Il degrado borghese nella parole di Strindberg

Nel percorso registico che vede Massimo Castri percorrere con metodo ineguagliabile e coerente il teatro della grande crisi borghese, c’è quest’anno la curiosità per il suo programma tutto incentrato sul rapporto coniugale. In attesa infatti di Alcesti di Euripide, ha appena debuttato Il padre di August Strindberg, coproduzione tra Emilia-Romagna Teatro e l’Arena del Sole (ancora oggi al Bonci di Cesena, da martedì a Bologna, la settimana successiva a Modena e poi in tournée). Ma Il padre non è solo lo sviluppo clamoroso della vicenda di due genitori davanti all’educazione di una figlia, è anche la contemporanea crisi di trasformazione di entrambi, la loro degenerazione «borghese» appunto, fino a prendere forma in un cannibalismo a un passo dall’assassinio. Il capitano di cavalleria è militare di carriera, ma anche scienziato, autoritario con i sottoposti, in casa trova un muro di gomma in moglie, figlia e governante. Questo suo aspetto di «debolezza» lo farà sentire sempre più solo, sempre più in balìa di chi usa intelligenza e calcolo per affermare i propri diritti. In questo senso Strindberg grandeggia non solo per «modernità», ma anche per la radicalità politica delle sue tesi e delle sue intuizioni (e del resto era pubblicamente impegnato, in vista del XX secolo, a dibattere e contraddire quel che non condivideva della Seconda Internazionale e del programma di Gotha).

Il capitano, sua moglie, gli altri personaggi in commedia assumono via via toni da tragedia, per quanto questa è compatibile con la scena borghese. E ne nasce un sarcasmo acre fino alla ferocia, un orizzonte tutto negativo di cui la parabola discendente dell’ufficiale è solo la parte più vistosa, o se si vuole più chiara. Cui l’interpretazione di Umberto Orsini dà una carica dolorante di sconfitta e di controllo davvero esemplare. La regia di Massimo Castri fa tesoro di anni di lavoro su Ibsen e Pirandello, gli altri poli di quella crisi. Addirittura facendo risaltare certi punti di contatto, veri e propri cortocircuiti, tra la scrittura di quegli autori e quella del Padre. Si rimane quasi disorientati all’inizio per i toni già quasi grotteschi, in quella scatola essenziale che è la stanza della casa militare, casa che cambierà ad ogni atto di 90° la propria prospettiva. Un meccanismo ciclico, da incerto equilibrio nervoso, inventato da Maurizio Balò, così come i costumi che renderanno identiche, differenziate solo dall’età, tutte le donne, nel momento in cui la loro lega riuscirà a mettere a lui la camicia di forza. Lui che ruggisce all’inizio come rombo di cannone, e alla fine gioca solo fuciletti e trombette donatigli per natale. Perché se è alla famiglia intera che si fa la festa, è giusto che avvenga nel periodo ideale, come Strindberg suggerisce e Castri evidenzia con un enorme abete ornato di palle colorate e circondato di pacchi regalo. Il povero Padre, in quel trionfo di cattivi sentimenti, non potrà che chiudersi nella propria debolezza neurologica, prima di lasciarsi andare a una morte quasi liberatoria, accudito e martirizzato dalle donne che pure conquistano così i propri diritti: la moglie, cui Manuela Mandracchia non nega tutti i colori dell’interpretazione, dal mellifluo al cinico al furbetto; Gianna Giachetti balia chioccia che mentre protegge il suo antico «bambino» lo soffoca nella camicia di contenzione; la figlia, Corinne Castelli, ambiziosa e lucida nel pensare al proprio utile. Mentre implacabili si atteggiano a giudici di gara il cognato prete (Alarico Salaroli) e il medico (Roberto Valerio). Lui, la vittima, nel frattempo si fa parente di John Gabriel Borkman, che sceglieva di rimbambinire (in un memorabile Ibsen di Castri) passeggiando nervoso al piano di sopra. È un Padre come raramente si era potuto pensare, despota e imbelle, e anche per questo, dopo più di cento anni, spaventosamente vicino ai valori fasulli e ai falsi rapporti in vigore ancor oggi.