Il denaro costa più caro

Aumenti a catena del tasso di sconto in vari paesi. Quello che ci riguarda più da vicino è stato deciso dalla Banca centrale europea che ha elevato di un quarto di punto il tasso minimo di offerta applicato alle operazioni di rifinanziamento che passa, così, dal 2,75% al 3%. Salgono di uno 0,25% anche gli altri tassi della griglia Bce: quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale e quello sui depositi presso la banca centrale salgono rispettivamente al 4% e al 2%.
Il denaro costerà, quindi, più caro in Eurolandia, ma non solo. A sorpresa in mattinata anche la Banca d’Inghilterra (la BoE) aveva elevato di un quarto di punto il tasso di intervento, portandolo al 4,75%. La BoE ha motivato la decisione sula base dell’attuale scenario di crescita sostenuta, accompagnata, però, un un livelli di inflazione che viene giudicato eccessivo: mezzo punto in più del target del 2% che, per le quotazioni del greggio, rimarrà tale, o addirittura crescerà, nei prossimi mesi.
Sulla scia della Bce e della BoE anche la Danimarca ha alzato dello 0,25%, nel primo pomeriggio, il tasso di interesse portandolo il tasso di riferimento al 3,25%. «il rialzo è la conseguenza di quello della Bce», ha spiegato laconicamente in un comunicato la banca centrale danese. Ora gli occhi sono puntati sulla Fed: l’8 agosto si terrà la riunione del comitato monetario (il Fomc) e anche da quella riunione potrebbe uscire la decisione di un nuovo rialzo dei tassi sui Fed fund attualmente al 5,25%.
I mercati non hanno accolto bene, anche se largamente atteso, l’aumento deciso dalla Bce: tute le borse a chiusura delle contrattazioni hanno registrato flessioni anche di una certa entità. Peggio di tutte Londra, sorpresa dall’aumento inatteso della BoE che ha registrato una caduta di poco inferiore all’1,6%. Al contrario, l’euro, dall’aumento dei tassi ha tratto nuova forza e la moneta comune viaggia attorno quota 1,28 sul dollaro.
Ma non sono solo i mercati a temere per l’aumento dei tassi. Un invito alla prudenza è arrivato anche dal Fondo monetario internazionale: secondo gli esperti di Washington, infatti, in Europa la ripresa non è ancora consolidata e potrebbe essere gelata dall’aumento del costo del denaro. Che il Fondo non vede neppure necessario sul fronte dei prezzi, visto che l’inflazione nell’area non è così elevata.
Ma Trichet e gli altri banchieri centrali non la pensano allo stesso modo. Secondo il presidente della Bce l’inflazione nell’Eurozona è destinata sopra il 2% sia quest’anno, sia l’anno prossimo. E questo giustifica l’aumento dei tassi. Per quanto riguarda la crescita economica, invece, Trichet ammette che rischi esistono, ma sono bilanciati nel breve periodo, anche se le prospettive nel loro complesso sono favorevoli. In ogni caso, secondo gli uomini di Francoforte «la politica monetaria rimane accomodante» e se la ripresa economica continuerà – sostiene Trichet – sarà «necessario ridurre gradualmente il carattere accomodante della politica monetaria».
L’affermazione di Trichet ha allarmato e allertato gli analisti: c’è la diffusa convinzione che nei prossimi mesi potranno esserci nuove strette creditizie a prima della fine dell’anno il costo del denaro potrebbe salire anche oltre il 3,5%. Per giustificare l’aumento il presidente della Bce ha parlato in modo esplicito dell’esistenza di «rischi al rialzo» per l’inflazione derivanti in particolare dalla fiammata registrata dai prezzi petroliferi, ma anche del «pericolo» della crescita della liquidità.
Intanto si fanno i primi conti di quanto costerà ai consumatori l’ultimo aumento del costo del denaro, il quarto in otto mesi. Secondo l’Adusbef, una delle associazione per la difesa dei consumatori, il primo effetto ci sarà sulle rate dei mutui per la casa, pagati secondo l’ultima indagine Istat dal 13,3% dei proprietari di casa, il 72% delle famiglie italiane. Gli aumenti previsti oscillano tra i 150 e 163 euro l’anno per un mutuo di 100 mila euro e tra i 326 e i 656 euro per un ventennale di 200 mila euro.