Il disastro del ’92, le macerie del ’93

La citazione di Tommaso Padoa Schioppa sul periodo di «riferimento» cui guardare per leggere l’attuale situazione italiana, si sta facendo martellante: se una settimana fa si era «come nel ’92», adesso «la situazione è ancora peggiore». Inquietante, e qui non soccorre il vecchio adagio «la lingua batte dove il dente duole» perché il dente in sofferenza è quello altrui, e precisamente la condizione del lavoro, e sociale. Una tagliola acuminata per i sindacati che cercano di trattare con il governo Prodi.
Val la pena ricordare che cosa fu «il ’92». In un’Europa che si qualificava come unità politica nascente simultaneamente sulla guerra interna in Bosnia, e sui vincoli liberisti del Trattato di Maastricht, in Italia il governo di Giuliano Amato sanciva la «stangata», una manovra da 90 mila miliardi. Ed è in quella temperie i sindacati accettarono di cofirmare con governo e Confindustria il disastroso accordo in cui furono cancellati in un sol botto scala mobile e sistema contrattuale. Eppure le confederazioni dissero di sì (anche Bruno Trentin, segretario della Cgil, scrisse ai «lavoratori» una lettera drammatica per di dimettersi dal suo ruolo, ma firmò: singolare confusione emotiva maschile, su un nodo politico, tra relazione e responsabilità, laddove ci si sarebbe potuto aspettare minor disordine, con il leader che si schierava con i lavoratori e, drammaticamente, non firmava).
Ma non nacque d’improvviso, questo piegarsi dei sindacati. Fu, piuttosto, un’assenza di elaborazione della sconfitta subita dall’80 alla Fiat in poi, che condusse al «disastro» del ’92, alle macerie del ’93. E non è senza significato che proprio nel volgere degli anni Ottanta per la prima volta nel sindacato avanzi il topos totemico dell’«interesse generale». E’ lì che comincia ad apparire eversivo anche solo il concetto di «conflitto» (che pure la stessa tradizione liberale classica aveva annoverato fra gli elementi fisiologici, se non addirittura propulsivi delle spinte migliori del capitalismo).
Così si ha la débâcle del luglio ’92, e l’accordo successivo del 23 luglio del ’93 che, nato su quelle macerie, ingabbia la contrattazione e l’azione sindacale dentro le «compatibilità di sistema».
Oggi, dunque, il richiamo al «’92» di Padoa Schioppa è fin troppo inquietante. Non meno di quanto sia stato fin dalla campagna elettorale l’affermazione di Prodi che si taglierà di brutto, di tanto, e subito, il «cuneo fiscale». Comunque la si pensi su come tirare la coperta sul cuneo da una parte o dall’altra dentro la maggioranza di centrosinistra, resta che la prima proposizione del governo Prodi sceglie come suo punto d’attacco il «costo del lavoro».
E comunque la si rigiri sul «cuneo fiscale» – con l’affermazione delle sinistre di governo che quella riduzione deve significare redistribuire «soldi freschi» ai lavoratori, non solo alle «imprese» – resta che, ben che vada, il risultato sarà solo una partita di giro interna a una sola «classe»: ossia, ai «lavoratori» arriveranno un po’ di soldi in cambio della decurtazione dei contributi sulle loro pensioni (contributi compresi, infatti, dentro il cuneo».
Ma di fronte allo spettro del «’92» come si muovono oggi i sindacati? Va detto che Cgil, Cisl, Uil hanno individuato subito la trappola di Padoa Schioppa: di fronte all’invocazione dell’«interesse generale», dell’imperativo superiore di rispondere ai diktat «europei», le confederazioni hanno per prima cosa rifiutato una «manovra bis», che aveva il chiaro significato di porre in prima linea il «rigore», ossia subito i tagli alla «spesa», al lavoro e alla condizione sociale. Contrapponendo la proposta di «rinegoziare» con Bruxelles onde acquistare tempo per «riforme» meno crudeli.
Ma dopo l’incontro con Prodi, le sirene della concertazione sembrano aver avuto la meglio. Eppure in Italia «concertazione» non è mai solo un metodo, bensì di volta in volta, per la «crisi», l’«euro» o la «competitività» è la via per costringere i sindacati ad accettare prezzi pesanti per i lavoratori.
Ma la sinistra politica, a differenza dei sindacati, neppure ci ha provato a rifiutare il terreno di Padoa Schioppa: col rischio di convalidare il ruolo folkloristico che Prodi pare le abbia ritagliato nell’intervista al giornale edesco Die Zeit.