che funzioni su entrambi i lati della frontiera”, allora, un giorno, dovrà passare questa frontiera. E non credo che dubiterà un solo momento sull’allargamento della guerra. Ciò a cui si riferisce il suo discorso, a parte tutta la fanfaronata sul lancio di un’altra campagna militare, è il fatto che stiamo preparandoci ad una guerra regionale più estesa che coinvolgerà il Pakistan, e la maggior parte degli “stan” dell’Asia Centrale. Perché, dopo aver messo le truppe in Pakistan, le sposteremo per portarle, ad esempio, in Tagikistan. Bene, diciamo che ci sono un mucchio di possibili “approdi sicuri” in questa parte del mondo. Fuori nel luglio 2011? Non ci contiamo: in quel momento saremo là, nelle “aree tribali” del Pakistan e saremo sul punto di invadere l’Uzbekistan.

Mi ha incantato come Obama ha cercato di presentare la sua posizione come “centrista”, collocando gli estremisti da ogni lato: coloro che chiedono il ritiro e “coloro che si oppongono a individuare un periodo adeguato di transizione alla responsabilità afgana. In effetti, alcuni esigono una scalata più spettacolare e aperta dei nostri sforzi bellici, che ci impegni in un progetto di costruzione di una nazione anche di un decennio di durata”. La sua posizione è certamente la ragionevole posizione mediana: pragmatica, imperturbabile, deliberativa. Un errore in assoluto.

Errore perché, al contrario di quanto afferma Obama, rendere sicuro l’Afghanistan non risponde a nessun “interesse nazionale vitale”, è qualcosa di periferico e marginale. Questi infami “approdi sicuri” non sono né approdi né sicuri, e hanno poco a che vedere con il lancio di attacchi terroristici contro la zona continentale degli Stati Uniti. Gli attacchi dell’11 settembre vennero pianificati ed eseguiti su suolo statunitense da individui che erano entrati illegalmente nel paese. Al Qaeda, che ha sempre funzionato in modo decentralizzato e organizzato seguendo la regola di un concetto simile a “resistenza senza leader”, è ora ancora più amorfa e indefinita che mai. Crede realmente Obama che eliminando alcuni campi di addestramento in Pakistan riuscirà a decapitare l’idra?

Tutta la razionalità impiegata per giustificare la continuazione dell’occupazione dell’Afghanistan risulta poco convincente. Perciò, questo discorso di Obama è il peggiore che abbia pronunciato. Lungi dal concentrare il paese a sostegno di una guerra ogni giorno più impopolare, serve solo a sottolineare la debolezza della sua posizione. Se questi sono i migliori argomenti che può offrire la squadra di Obama, il mio lavoro ne sarà facilitato di molto, mentre quello di Obama sarà sempre più duro, ne sono sicuro.

In tutta questa pesante concione, è allarmante scoprire che Obama prova nostalgia per i bei vecchi tempi di Bush, quando tutti erano uniti dalla paura:

“E’ facile dimenticare che quando questa guerra iniziò eravamo uniti e legati dalla memoria recente di un attacco spaventoso e dalla determinazione a difendere la nostra patria e i valori che ci sono tanto cari. Mi rifiuto di accettare l’idea che non sia possibile rinnovare questa unità. Credo fermamente che noi – come statunitensi – possiamo riunirci attorno ad un obiettivo comune”.

Si, l’assassinio di massa è senza dubbio un obiettivo comune. L’obiettivo comune a tutti gli eserciti di aggressione. Ma è un obiettivo che la gente per bene non deve far proprio. Al contrario di Obama, non nutro alcuna nostalgia per il ritorno dei giorni più neri degli anni di Bush, quando la paura impregnava l’aria come una nebbia velenosa, e tutti coloro che rompevano la sacra “unità” del momento erano denunciati come “traditori” e “quinte colonne” da parte dell’Unità nella Diffamazione.

Pensavate allora che Obama sarebbe stato diverso, che avrebbe rappresentato il “cambiamento”? Bene, alla fine è arrivato lo stesso sangue, gli stessi tuoni, la retorica stereotipata comune a tutti i demagoghi.

“Stiamo attraversando un’epoca di grandi prove. E il messaggio che inviamo, nel mezzo di queste tempeste, deve giungere chiaro: che la nostra causa è giusta e la nostra risolutezza incrollabile. Andremo avanti fiduciosi che la ragione fa la forza, e nell’impegno a forgiare Stati Uniti più sicuri, un mondo più sicuro e un futuro che rappresenti la più alta delle speranze e non la più profonda delle paure”.

La risolutezza dei fanatici e dei pazzi è eternamente “incrollabile”. Gli aggressori e gli attaccabrighe vanno sempre “avanti”. E i potenti sono sempre assolutamente sicuri della giustezza della loro causa. Proclamano di volere solo “sicurezza”, e i loro appelli rappresentano sempre, invariabilmente, la “più alta delle speranze”.

Ma sempre si finisce in oceani di sangue.

http://original.antiwar.com/justin/2009/12/01/obamas-war-speech-an-unconvincing-flop/

in http://www.rebelion.org

Traduzione a cura della redazione di http://www.lernesto.it