Il declino industriale in cifre

Berlusconi se la prende con le Cassandre che parlano del «declino del paese» verificatosi durante il suo governo. E annovera tra loro anche Montezemolo come new entry; ma i dati (i «segni» cui si affidano le Cassandre) confermano che le cose stanno proprio così. Il Pil italiano, nei cinque anni di centrodestra, ha viaggiato costantemente sotto la media europea (tra lo 0,5 e lo 0,9% in meno); il divario tra questo paese e tutti gli altri, insomma, si è andato ampliando. Le imprese esportatrici – quelle che vanno meglio, tra l’altro – hanno avuto tassi di crescita negativi nel 2002 e nel 2003, con una distanza dalla media europea oscillante tra l’1 e il 4%. Non c’è stato un solo anno in cui il differenziale sia stato a favore dell’Italia dal 1995 a oggi. Persino il tasso di utilizzo degli impianti risulta da noi inferiore alla media: 82,3% nella Ue, il 77% in Italia. L’unico dato positivo è l’aumento dell’occupazione «in chiaro», quei famosi «1.560.000 nuovi posti di lavoro» che al premier piace sbandierare in questi giorni. Un «regalo» imprevisto della Bossi-Fini, che ha costretto tanti a «ufficializzare» manodopera extracomunitaria già impiegata. Sarebbe infatti davvero sorprendente che un così gran numero di lavoratori in più produca addirittura una «crescita zero».

Anche le imprese hanno i loro difetti, naturalmente, visto che invece gli investimenti fissi lordi crescono a un tasso doppio rispetto alla media Ue senza per questo produrre un corrispondente aumento di produttività e fatturato. Si comprende il perché scoprendo che le imprese italiane sono più indebitate di prima (584 miliardi di euro nel 2004, +30% nel periodo 2000-2004): ma i crediti alle attività produttive (manifattura e servizi) sono solo il 25% del totale, mentre tutto il resto viene indirizzato verso le costruzioni, l’acquisto di immobili o gli investimenti finanziari.

Conferma ulteriore viene dall’aumento dei fallimenti: più di 245mila imprese nel solo 2005. E sono 35mila i fallimenti in più rispetto al 2000, con un indice di crescita del 10,1%. Particolare agghiacciante: l’incremento dei fallimenti nelle medie e grandi aziende è stato pari al 50,1%. Se nel 2000 le aziende contano più di 200 addetti fallite erano 164 (l’8, 5%), nel 2005 sono diventate 206. Vale a dire il 12, 8%.

A contribuire al declino, suggeriscono alcuni analisti, hanno concorso anche le privatizzazioni-liberalizzazioni. Come? Lo smembramento di alcune attività produttive «statali» in settori trainanti (alimentare, telecomunicazioni, utility, ecc) non si affatto tradotto in aumento della produzione; gli obiettivi dei nuovi proprietari privati sono infatti stati la riduzione dei costi e la massimizzazione dei profitti. Con gravi danni anche per la ricerca e l’innovazione tecnologica. Un elemento di riflessione in più per il centrosinistra che ancora ieri – Prodi, sul Corriere della sera – assicurava di vole smantellare ciò che resta dello «stato proprietario». Vero è che le privatizzazioni, in Italia, le avviate proprio il suo primo governo, nel 1996. Ma non sembra davvero il caso di insistere su una ricetta che – economicamente, ma anche elettoralmente – ha prodotto l’esatto contrario di quel che la teoria neoliberista preconizzava.